Italia, l’infortunio è donna

08/03/2002



08 Marzo 2002



 
Italia, l’infortunio è donna
Aumentano incidenti e morti tra le lavoratrici. Mentre il governo vuole smantellare la 626

ANTONIO SCIOTTO – ROMA

Otto marzo, tra le mimose c’è qualche spina. La festa delle donne è l’occasione tradizionale per fare il punto sul lavoro femminile. E sugli infortuni e le morti, purtroppo in crescita. Secondo l’Inail e l’Anmil, nel 2001 oltre 221 mila lavoratrici hanno subito un incidente, il 2% in più rispetto al 2000. Gli infortuni mortali sono stati 107, in crescita dell’8%. Aumento, quello degli infortuni, meno sostenuto rispetto a quello dell’occupazione femminile (+3,8%), ma non per questo meno preoccupante.
Evidentemente si fa ancora poco per garantire la sicurezza sul lavoro, e, come se non bastasse, l’attuale governo si prepara a smantellare la legge 626/94 senza offrire un credibile progetto alternativo. La sicurezza è certamente un costo per le aziende, ma anziché adoperare la scorciatoia ed eliminarla come voce di spesa, le aziende italiane dovrebbero avere la lungimiranza di traformarla in un investimento, per migliorare i loro stessi profitti. Più sicurezza – dicono in sostanza Inail e Anmil – più qualità del prodotto, maggiore competitività. E’ la stessa ricetta, quella della qualità complessiva del lavoro e del prodotto, su cui anche la Cgil e Sergio Cofferati battono da tempo come alternativa al taglio del costo del lavoro e della flessibilità proposti da Confindustria. La parola "competitività", insomma, non è per forza ostile ai lavoratori: è "cattiva" se si gioca sul risparmio (meno formazione, meno sicurezza, contratti precari, che rendono il lavoratore insicuro e l’ambiente lavorativo conflittuale), è "buona" – e non per questo meno redditizia – se giocata sulla qualità (più sicurezza, miglioramento tecnologico, formazione continua).
E se le donne dimostrano di essere in generale più attente degli uomini verso la sicurezza (nel 2001, rispetto a una percentuale di lavoro femminile pari a circa il 30% della forza lavoro, gli infortuni delle lavoratrici rappresentano una quota inferiore al 20% del totale), è anche vero che in vari settori l’aumento degli infortuni femminili ha superato nel 2001 quello di uomini e donne insieme. Nell’industria e nei servizi, ad esempio, gli infortuni di uomini e donne diminuiscono dello 0,9%, ma quelli delle sole donne sono aumentati del 3,1%; così, se per uomini e donne le morti sono aumentate del 2,7%, per le donne sono cresciute addirittura del 16,7%, Insomma, è l’uomo, più "sicuro", ad abbassare quelle medie, ma guardando solo al dato femminile l’aumento è davvero preoccupante.
Nella sola Lombardia, ad esempio, gli infortuni delle donne sono aumentati addirittura del 13% dal `99 al 2000. "Tra le cause degli infortuni delle donne – spiega il segretario generale della Cgil Lombardi, Susanna Camusso – c’è sicuramente il lavoro interinale. Esso presuppone, infatti, una minor formazione, oltre ad implicare un minore impegno in chi sa che cambierà presto attività e quindi un abbassamento della soglia di attenzione. Tra le altre cause, c’è anche il numero di ore lavorative in costante aumento e una scarsa prevenzione, perché le imprese considerano la spesa per la sicurezza come un costo aggiuntivo da ridurre".
Tornando alla possibile "archiviazione" della 626 verso progetti di riforma ancora abbastanza fumosi, l’Anmil è critico rispetto alle recenti dichiarazioni del sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi, che dice di voler rimediare al "fallimento della 626" con nuove norme specifiche per le piccole e medie imprese, la semplificazione degli attuali adempimenti burocratici e il passaggio da un atteggiamento repressivo a uno di tipo "consulenziale". "Siamo d’accordo rispetto alla creazione di norme
ad hoc per le piccole e medie aziende – dice Pietro Mercandelli, presidente dell’Anmil – dato che lì si verifica il maggior numero di infortuni. Sulla semplificazione bisogna essere cauti, perché si deve tener conto del fatto che c’è in gioco l’incolumità delle persone. Ma soprattutto, non bisogna confondere i controlli con l’atteggiamento repressivo. Lo Stato ha il dovere di far rispettare le leggi, e questo può essere fatto soltanto incrementando i controlli e mostrando inflessibilità verso le aziende che non rispettano le norme di sicurezza sul lavoro".
Ma il lavoro, lasciando il tema incidenti, è anche carriera. Le donne come sono messe rispetto agli uomini? Una ricerca dell’Eurispes dice che sono ancora pesantemente svantaggiate, soprattutto quando si guarda ai ruoli dirigenziali. A dispetto della diminuzione del tasso di disoccupazione che le vede surclassare gli uomini (-1,7% dal `95 al 2000 per le donne, -0.9% per gli uomini), solo lo 0,9% delle lavoratrici dipendenti riveste un ruolo da dirigente, contro il 2,1% degli uomini. Secondo la Confcommercio, infine, dal ’93 al 2000 il lavoro femminile ha contribuito per il 96% alla crescita occupazionale totale. Le donne sono oggi il 45% dei lavoratori con laurea o specializzazione (nel `93 erano il 39,5%), e tra gli impiegati ormai la maggioranza è donna (il 52%).