Italia 2020: i lavoratori saranno donne e immigrati

23/03/2005

    mercoledì 23 marzo 2005

      RIVOLUZIONI. COSA ACCADRÀ COL PREVISTO CALO DEMOGRAFICO

      di Natale Forlani

        Italia 2020: i lavoratori saranno donne e immigrati

          Nei prossimi quindici anni la popolazione attiva e il mercato del lavoro in Italia subiranno delle autentiche rivoluzioni. Le previsioni demografiche entro il 2020, applicate all’andamento della popolazione in età di lavoro italiana (tra i 15 ed i 65 anni) prevedono una diminuzione di oltre 4,6 milioni di unità. Un dato sconvolgente e senza paragoni nel mondo sviluppato e che avrà impatti rilevanti di diversa natura, sulla qualità e la quantità della forza lavoro, sulla sua allocazione territoriale, sul welfare, sulle evoluzioni socioculturali.

          E’ un tema che merita approfondimenti, ben oltre lo spazio consentito a un articolo di giornale che però può avere il vantaggio della utile provocazione e che, come tale, intende sfruttare. Nei prossimi quindici anni usciranno verso le popolazioni entrate al lavoro negli anni ’60 (periodo del baby boom) ed entreranno quelle nate nel periodo successivo agli anni ’80 (periodo che registra il crollo della natalità verso l’attuale 1,4 figli per coppia). I saldi negativi generazionali si preannunciano nell’ordine medio delle 300/350.000 unità annue.

          Prima ancora di interrogarsi sul come aumentare il tasso l’occupazione, verso gli obiettivi fissati dall’Unione europea, per l’Italia si prospetta la necessità di ricostituire la sua popolazione attiva in misura assai rilevante. Dove e come può avvenire? In via teorica possono determinarsi scenari paradossali. Mantenendo l’attuale numero di occupati, la popolazione attiva (la quota di chi accede al mercato del lavoro in rapporto alla popolazione in età di lavoro) aumenterebbe dal 57 al 63%, ovvero se rimanesse costante l’attuale tasso di disoccupazione del 57%, potrebbero essere distrutti 2,4 milioni di posti di lavoro. Ma questi scenari non tengono conto dell’impatto negativo della caduta della popolazione in età di lavoro sia per genere (maschi e femmine) che per territori. La gran parte della perdita della popolazione in età da lavoro si registrerebbe infatti nel Nord Italia (- 2,9 milioni unità) e nel Centro (-1,2 milioni) mentre più limitato si presenta al Sud (- 480.000 unità) dove il calo demografico si manifesta in ritardo.

          Rispetto alla attuale struttura produttiva avremmo una fortissima domanda di lavoro nel Nord-Centro Italia e un bacino di manodopera disponibile nel Sud peraltro in fase di diminuzione. Ma, se l’Italia dovesse perseguire, non solo perché lo indica l’Ue ma perché necessario a sostenere il carico delle popolazioni anziane, il tasso di occupazione vicino al 70% sarebbe necessario creare circa 2,4 milioni di posti di lavoro aggiuntivi la cui allocazione è possibile solo marginalmente nel Mezzogiorno. Non casualmente l’Istat prospetta al 2020 una diversa e aggiuntiva evoluzione della popolazione in età da lavoro, pressoché dello stesso importo (2,3 milioni) dovuta al contributo degli immigrati. Una stima che rischia di essere persino sottodimensionata se la domanda di lavoro in molte settori, l’edilizia, l’agricoltura, e nei servizi viene rifiutata dalle giovani generazioni. Ottenere l’obiettivo del 70% di tasso di occupazione (producendo oltre 2,4 milioni di posti di lavoro aggiuntivi a fronte di una caduta di 4,6 milioni di cittadini in età di lavoro) è necessario perché aumenta in maniera esponenziale la popolazione a carico di chi lavora. In particolare l’indice di dipendenza senile (anziani over 65 ogni 100 persone in età da lavoro) passerà da 27 a 37 ma con rilevanti squilibri territoriali (45 al nord, 40 al centro, 32 al sud) con pesanti riflessi sulla spesa pensionistica e sanitaria, quest’ultima, tra l’altro, regionalizzata.

