“Istat” De Rita: «Ma consumiamo come nababbi»

02/01/2007
    venerdì 29 dicembre 2006

      Pagina 6 -Primo Piano

      Intervista
      a Giuseppe De Rita

      «Ma consumiamo come nababbi»

        Fabio Poletti

        MILANO
        Gli italiani si sentono sempre più poveri. Il 50% dei nuclei famigliari vive con meno di 1863 euro al mese. Il dato lascia qualche dubbio al segretario generale del Censis Giuseppe De Rita: «Mi sembra un dato troppo basso… I consumi non sono più fermi, il Paese è sano».

        Può fare qualche esempio?

          «Siamo al primo posto in Europa come numero di automobili pro capite, secondi al mondo solo agli Stati Uniti. Siamo i primi al mondo come numero di telefonini. I due televisori con antenna parabolica per famiglia sono comuni, frigoriferi e lavapiatti si sprecano. Dal 2001 al 2005 si sono comperate un milione di case all’anno, è aumentato anche l’investimento in titoli e in Borsa».

            Allora gli italiani sono solo un popolo che si piange addosso?

              «Mia madre diceva che a piangere miseria non ci si rimette mai. Il lamento è continuo solo perchè non si ha più senso del futuro. La sensazione di privazione è legata solo a quello che si pensa di essere tra due o tre anni. E’ un fatto di psicologia collettiva».

              Sulle famiglie che non arrivavano a fine mese si è giocata anche una parte della campagna elettorale: i consumi del latte che scendevano nella quarta settimana, ricorda?

                «E’ una balla. Dopo pochi giorni sono stati ritirati anche i cartelli propagandistici che denunciavano questo fenomeno di impoverimento, si è capito che il partito dei morti di fame non andava bene. Non è vero che negli ultimi anni gli italiani si sono impoveriti. Dopo qualche anno di stagnazione, i consumi sono ripresi».

                Però ci sono dei momenti in cui molte famiglie devono rinunciare a qualcosa, anche di fondamentale, se vogliono raggiungere il 27 del mese. Non crede?

                  «Ma non è vero che si rinuncia a qualcosa di primario come agli alimentari. Magari si fa a meno di qualche capo di abbigliamento, di qualche paio di scarpe, di qualche altro bene durevole. La domanda vera da porsi è un’altra: ci sentiamo più poveri o abbiamo già comperato tutto?».

                  Si risponda.

                    «Non abbiamo più, a differenza di altri Paesi, penso alla Spagna, una forte propensione al consumo. Abbiamo un livello di vita che ci piace. L’unico sfizio vero è andare al ristorante. In quattro persone non è difficile spendere 200 euro. Rapportati ai 1863 euro della ricerca dell’Istat è una enormità. Però gli italiani al ristorante ci vanno. E i consumi prima di Natale sono andati bene».

                    Al Sud il reddito delle famiglie è più basso che al Nord. A volte si ha però l’impressione che sia più facile vivere nel Mezzogiorno. E’ solo un problema di differente costo della vita?

                      «Si combinano varie cose. Al Sud c’è una dimensione famigliare più protettiva, c’è la casa, l’orto, c’è molto più sommerso, entrate non dichiarate… C’è poi più devianza spicciola, merci di origine dubbia o riciclata. Anche nella terribile periferia di Napoli non mancano le auto di lusso».

                        Però è vero che negli ultimi anni si fanno più debiti, si compera di più a rate?

                          «Ci sono Paesi dove il credito al consumo è venti volte più alto che in Italia. Ma questo non è un parametro di povertà, è un indice di ricchezza. Secondo Findomestic o Delta, le principali finanziarie, il totale del credito è attorno al 4%. Non è un fenomeno di massa. Il credito al consumo non mi spaventa, non ci sono mancati pagamenti importanti».

                          In Italia in compenso si fanno meno figli che in tutta Europa. Dipende anche questo da una percezione di povertà, di non farcela economicamente?

                            «Si fanno pochi figli perchè c’è una soggettività in cui si preferisce realizzare se stessi in altri modi: nella carriera, nell’impegno, nel lavoro femminile. Facendo figli si rinuncia a molte cose. Io ne ho otto, evidentemente faceva parte della mia soggettività».