Italia più povera e indebitata

11/02/2010

Gli italiani sono più poveri. Dal 2006 al 2008 il reddito familiare medio netto è calato del 4%, secondo la Banca d’Italia. Applicando alcuni fattori di correzione, il tenore di vita degli individui risulta sceso un po’ meno, del 2,6%. Ma ancora non era arrivato il 2009, l’anno peggiore della recessione. E la crisi colpisce una società immobile, irrigidita: tra i grandi paesi industriali, afferma l’Ocse, il nostro è uno di quelli dove è più difficile ai poveri diventare ricchi.
Per ora la discesa del reddito è di misura simile a quella della crisi del 1992-95; con la differenza che nel 2008 di questa crisi si era solo all’inizio. L’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane viene condotta ogni due anni. Questa pubblicata ieri si è svolta nell’autunno scorso, ma si riferisce alla situazione dell’anno 2008, in cui il calo del prodotto lordo è stato dell’1%; mentre nel 2009 l’arretramento dovrebbe collocarsi fra il 4,5 e il 5%. La Banca d’Italia intervista un campione di poco meno di 8.000 famiglie.
I risultati danno per il 2008 un reddito familiare medio, al netto di tasse e contributi sociali, di 2.639 euro mensili per famiglia. Considerando che il numero medio dei componenti della famiglia è leggermente calato, e anche altri fattori, la Banca d’Italia calcola che il «reddito medio equivalente per persona», si sia ridotto appunto del 2,6%. Sono numeri abbastanza vicini a quelli della contabilità nazionale calcolati centralmente dall’Istat, dove dal 2003 al 2008 si vede una diminuzione del 3,3% nel reddito disponibile per persona.
Tutta la collettività nazionale va indietro; il numero dei poveri non aumenta (sotto la soglia di povertà sta il 13,4%, circa altrettanto che nel 2006). Le disuguaglianze sociali, seppur maggiori che nei paesi vicini, restano sostanzialmente invariate. Il guaio è casomai che restano invariate anche nel lungo periodo, studiato in un differente documento pubblicato ieri dall’Ocse, organizzazione parigina che raggruppa i 30 maggiori paesi industriali.
E’ uno studio della «mobilità sociale intergenerazionale»: ossia di quanto spesso accada che i figli di genitori ricchi diventino poveri e i figli di poveri diventino ricchi. Nel confronto solo in Gran Bretagna il cambio di classe sociale risulta più difficile che da noi. La sorpresa è casomai che simili a noi siano anche gli Stati Uniti: è sfatato il mito americano del rags to riches, del paese dove chi si impegna può elevarsi «dagli stracci alla ricchezza». In genere i paesi più disiguali sono anche quelli in cui più si rimane disuguali.
L’ascesa sociale è più facile invece dove c’è uno Stato sociale efficiente: nei paesi scandinavi, in Canada, abbastanza anche in Germania. Immobilità anche nei titoli di studio: si conferma che in Italia il 54% dei laureati sono figli di laureati (benché gli adulti laureati siano meno numerosi che altrove); nell’Europa del Nord sono in genere meno del 40%.
Anche nell’indagine della Banca d’Italia compare l’aspetto della mobilità sociale, e la si trova scarsa. A tamponare i danni della crisi nel nostro paese serve l’elevata ricchezza accumulata, circa 153.000 euro a famiglia nel valore mediano, in lieve calo (-1%) nel 2008 rispetto al 2006. Il guaio è che la ricchezza è distribuita in modo molto più diseguale del reddito annuo: nota la Banca d’Italia che il 10% delle famiglie possiede ben il 45% della ricchezza netta, mentre il 60% più povero si deve accontentare di circa il 18%.
Anche lo squilibrio nei patrimoni è rimasto all’incirca invariato da parecchi anni. Ovviamente la casa ne forma la componente principale. Solo il 27,5% dellle famiglie non possiede immobili, il 69,2% è padrone della casa in cui abita, il 13,4% ne ha altre. La ricchezza risulta maggiore nel Centro rispetto al Nord, probabilmente perché vi pesa l’alto prezzo degli appartamenti a Roma