“ISTAT (1)” Più povera e incerta, l’Italia ha perso fiducia

26/05/2005
    giovedì 26 maggio 2005

    ISTAT (1)

    I CITTADINI HANNO PIù PAURA. SI RESTRINGONO I GUADAGNI. INDIETRO ANCHE L’ISTRUZIONE E MANCANO GLI INCENTIVI PER PROSEGUIRE GLI STUDI
    Più povera e incerta, l’Italia ha perso fiducia
    L’Istat: la crisi viene da lontano, non capita e governata adeguatamente

      Stefano Lepri
      ROMA

        L’Istat non fa previsioni sul futuro, offre dati certi sul passato. Ma le tendenze che si vedono nel passato fanno capire da dove viene il malessere dell’economia italiana oggi: «Quelle che ci appaiono difficoltà congiunturali – dice Luigi Biggeri, il professore toscano appena riconfermato a capo dell’ente statistico – sono imputabili all’emergere di movimenti di lungo periodo, che maturano da almeno un decennio». Il «modello italiano» è forse giunto al capolinea.

          Il 2004 descritto dalle cifre del rapporto annuale Istat presentato ieri, è stato un anno ottimo per l’economia mondiale, fiacco per l’Italia (1,2% di crescita contro 2,1% dell’area euro e un «decisamente elevato» 4% dell’intero pianeta); gli segue un 2005 al bivio fra ristagno e vera recessione. Le ragioni della crisi vengono da lontano, sostiene ancora Biggeri: «dal persistere di elementi che gli attori in gioco non sono riusciti a governare adeguatamente o dei quali non hanno colto segnali e rischi».

            Nel nostro 2004 le disuguaglianze sociali sono cresciute, con un «robusto aumento dei redditi di lavoro autonomo e di piccola impresa», a fronte di un «rallentamento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti». La legalizzazione massiccia degli immigrati fa apparire cresciuto il numero dei posti di lavoro, +0,7%; ma in effetti il tasso di attività (numero di chi lavora su quanti sono in età di lavorare) è invece calato per la prima volta dal 1995, -0,4%.

              Timorose del futuro, le famiglie nel complesso hanno speso un po’ di meno e risparmiato un po’ di più (la propensione al consumo è scesa dall’87,2% del 2003 all’86,4%). Si sono indirizzate un po’ di più verso i beni durevoli, soprattutto i telefonini (+47,7%), ma anche le auto; hanno risparmiato sul bar e sul ristorante, hanno cercato di consumare meno benzina dato che costava di più, hanno invece speso di più per gli spettacoli (+6,8%).

                Il nostro sistema produttivo annaspa, appare perdente nella globalizzazione. Da un intero capitolo di analisi che il rapporto Istat dedica alla «performance delle imprese italiane nel contesto europeo» si ricava che le dififcoltà sono concentrate proprio nelle aziende piccole e medie per decenni esaltate come la nostra forza; mentre le grandi non sfigurano nei paragoni con le concorrenti estere, sono soltanto troppo poche e troppo poco grandi. Si è creato un circolo vizioso in cui «il rapporto costi-benefici del rischio di innovare o cambiare è troppo alto per indurre sempre più operatori e famiglie a scommettere sul futuro».

                  «Nel complesso l’Italia sembra ancora non saper guardare oltre le sfere individuali e sembra avere una scarsa propensione a fare sistema» commenta ancora Biggeri. La produzione italiana «tarda ad orientarsi verso produzioni a elevato contenuto tecnologico»: il peso relativo dei settori ad alta e media intensità tecnologica è pari al 37%, contro una media del 43% nei 15 Paesi già membri dell’Unione europea a inizio 2004, il 54,4% in Germania, il 47,8% in Francia. L’incidenza dei prodotti ad alta tecnologia sul totale delle produzioni italiane è un poco cresciuta negli ultimi anni, «ma si attesta ancora al 5%».

                    L’inventiva per innovare nell’economia di oggi non ha solo bisogno delle doti naturali di cui gli italiani si ritengono ricchi, ma dello studio; e l’Italia è indietro nei livelli di istruzione dei giovani in età di cominciare il lavoro, quintultima nell’Unione europea a 25. I brevetti di alta tecnologia depositati in un anno sono 7,1 per milione di abitanti, contro 45 in Germania, 26 nella media europea, 48 negli Stati Uniti. D’altra parte i giovani hanno scarso incentivo a proseguire gli studi perché «dopo il conseguimento del titolo soltanto la metà trova sbocchi professionali coerenti»; è un altro circolo vizioso.

                      Le imprese specie medio-piccole perdono terreno nella produttività (nell’ultimo decennio +0,5% annuo contro +1,4% nell’Unione europea a 25) a causa della bassa innovazione interna e di fattori di costo esterni; le loro produzioni concentrate in settori tradizionali sarebbero ancora competitive con le imprese di altri Paesi europei, secondo l’analisi dell’Istat, ma sono esposte alla concorrenza di Paesi in via di sviluppo con costi del lavoro molto più bassi.

                        La quota italiana nel commercio mondiale, dal massimo del 1996, un 4,7% raggiunto sull’onda degli ultimi deprezzamenti della lira, si è ridotta di un quarto, al 3,7% nel 2004; e se regge, è grazie alle grandi imprese o comunque alle imprese fortemente orientate verso l’export; per le altre c’è un tracollo. Un anno straordinario come il 2004 nello sviluppo del commercio mondiale ha accresciuto le vendite all’estero solo per un terzo delle imprese con meno di 10 addetti; l’occasione è stata colta invece dalle imprese più grandi.