“Istat” Povera Italia con troppe ingiustizie

25/05/2006
    gioved� 25 maggio 2006

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    Povera Italia con troppe ingiustizie

      L’Istat fotografa un Paese dove crescono le disuguaglianze. E i ricchi stanno sempre meglio

        di Bianca Di Giovanni/ Roma

        DISPARIT� – Un Paese diseguale: � la fotografia dell’Italia che emerge dall’ultimo Rapporto Annuale Istat presentato ieri a Montecitorio dal presidente dell’Istituto Luigi Biggeri alla presenza del presidente della Camera Fausto Bertinotti. Un Paese dove i valori medi dicono poco o nulla. Le polarizzazioni si abbattono in primo luogo sui redditi, dove le disuguaglianze sono maggiori di quelle di gran parte dei Paesi europei, anche se inferiori a Stati Uniti e Gran Bretagna. Da noi il 20% delle famiglie pi� ricche detiene il 40% del reddito totale. Nel resto c’� un ceto medio sempre pi� in difficolt� con ben 1,5 milioni di famiglie che non superano i 780 euro al mese, e oltre l’11% di famiglie povere. Su questo pesa un grado di mobilit� molto basso: la classe di origine influisce in misura rilevante. Come dire: chi nasce povero � assai probabile che rester� povero.

        Il gap tra �fortunati� ed esclusi � talmente forte che qualsiasi strumento generalizzato rischia di fare pi� male che bene. Vale per le scelte di politica economica: per esempio il taglio del cuneo fiscale che premierebbe sia aziende protette da monopoli che i coraggiosi esposti al mercato globale. E non solo: magari avvantaggerebbe lavoratori gi� avvantaggiati rispetto ad altri. Stesso dicasi per le politiche sociali (accesso al lavoro e lotta alla precariet�) e dell’istruzione: se ci sono profonde difefrenze anche le misure devono essere diversificate. Insomma, un Paese frammentato in cui le eccellenze (che non mancano, soprattutto tra le aziende medio-grandi) stanno accanto ad una miriade, spesso vischiosa, di vulnerabilit�. Le diseguaglianze si allargano ai tempi di lavoro, ad opportunit� scolastiche, a servizi sociali, e separano gruppi di popolazione, generazioni e generi (giovani-vecchi; uomini-donne) ma anche regioni fisiche del paese: il Mezzogiorno resta (troppo) indietro rispetto al resto quanto ad occupazione ed a opportunit�. Ma la vulnerabilit� per eccellenza riguarda tutto lo Stivale: � la fragilit� dei conti pubblici e in particolare della crescita economica stagnante. Per questo il messaggio che l’Istat invia alla politica � molto semplice: ridare fiducia facendo anche scelte coraggiose.

        La vera novit� di quest’anno � l’indagine sui redditi, mai prima d’ora fornita con tanto dettaglio. Il valore medio � pari a 2079 euro al mese per le famiglie residenti, che sale a 5mila se si considera il reddito aggiuntivo dei proprietari che non pagano l’affitto. Il reddito complessivo � composto per oltre il 43% da lavoro dipendente e per un terzo (32,9%) da trasferimenti pubblici, in gran parte pensioni. Gli autonomi vantano entrate maggiori: nel 2003 hanno guadagnato in media 2.980 euro al mese contro i 2.160 dei dipendenti e i 1.575 dei pensionati.

        Le diseguaglianze si concentrano nel Mezzogiorno, dove si addensano gran parte delle famiglie povere e monoreddito. La radiografia Istat fornisce l’inquietante elenco degli esclusi: giovani, donne, famiglie con figli minori o con anziani a carico. Se la fascia di povert� resta stabile negli ultimi 8 anni, i �nuovi poveri� sono un fenomeno recente che si concentra tra la popolazione femminile. Il 28% delle donne ha un reddito basso, contro il 12% degli uomini. Guadagnano troppo poco anche i giovani sotto i 25 anni (36% a basso reddito), quelli che operano nel settore privato (21% contro il 5% del settore pubblico). Particolarmente preoccupante la condizione di chi ha un contratto a termine: il 40% di questi guadagna poco, contro l’11% dei lavoratori a tempo indeterminato.

          Come i redditi, anche l’accesso al lavoro � molto condizionato dalle opportunit� del contesto. Entrare nel mondo produttivo resta molto difficile per donne e giovani. A partire dal quarto trimestre 2003, infatti, il calo della disoccupazione in Italia si accompagna ad una crescita della popolazione inattiva, in particolare al sud Vuol dire che non si cerca pi� lavoro. Un anno dopo anche la crescita di occupazione subisce un ridimensionamento.