Istat, censimento a rischio “Mancano 500 milioni”

13/01/2010

Allarme censimento: quello monumentale su popolazione, attività produttive e abitazioni si fa ogni dieci anni e il prossimo turno cade nel 2011. Ma l´Istat, al momento, non ha ottenuto dal governo i finanziamenti per avviarlo e se la questione non si risolverà entro la fine di febbraio il megaconteggio rischia di saltare. A sollevare la questione è Enrico Giovannini, presidente dell´istituto di statistica . «Spero che governo e parlamento sanino al più presto questa situazione» ha detto, precisando che sono stati stanziati i 128 milioni necessari ad avviare quello dell´agricoltura in calendario per quest´anno, ma che «mancano all´appello altri 500 milioni» necessari a coprire le assunzioni extra che comuni e Istat dovranno effettuare. Se la legge o il decreto per dare il via libera all´operazione non sarà varato entro la fine di febbraio l´Italia rischia di «bucare dieci anni di trasformazioni», di non aggiornare dati fondamentali nell´era del federalismo fiscale e d´incorrere in un´infrazione europea. Censimento a parte, l´Istat nei prossimi mesi ha intenzione di potenziare e approfondire i dati sull´inflazione inserendo informazioni sui livelli di prezzo in vigore nelle varie aree geografiche e tarando gli indici su diverse tipologie familiari e gruppi socioeconomici.
In attesa di tale rivoluzione l´istituto ha comunque fornito una mappa per decifrare il paese(«Noi Italia, 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo»). Il quadro che ne esce è quello di un popolo che «non investe sul futuro e che rischia di non saper utilizzare le sue risorse». Si parte dall´aspetto demografico, dal quale emerge un paese di vecchi e di donne che restano a casa e fanno pochi figli; si passa attraverso l´irrisolto gap fra Nord e Sud e si approda ai limiti dell´istruzione.
Ogni 100 giovani ci sono 143 anziani, solo la Germania ci batte quanto a indice di vecchiaia. Il rapporto fra popolazione anziana e popolazione attiva è del 51 per cento, il che vuol dire che per ogni persona che lavora ve n´è un´altra che non lavora e che va sostenuta con la ricchezza prodotta. Le cose andrebbero probabilmente meglio se ci fossero più donne che producono al di fuori dalle mura domestiche (tasso di attività femminile bloccato al 47 per cento). Ma le stesse donne probabilmente lavorerebbero di più se ci fossero più asili nido (in Emilia Romagna il 22,7 per cento dei piccoli usufruisce del servizio, ma il Campania la quota sprofonda all´1,8). E´ vero che i dati ufficiali devono tener conto del lavoro nero (stimato pari al 18 per cento del Pil), ma sulla ricchezza prodotta pesa anche il basso livello di istruzione. Nella fascia che va dai 25 ai 64 anni il 47,2 per cento degli italiani non ha un titolo di studio superiore alla licenza media (il dato dell´Europa a 27 paesi è del 28,5). L´Italia spende per l´istruzione solo il 3,7 del Pil, contro una media della Ue a 27 del 5,1 per cento. Sono gap che pesano oggi e che, avverte Giovannini, peseranno ancor più domani