Italia, lavoratori a precipizio

18/12/2009


Occupazione a picco: nel terzo trimestre di quest’anno sono spariti 508 mila posti di lavoro rispetto allo stesso periodo del 2008. Insomma, la crisi per i lavoratori non rallenta: lo segnala l’Istat, precisando che si sta assistendo a un’accelerazione nella distruzione di posti di lavoro come non accadeva da 17 anni. Bisogna risalire addirittura al 1992 per trovare una caduta maggiore dei 120 mila posti cancellati in un solo trimestre. L’Istat ha anche rivisto i dati
provvisori, diffusi alcuni giorni fa, relativi a ottobre: i disoccupati sono saliti a 2,039 milioni (il numero più alto dal 2003) e il tasso di disoccupazione è schizzato all’8,2%. E le prospettive non sono buone. Secondo la Confindustria che ieri ha presentato un Rapporto sugli «Scenari economici» il tasso di disoccupazione salirà all’8,8% il prossimo anno e al 9,1% a fine 2011.
Come sempre accade, soprattutto in Italia, alla caduta dell’occupazione, non ha corrisposto un incremento proporzionale delle persone in cerca di occupazione. A fronte della distruzione di 508 mila posti di lavoro, i disoccupati sono aumentati «solamente » di 286 mila. E la situazione non cambia nell’ultimo trimestre rispetto al precedente: 120 mila posti di lavoro in meno e «solo» 70 mila persone in cerca di occupazione in più. Il significato di questi numeri è semplice: molte delle persone che hanno perso il lavoro o si rifugiano nel lavoro nero o smettono di dichiararsi disoccupati vista l’impossibilità dio trovare un lavoro e non percependo indennità di disoccupazione. Non a caso il tasso di attività tra la popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni (cioè la platea di tutte le persone potenzialmente in grado di lavorare) è sceso ulteriormente al 57,5% contro il 59,0 del terzo trimestre del 2008. Tanto per ricordarlo, si tratta di tassi inferiori di una decina di punti a quelli della media dei paesi industrializzati.
Questa volta le perite di lavoro più rilevanti sono state registrate al Nord dove la crisi dell’industria è più pesante. Sempre nei confronti del terzo trimestre 2008, sono stati distrutti 274 mila posti, contro i 196 spariti al Sud e solo 38mila nell’Italia centrale. Questo andamento è spiegato sia dalla relativa maggiore crescita tendenziale degli occupati stranieri in questa ripartizione, sia nel sostegno fornito dal settore terziario, in particolare dai servizi alle famiglie e da taluni comparti a elevata intensità di lavoro tipo alberghi e ristoranti, servizi di pulizia, di vigilanza e attività professionali autonome. Ma chi è che perde il lavoro? «In base alla tipologia di orario – specifica l’Istat – il calo dell’occupazione riflette l’accentuata riduzione degli occupati a tempo pieno (-449 mila) e, in misura più ridotta, la flessione di quelli a tempo parziale (-59 mila) ». Ovviamente (visto il crollo della produzione) è l’industria a pagare
l’onere più pesante con 386.000 posti di lavoro persi. Di questi, 307 mila sono stati persi nel settore manifatturiero. Nei prossimi anni, come anticipa la Confindustria, le cose non miglioreranno. Soprattutto perché – spiega Confindustria – non si sa che fine faranno i lavoratori attualmente in Cassa integrazione e perché il tasso di crescita del Pil rimarrà molto basso: dopo il -4,7% di quest’anno, si dovrebbe registrare un +1,1% nel 2010 e 1,3% nel 2011. Tra due anni – scrivono gli economisti degli industriali – si dovrebbe tornare ai livelli del 2005. Mentre serviranno un altro paio di anni per tornare a quelli pre-crisi, cioè del 2007. I dati Istat preoccupano la Cisl (Santini) che chiede venga affrontato affrontato «il nodo non sciolto dalla Finanziaria delle politiche di sviluppo e di sostegno al nostro sistema produttivo
». Fammoni (Cgil) parla di realtà molto dura (a fine anno scadono molti contratti a termine) e segnala le emergenze nazionali rappresentate dai giovani e dal Mezzogiorno.