“Istat” Siamo il Paese più vecchio d´Europa

24/05/2007
    gioved� 24 maggio 2007

    Pagina 2 – Economia

      Il Rapporto annuale dell�istituto

        �L’Italia tenta la ripresa
        ma famiglie e Sud arrancano�

          L�Istat: siamo il Paese pi� vecchio d�Europa

            LUISA GRION

            ROMA – Un paese di vecchi che non sa risolvere i suoi vecchi problemi, come la questione meridionale. Un paese che finalmente cresce, ma meno degli altri. Che non fa bambini, ma lascia le donne a casa per coprire, con il lavoro domestico, le carenze nei servizi. Un paese dove quasi 15 famiglie su cento arrivano con difficolt� alla fine del mese, e dove 30 sbiancano davanti ad una spesa imprevista di 600 euro. In Italia 4 milioni di anziani vivono con meno di 500 euro al mese e per 7 milioni e mezzo di persone si pu� ancora parlare di povert�. Ci sono imprese che sono in prima linea nell�innovazione e altre, pi� numerose, che si accontentano di sopravvivere.

            A riassumere cos�� questa nazione vista attraverso i numeri dell�Istat ci pensa il premier, Romano Prodi che, ascoltata la relazione del presidente Luigi Biggeri, ha presto nota �di tre anomalie: invecchiamento, Sud e scarsa occupazione, soprattutto femminile e giovanile�, assicurando che il governo ne terr� conto.

            Sulla vecchiaia i dati sono spietati: prima di noi c�� solo il Giappone. Qui per ogni 100 ragazzi sotto ai 15 anni ci sono 141 adulti sopra i 65; l� ce ne sono 154. La quota dei pensionati cresce a vista d�occhio: 71 ogni 100 occupati; la spesa per la previdenza assorbe ormai il 15 per cento del Pil, la ricchezza prodotta. Il fatto che quasi un quarto degli anziani viva con un assegno che al massimo raggiunge i 500 euro mensili caratterizza la questione povert�: fra le famiglie considerate tali, la met� conta fra i suoi membri un anziano.

            Di poveri infatti in Italia, secondo i dati Istat che misurano il fenomeno nei suoi aspetti �relativi� quindi in base ai consumi effettuati, ce ne sono 7 milioni e mezzo. Su dieci famiglie sette vivono al Sud, dove 5 persone su 100 affermano di non riuscire a mettere insieme in modo �adeguato� il pranzo con la cena.

            Eppure il paese cresce. Meno del resto dell�Europa, ma cresce. Per� quell�1,9 per cento di Pil in pi� realizzato nel 2006 non � bastato a sciogliere la ruggine dei vecchi problemi, anche se il vicepremier D�Alema assicura che �in un anno abbiamo fatto quello che Berlusconi ha fatto in cinque�. Luigi Biggeri, presidente dell�Istat d� un consiglio: �La tenuta e lo sviluppo della ripresa in atto si giocano sugli investimenti e sui consumi privati e, in particolare, sulla possibilit� che il reddito disponibile delle famiglie torni a crescere�. Anche perch� il costo del lavoro italiano, con 23 euro orari di media, � al dodicesimo posto della classifica europea. Praticamente in coda.

            Il nodo centrale dell�intricata matassa resta sempre lo stesso: la sofferenza del Meridione, il divario che nessuna crescita fino ad ora � riuscita a colmare. Che si tratti di occupazione, di reddito, di produttivit�, di abbandono scolastico – dicono i numeri – �la peggiore situazione al Nord sar� sempre migliore della migliore situazione al Sud�. L�occupazione n� � un esempio lampante: anche qui, nella media nazionale, c�� stata una crescita dell�1,9 per cento, ma il Mezzogiorno � rimasto indietro sia per quanto riguarda i giovani che per quanto riguarda le donne. L�industria anche: nel Mezzogiorno � concentrata la maggior parte delle imprese pi� deboli, quelle che stentano ad innovare, che producono poco e hanno poco reddito. Di fatto il 35 per cento dei 4,2 milioni di imprese italiane (tante, dice l�Istat, e con pochi addetti) ha partecipato poco o nulla alla ripresa del 2006. Ma al Sud la quota di queste aziende di sopravvivenza arriva al 43 per cento.