Italia in ritardo di 10 anni sulla normativa europea

03/10/2002


          3 ottobre 2002


          ITALIA-LAVORO
          Italia in ritardo di 10 anni sulla normativa europea


          MILANO – L’Italia è fuori tempo sull’orario di lavoro. Lo è da qualche anno, tanto da aver meritato già nel marzo 2000 la condanna della Corte di giustizia europea. Sull’argomento il panorama europeo è vario, pieno di peculiarità, ma la lentezza italiana rappresenta un’eccezione. Germania, Francia, Spagna, Finlandia e Paesi bassi hanno addirittura rispettato le scadenze imposte dalla direttiva datata 1993. Francia e Regno Unito hanno tardato un po’ ma si sono adeguate. «Probabilmente la recezione più fedele è quella tedesca», dice Michele Tiraboschi, del Centro studi internazionali e comparati «Marco Biagi» dell’Università di Modena e Reggio Emilia. «In Germania è previsto un limite settimanale di 48 ore, compreso lo straordinario, mentre la contrattazione collettiva si è attestata sulle 35-38 ore. Ma il sistema tedesco pone un vincolo giornaliero di otto ore, cosa che il nostro avviso comune esclude, in piena coerenza con la direttiva europea che non prevede tetti diretti all’orario giornaliero». L’Olanda ha superato di (almeno) sei anni l’Italia nel recepire la direttiva. Le norme adottate nel ’96 contengono il limite di 40 ore settimanali, nella media di 13 settimane, e di 9 ore giornaliere. «L’ordinamento olandese – dice Tiraboschi – non è stato comunque penalizzato dalla direttiva, in quanto la materia aveva già vincoli rigorosi». In Spagna, invece, il tetto è di 40 ore settimanali nella media annuale – «ma il limite non comprende lo straordinario», precisa Tiraboschi – e in Francia la direttiva è stata recepita attraverso la famosa legge sulle 35 ore. L’esempio più interessante, secondo il professore dell’Università di Modena, viene da Londra. «Il Regno Unito si era inizialmente opposto all’attuazione della direttiva ma la Corte di giustizia ha respinto il ricorso. La trasposizione della direttiva è arrivata nel ’98: è stato previsto che il datore di lavoro deve adottare tutte le misure ragionevoli perché il dipendente non lavori più di 48 ore, come media in un periodo di 17 settimane, estendibile in certi casi a 26». Una scelta compatibile con la direttiva e soprattutto un buon esempio da seguire per l’Italia, perché sfrutta al massimo le possibilità di deroga alle prescrizioni minime (i vincoli previsti nell’articolo 17 della direttiva). «Così – conclude Tiraboschi – sono state stemperate alcune rigidità della normativa, rinviando alla contrattazione collettiva la gestione degli orari di lavoro. Il caso italiano, invece, è tutto concentrato su questioni generali e di principio, che rallentano il processo traspositivo, mentre molti dei punti critici e di contrasto potrebbero essere risolti e superati con un approccio pragmatico, caso per caso, volto a valorizzare gli spazi di deroga e adattabilità aperti dalla direttiva».
          Alessandro Balistri