          Altra considerazione va rivolta al rapporto tra maschi e femmine nel mercato del lavoro. Il bacino residuo dei maschi in età da lavoro, già vicino a un tasso di occupazione del 70%, subirà una progressiva contrazione. Del tutto ovvia appare la centralità del potenziale femminile ancora disponibile. Inserire oltre un milione e mezzo aggiuntivo di norma al lavoro è condizione indispensabile per raggiungere gli obiettivi di cui sopra. In buona sintesi possiamo constatare che: 1) siamo di fronte a un’autentica rivoluzione del mercato del lavoro. Abbiamo la necessità di produrre in maniera esponenziale nuovi posti di lavoro, anche per garantire gli equilibri della spesa sociale;

          2) per raggiungere tale obiettivo sono necessarie politiche mirate. Le nuove forze di lavoro sono collocate nel Mezzogiorno, nella popolazione femminile e, soprattutto, negli immigrati. Più probabilmente sarà anche necessario intervenire ritardando in maniera consistente l’uscita verso il pensionamento per non incrementare ulteriormente gli squilibri in essere nel mercato del lavoro e sulle prestazioni sociali.

          I dati forniti, e soprattutto gli scenari, sono certamente criticabili nel dettaglio, ma difficilmente confutabili rispetto alle tendenze generali. Mettono anche in rilievo lo stacco esistente tra la drammaticità di questi problemi ed il dibattito che va per la maggiore in Italia. Alcuni esempi: per produrre più posti di lavoro il sistema dovrà certamente utilizzare variabili assai più ampie di quelle sinora utilizzate, al fine di portare al lavoro bacini di popolazioni attualmente escluse. I paesi che già hanno ottenuto risultati in questo campo hanno fatto leva su una pluralità di interventi (sgravi contributivi sui bassi salari, rapporti a part-time ed a tempo determinato, diversi regimi di orari), con l’obiettivo di aumentare il tasso di occupazione come condizione di creare inclusione e buona occupazione.

          Questo obiettivo viene sacrificato, nell’italico dibattito, alla retorica dei diritti e della precarietà, trascurando che è proprio la limitatezza della presenza della quota di lavoro atipico a segnare buona parte della distanza tra il nostro tasso di occupazione e quello medio europeo. I contratti atipici, particolarmente quelli a tempo determinato, segnano anche la vitalità dell’economia. Nella fase di espansione economica le imprese assecondano la crescita delle punte di fatturato con lavoro flessibile, e successivamente lo stabilizzano. Quasi sempre la crescita del lavoro temporaneo trascina quello a tempo determinato. Quando la crescita rallenta tale fenomeno diminuisce. A riprova, basta guardare, come negli ultimi anni il rallentamento della crescita occupazionale sia coinciso con l’aumento dei contratti a tempo indeterminato che hanno rappresentato la quasi totalità dell’aumento del lavoro dipendente. E questo non è affatto un buon indizio, se isolato, per l’andamento dell’occupazione prossimo venturo.

          Secondo esempio: i giovani nel mercato del lavoro. Non esiste un solo dato statistico che dimostri l’aumento della precarietà del lavoro giovanile. E’ in diminuzione sia la quota percentuale di lavoro a termine nella fascia sino ai 29 anni, che quella per l’utilizzo dei contratti a progetto. In totale, il flusso annuo dei contratti a termine, compreso l’apprendistato, circa 690.000 unità, supera di poco il flusso medio annuale di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Solo un giovane su cinque è interessato, annualmente, ad un contratto a termine e la cosa, tenuto conto che interagisce con la fase d’ingresso al mercato del lavoro, è del tutto fisiologica. Viceversa, è bassissimo l’uso dei contratti a tempo determinato e dei tirocini aventi l’obiettivo di facilitare l’inclusione sociale lasciandoci il triste primato, in Europa, della disoccupazione di lunga durata. Nel contempo i giovani, sempre meno numerosi, sono diventati più selettivi verso il lavoro. La fuga dal lavoro manuale, anche qualificato, è diffusa. Agricoltura, edilizia, servizi alla persona, alcuni settori industriali non registrano flussi di occupazione giovanile interessanti. Tendenza resa possibile dalla presenza diffusa di una rete di protezione familiare che consente ai giovani di mantenere significativi livelli di libertà e di consumo senza essere condizionati da bisogni impellenti.

          E’ opinione diffusa che sia in corso un processo di precarizzazione che sta alla radice delle mancate scelte dei giovani sul matrimonio, la casa, i figli, mentre dai dati disponibili sarebbe più opportuno interrogarsi se non sia vero il contrario. Potremmo continuare con la lista degli esempi, ma servirebbe a poco. I problemi del mercato del lavoro italiano continuano, purtroppo, ad essere letti con le lenti distorte dell’ideologia e del facile consenso elettorale. Una miscela che può solo produrre demagogie.