Italia del lavoro senza contratto

29/06/2001

 










Venerdi 29 Giugno 2001



Italia del lavoro senza contratto
Gli imprenditori non rispettano gli accordi del ’93 e, spalleggiati da Berlusconi, irrigidiscono le posizioni
Cinque milioni di cittadini attendono i rinnovi. Rottura per il commercio

di Giovanni Laccabò

MILANO. Cinque milioni di lavoratori hanno diritto ai rinnovi contrattuali ma, spalleggiati dal governo Berlusconi, gli imprenditori fanno ostruzionismo e trovano tutti i pretesti per non rispettare i patti. Puntualissima, a ruota della vertenza delle tute blu la controprova è giunta ieri notte dal contratto del commercio: la trattativa è stata interrotta per colpa della grande distribuzione, che ha incuneato pretese inverosimili e all’altimo minuto, dopo che la delegazione di Confcommercio aveva dato segnali di disponibilità a chiudere. Oggi la rottura viene discussa dalle assemblee dei lavoratori (comincia la Lombardia) e lunedì i vertici della categoria mettono in cantiere le azioni di lotta. Giovedì 5 luglio, in concomitanza con lìassemblea di Confcommercio all’Eur, una prima grande manifestazione di protesta anticiperà la forte mobilitazione che scuoterà il settore durante l’estate e soprattutto da settembre in poi.
L’altra notte, sia pure con sofferenza i sindacati si sono detti disponibili a prolungare a tre anni la parte economica, invece del biennio, pur di tagliare il traguardo, e proprio allora nel fronte degli imprenditori è comparso lo spiraglio di un possibile aumento salariale a schiodare il negoziato, ma proprio allora i rappresentanti della grande distribuzione che operano anche in altri settori, e pertanto sono sensibili al vento estremista di Confindustria (leggi: gruppo Fiat e Rinascente), hanno avanzato richieste che mai un sindacato avrebbe potuto accettare: strategia che per tale motivo a più d’uno è sembrata intenzionale per bloccare il contratto. Una rottura provocata a freddo dopo una lunga discussione dedicata alla proposta di Confcommercio: sanare il 2001 con un meccanismo misto, una tantum più indennità per vacanza contrattuale. Ossia: in media (quarto livello) 10 mila lire dal primo aprile per vacanza contrattuale, che raddoppiano dal primo luglio, più 320 mila lire di una tantum (la precedente proposta era solo di 500 mila lire di una tantum). Per il 2002: aumento di 40 mila lire al primo gennaio, ilteriore aumento di 35 mila lire al primo luglio e altre 30 mila lire dal primo gennaio 2003. In totale 125 mila lire per tre anni (non più biennale), a fronte della richiesta di 115 per il biennio. Senza contare il ritocco, tutto da decidere, sull’inflazione dopo il proddimo Dpef.
Fabio Sormanni, leader Filcams della Lombardia, tira le somme: «Non viene riconosciuta nessuna quota a titolo di andamento del settore, nè un sufficiente differenziale tra inflazione programmata e reale, ossia quasi un punto di differenza, e la cifra del primo biennio sarebbe comunque sotto le 100 mila: si arriva a un massimo di 95 mila, riparametrato in modo che quasi tutto graverebbe sul secondo anno». In più le «pretese impossibili». Si tratta di una richiesta di moratoria, e di una proposta, sia pure solo ventilata, di introdurre nel testo dell’accordo un dispositivo per assorbire nel contratto nazionale tutte le novità della nuova legge sul part time. Sormanni: «Tutto ciò è inaccettabile. A settembre scatta la nuova legge e si vuole usare l’accordo nazionale per verificare l’impatto negativo dei costi». L’onere non è leggero, anzi, perchè nel commercio gli orari cambiano continuamente e la nuova normativa prevede che l’azienda paghi la disponibilità del lavoratore, del quale è richiesto il consenso per iscritto, ad accettare le clausole elastiche, ossia a cambiare orario: viene retribuita la disponibilità. Inoltre, la legge impone il 50 per cento in più di salario per chi supera il tetto del tempo supplementare.


















 
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