Italia poco competitiva

19/03/2001

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Italia poco competitiva
La Ue ci promuove solo per la creazione di aziende
A fine settimana i Quindici faranno il primo bilancio annuale dei parametri fissati a Lisbona

ANTONIO POLITO


BRUXELLES_ Tutti conosciamo i parametri di Maastricht, abbiamo sofferto per raggiungerli, sgobbato per ottenere la sufficienza in pagella e festeggiato la promozione. Ma pochi in Italia dimostrano di preoccuparsi dei parametri di Lisbona, anche nelle sedi, come il recente convegno di Parma, dove si dovrebbero discutere i modi concreti per elevare la competitività dell’Europa e del nostro paese. Alla fine di questa settimana, a Stoccolma, i Quindici leader europei faranno il primo bilancio annuale dello stato di avanzamento verso quei parametri. Un anno fa, nella capitale portoghese, l’Europa decise di mettere nero su bianco le riforme necessarie per diventare "l’economia basata sulla conoscenza più competitiva del mondo entro il 2010". Per la prima volta, alle parole seguì l’indicazione di "benchmarks" (poiché è una delle parole inglesi che ha suscitato i fischi della platea di Parma, la tradurremo da ora in poi "parametri"). Il meccanismo, che lascia ampio spazio alle politiche nazionali, le mette però a confronto, individuando la "best practice", i migliori risultati, e spronando gli altri a raggiungerli. L’obiettivo finale è una crescita media annua del Pil europeo del 3% nel decennio, con la creazione di 20 milioni di posti di lavoro per il 2010. Il summit di Lisbona può assumere un rilievo storico superiore anche a quello di Maastricht che lanciò la moneta unica: creare ricchezza è più importante di scegliere come denominarla. I risultati, nel primo anno, sono positivi in alcuni casi (sono stati creati due milioni e mezzo di lavori nuovi, l’Europa è ora solo un anno e mezzo indietro agli Usa in termini di maturità del mercato informatico), deludenti in molti altri (la ripresa già rallenta, ci sono ancora 14 milioni di disoccupati). Con l’aiuto di uno studio pubblicato dal Centre for European Reform e dei dati della Commissione Europea, vediamo di capire a che punto è l’Europa e tentiamo di dare l’ennesima pagella all’Italia, giusto per ricordare a tutti che gli esami per noi non sono finiti a Maastricht.
Il nostro paese risulta nel gruppo di testa soltanto in un campo:
la creazione di imprese. Siamo i primi, anche se di poco, seguiti dalla Gran Bretagna. La forte tradizione di impresa familiare, piccola e media, ci viene invidiata da tutti e studiata da molti.
Proprio ieri Blair ha firmato con Amato una iniziativa congiunta per Stoccolma, finalizzata a creare un clima sempre più favorevole alla piccola e media impresa. Ma l’Italia è tra le "maglie nere" in quanto a semplificazione del sistema di norme e regolamenti che gravano sull’impresa. L’Indice della libertà economica dell’Ocse vede in testa la Gran Bretagna, con la regolamentazione meno oppressiva (10 punti), e l’Italia in coda con più di 40 punti.
Questo forse spiega perché da noi nascono così tante piccole imprese, ma non riescono a trasformarsi in grandi aziende.
Andiamo male anche nel campo della inclusione sociale. A Lisbona l’Europa ha finalmente e decisamente puntato sull’occupazione. Il tasso di impiego complessivo della forza lavoro è cresciuto in Europa in un anno dal 60,7% al 62,1%. Svezia, Danimarca, Olanda e Gran Bretagna hanno già raggiunto l’obiettivo europeo del 70%. Ma, nella fascia di età tra i 55 e i 64 anni, solo il 37% della forza lavoro europea è occupata, e con grandi differenze tra paese e paese: in Svezia i due terzi di questo gruppo sociale sono al lavoro, in Italia e in Francia meno del 30%. Questo dato ci porta al tema della riforma pensionistica: siamo infatti nel gruppo di coda anche per quanto riguarda la modernizzazione dei sistemi di protezione sociale, insieme alla Germania. Considerazioni politiche di breve termine hanno finora prevalso in questi due paesi, impedendo quel pensiero audace e lungimirante che sarebbe necessario. Riforme del mercato del lavoro, portabilità delle pensioni e dei benefit sociali, sono cruciali anche per incrementare la mobilità della forza lavoro sul territorio dell’Unione: finora solo lo 0,4% si sposta ogni anno da paese a paese.

Un’altra pagella negativa l’Italia la merita nel campo della "information society". Tra marzo e ottobre del 2000, la penetrazione di Internet nelle famiglie europee è passata dal 18% al 28%, con una grande accelerazione: in Italia solo dal 20% al 25%. Nelle scuole europee c’è oggi un computer ogni dieci alunni e un accesso a Internet ogni 22. L’Italia è in coda con un computer ogni 20 alunni e un accesso a Internet ogni 45. Incredibilmente, il costo dell’accesso in rete, che in sei mesi è sceso mediamente in Europa dell’8,6%, in Italia è cresciuto del 10%. L’ecommerce, praticato solo dal 5% dei "navigatori" in Europa, in Italia riguarda un misero 1 per cento.
Altra decisiva riforma che sarà analizzata a Stoccolma è la liberalizzazione dei mercati delle "utilities" come energia e gas.
Mentre sul gas siamo in buona posizione, il grado di apertura del nostro mercato dell’energia, ancora dominato dall’Enel a proprietà pubblica, è inferiore al 40%, contro il 62% della media europea e il 100% della Gran Bretagna e della Germania. Qui però le resistenze politiche maggiori vengono dalla Francia, che sta peggio di noi, e che resiste a smantellare i monopoli di Stato di Electricitè de France e Gaz de France. Quasi un decennio dopo la creazione del mercato unico, troppe barriere nazionali restano in piedi. Non ultima quella della lingua: Portogallo e Spagna, per esempio, bloccano il "brevetto unico europeo", indispensabile per proteggere la proprietà intellettuale, grande miniera della "new economy". Non accettano l’obbligo di tradurre i loro progetti nelle uniche lingue ufficiali previste: inglese, francese e tedesco.