“ISTAT (4)” Come cambia la vita

26/05/2005
    giovedì 26 maggio 2005

    ISTAT (4)

    Come cambia la vita

      IL ,MEZZOGIORNO IN RECUPERO
      Cambia la geografia dei poveri, il disagio è a Nord
      Si sta abbassando la soglia dei consumi voluttuari

        ROMA
        I nuovi poveri sono al Nord. Questo rileva il Rapporto Istat. In Italia, dicono le statistiche, è in diminuzione – dal 12 al 10,6 – la cosiddetta «povertà relativa». Si è ridotta cioè quella fetta della popolazione che ha non tanto il problema di mettere insieme il pranzo con la cena, ma non ha più accesso a quella gamma di consumi che ha finora considerato normale per sé. La gente, in sostanza, non compra più cose che una volta poteva tranquillamente permettersi.

          Questo tipo di «povertà», è diverso dall’indigenza in senso stretto, ma è tuttavia espressione di un forte disagio sociale: categorie che fino ad allora si erano considerate modeste ma con tutto il necessario a disposizione, percepiscono se stesse come più povere, perché non più nella disponibilità di sostenere il medesimo stile di vita.

            Ora, mentre il dato complessivo nazionale dà questa povertà-disagio in diminuzione ovunque (al Centro Italia dall’8,4% al 5,7% e al Sud dal 24,3% al 21,3%), al Nord il fenomeno cresce dal 5 al 5,3%.

              E’ ovvio che il problema vero della povertà è a Sud, ma mentre quest’ultimo sta in qualche misura migliorando, il Nord si ammala di una povertà finora inedita, specie nelle grandi aree urbane investite da fenomeni di crisi industriale.

                Sulla riduzione della povertà relativa non sembra, secondo l’Istat, che abbia inciso più di tanto la riduzione dell’Irpef al reddito delle persone fisiche. Infatti, se è vero che in media tra il 2002 e il 2005 il taglio delle tasse ha arricchito le famiglie di 524 euro l’anno, questa cifra è come il pollo di Trilussa: ha riguardato gli italiani in misura assai disuguale. Nello specifico, su 21,3 milioni di famiglie, 3,2 milioni non sono state interessate da alcun beneficio fiscale e di queste 2,5 milioni(cioè i tre quarti) sono nuclei a reddito basso o bassissimo.

                  Una famiglia monoreddito – dice per esempio l’Istat – ha goduto di uno sconto fiscale di 218 euro, un single (anziano) è arrivato a 252 euro. Per contro, una famiglia con due stipendi medio-alti ha avuto uno sconto di 877 euro l’anno e quella di un libero professionista di 812.
                  Nella classifica dei redditi degli italiani, i più poveri (categoria 1) hanno avuto 67 euro di risparmio Irpef, i più ricchi (categoria 10) 1.188 euro. Ma mentre il 90% delle famiglie ricche ha potuto godere dello sgravio Irpef, solo il 20% di quelle più povere ha avuto un analogo – ancorché più magro – beneficio.

                  IL CONTRIBUTO DEGLI EXTRACOMUNITARI
                  Un terzo dello stipendio in meno agli immigrati
                  Si confermano più dinamici, ma anche più sfruttati

                    ROMA
                    Gli immigrati non comunitari sono tra le componenti più dinamiche del mondo del lavoro. Intanto, rileva l’Istat nel suo Rapporto annuale presentato ieri a Roma, la regolarizzazione consentita agli immigrati nel 2002 ha permesso di portare alla luce molto lavoro nero e di aumentare le posizioni contributive all’Inps. Ciò nonostante i lavoratori stranieri sono ancora oggetto di soprusi e di ingiustizie contrattuali, a iniziare dal fatto che percepiscono in media il 30% di stipendio in meno rispetto ai loro colleghi. Tra il 1992 e il 2003 i permessi di soggiorno sono più che raddoppiati – rileva l’Istat – passando da 649 mila a più di un milione e mezzo. La crescita occupazionale complessiva italiana dell’ultimo biennio è inoltre da ricondurre in gran parte all’incremento dei lavoratori extracomunitari regolarizzati. Dal 1999 al 2003, infatti, la forza lavoro straniera dipendente nel settore privato extra-agricolo, è cresciuta di due volte e mezzo, passando da 227 mila a 580 mila posizioni.

