“Istat” L’impresa italiana è da microscopio

13/10/2006
    venerd� 13 ottobre 2006

    Pagina 12- Il Capitale

      L’impresa italiana � da microscopio

        Il 95 per cento del tessuto produttivo italiano � fatto da aziende con meno di 10 addetti. Sotto la lente dell’Istat lo spezzatino dell’economia italiana: che non fa pi� il miracolo

          Stefano Raiola

            Le dimensioni contano, almeno in campo economico, e non � certo una novit�. Da diversi anni ormai le tendenze pi� significative in atto nel mondo degli affari sono le concentrazioni settoriali: fusioni, acquisizioni, integrazioni che danno vita a colossi industriali e finanziari capaci di trarre, attraverso la loro stazza, il massimo vantaggio rispetto ai loro competitori. �Le nozze d’acciaio� tra Arcelor e Mittal Steel, la super banca Intesa – Sanpaolo, ma anche gli innumerevoli piani di aggregazione tra compagnie aeree o il risiko del gas che imperversa tra Africa, Europa e Russia, sono solo alcuni esempi di una interminabile lista di operazioni finalizzate ad accrescere la massa �muscolare� degli operatori economici.

              Quanto pi� sono grandi, tanto pi� le aziende riescono ad essere produttive a sostenere investimenti e ad imporsi nei mercati internazionali. Ma non � tutto, avere le spalle forti sembra anche essere una condizione imprescindibile per offrire migliori condizioni lavorative, sia in termini di salari che in termini di (pi� ridotti) orari di lavoro, e ad un maggior numero di dipendenti

                La relazione diretta tra dimensione e performance � vera anche per l’Italia, come confermano i dati diffusi ieri dall’Istat sulla �Struttura e competitivit� del sistema delle imprese industriali e dei servizi� per il 2004. Tuttavia c’� da considerare che nel nostro paese le grandi aziende sono merce rara, anzi rarissima: in Italia infatti le imprese con meno di 10 addetti rappresentano quasi il 95% dell’intero tessuto produttivo. Nelle microimprese (definizione Istat) si concentra il 47,8% degli addetti, il 24,8% dei dipendenti ed il 31,6% del fatturato. All’opposto le imprese di maggiori dimensioni – con 250 e pi� addetti – sono appena 3.199 (pari allo 0,07%), ma assorbono il 18,3% del totale degli addetti il 27,7% dei dipendenti, e realizzano il 29,2% del valore aggiunto tutto italiano. La scarsit� di grandi operatori � un’anomalia tutta italiana che, secondo molti, rappresenta un fattore di freno per l’intera economia. Questa riceve un’ulteriore conferma dai numeri forniti dall’Istituto nazionale di statistica: a fronte di una produttivit� nominale del lavoro la cui media � uguale a 37,9 mila euro (nel 2003 era 36,5 mila euro), per le microimprese questo valore � soltanto il 41,6% di quello delle imprese con almeno 250 addetti. La rilevanza della dimensione aziendale nel determinare il livello della produttivit� media del lavoro emerge anche dal confronto fra classi dimensionali contigue: l’incremento della produttivit� media � del 33,2% passando dalla fascia di imprese con 1-9 addetti a quelle con 10-19, e sale al 42,9% dalla prima classe a quella con 20-49 addetti. La produttivit�, inoltre, cresce di soli 0,6 punti percentuali nelle imprese con 1-19 addetti e di 2,1 punti in quelle con almeno 20 addetti; ci� determina un ampliamento del gap di produttivit� tra le microimprese e quelli con maggiori livelli dimensionali.

                  Un miglior indice di produttivit�, consente alle aziende di destinare maggiori risorse agli investimenti, che ancora una volta risultano direttamente correlati alle proporzioni aziendali: si parte infatti dai 4,2 mila euro per addetto nelle microimprese, per arrivare ai 13,1 mila euro in quelle con 250 e pi� addetti.

                    I vantaggi dimensionali non vanno a finire solo nelle tasche dei proprietari o degli azionisti delle aziende maggiori, ma arrivano anche ai lavoratori sotto forma di salari pi� alti e minori ore di lavoro prestate. I dipendenti delle piccolissime imprese, ad esempio, percepiscono una retribuzione pro-capite di 14,9 mila euro per una media di 1.682 ore. Se la passa molto meglio chi � impiegato in una azienda da almeno 250 addetti, che lavorando in media il 4,3% in meno si ritrova una busta paga sostanzialmente pi� pesante (26,2 mila euro).

                      La �legge del pi� grande� si smentisce solo analizzando la capacit� delle imprese di produrre reddito, in questo senso le aziende pi� grandi dominano solo nel settore dell’industria in senso stretto. Mentre nelle costruzioni, come anche nei servizi, sono la imprese medio piccole con 10-19 addetti a presentare i migliori risultati, cio� quelle dove i lavoratori sono pagati meno per lavorare di pi�.

                        Un discorso a parte va fatto per le imprese che si affacciano sui mercati internazionali, le quali presentano una performance economica mediamente miglior di quelle orientate esclusivamente verso il mercato interno. In particolare la produttivit� del lavoro mostra un ampio differenziale a favore delle imprese che esportano soprattutto nelle classe 1-9 addetti (35 mila euro pro capite rispetto a 23,3 mila di medi). Si tratta prevalentemente di piccole strutture ma altamente specializzate che operano in campi molto dinamici e che sono capaci di assorbire, grazie ad una elevatissima produttivit�, i maggiori costi sistematicamente legati alle esportazioni.