                    Ad assorbire la maggior parte della manodopera straniera (circa il 60%) è l’industria, seguita dal settore delle costruzione (quello maggiormente interessato alla sanatoria) con il 21,1%. Un ruolo considerevole è svolto anche dal settore dei servizi: un immigrato su dieci, infatti, trova lavoro in alberghi o ristoranti.

                      Per gli extracomunitari, però, la retribuzione è pari al 66% di quella del resto dei dipendenti. Ad ampliare il differenziale salariale nell’ultimo triennio ha contribuito la riduzione delle retribuzioni medie conseguente alla regolarizzazione. I lavoratori extracomunitari stanno diventando una grande risorsa anche per il mercato immobiliare. Secondo il Rapporto dell’Ance (l’associazione dei costruttori edili) presentato la scorsa settimana «Nel 2004 il 12,6% delle case acquistate in Italia è stato rilevato da extracomunitari. E ciò significa che lo scorso anno, almeno 110 mila immigrati hanno acquistato un’abitazione. Le province in cui gli immigrati comprano di più sono Roma (19,6% degli immobili scambiati), Vicenza (16,2%), Modena (15%) e Trieste (14%). Chiudono la classifica Perugia (5%) e Cuneo (2%). La casa per l’immigrato costa in media 108 mila euro (coperti in gran parte da mutui) nell’80% dei casi è di livello medio-basso, è da ristrutturare e si trova in periferia, ed ha una superficie fra i 60 e i 90 metri quadrati».

                      UNA TRAPPOLA GENETRAZIONALE
                      Non si trova la casa, mammoni ma non per scelta
                      I giovani vivono da precari e restano con i genitori

                        ROMA
                        Mammoni, senz’altro, ma non per scelta. I giovani italiani fotografati nell’ultimo Rapporto Istat presentato ieri a Roma, sono soprattutto dei cittadini con un forte disagio lavorativo: precari e precarissimi, sottoccupati e soprattutto impossibilitati di far fronte al mercato dell’abitare, non hanno spesso altra soluzione che vivere nella famiglia in cui sono nati.

                          Il fenomeno della permanenza in casa oltre i tempi canonici, è peraltro in grande espansione. Nel 2003 – per esempio, dice l’Istat – le nubili che ancora coabitavano con padre e madre erano il 28,3%, contro il 18,5% della rilevazione fatta nel 1993. I celibi si attestano addirittura sul 41,3%, contro il 33,1% di dieci anni prima. Nel complesso, in dieci anni, i figli adulti ancora in famiglia sono passati dal 28,8 al 34,9%, sorpassando anche la percentuale dei coetanei che vivono in coppia con figli (dal 41,9 al 27,9%).

                            Due i motivi principali di questo mammismo involontario. Il primo è il lavoro. Anche se l’Italia è sotto la media dell’area euro di 0,8 punti come tasso di disoccupazione (8% in generale e 10,5% per le donne) tuttavia, il fenomeno presenta ancora forti differenze territoriali, differenze di sesso e – giustappunto – di età. Nel Mezzogiorno – dice ancora l’Istat – risiedono infatti quasi 6 occupati su 10, con un tasso di disoccupazione triplo rispetto al resto del Paese. Il 62% delle persone in cerca di lavoro, poi, è giovane: ha cioè tra i 15 e i 34 anni. E il tasso di disoccupazione tra le giovani donne del Mezzogiorno arriva fino al 30%.

                              Se il quadro è questo, diventa difficile per i più trovarsi un alloggio. Il mercato degli affitti nelle grandi città è ormai riservato solo a chi può pagare molto, tant’è che i più coraggiosi tra i ragazzi, affrontano l’esperienza della condivisione di piccoli appartamenti per distribuire meglio le le spese. Il fenomeno è tuttavia ancora marginale.

                                «E’ significativo il fatto che la famiglia è sempre di meno ammortizzatore sociale – ha commentato la sottosegretaria al Welfare Mariagrazia Sestini – Nel passato ad una gioventù debole, dal punto di vista economico ed occupazionale, faceva da contrappeso una famiglia forte. Adesso, i dati ci dicono che questo modello sta scomparendo, i giovani deboli sono all’interno di famiglie deboli. E su questo credo che dovremo riflettere».