Ires-Cgil: Mezzo milione di bambini sfruttati

28/10/2005
    venerdì 28 ottobre 2005

    Pagina 13 Economia & Lavoro

    Mezzo milione di bambini sfruttati

      Inchiesta Ires-Cgil sul lavoro minorile: una piaga alimentata dalla povertà delle famiglie

        di Felicia Masocco/ Roma

          Fanno i commessi o i camerieri, stanno nei cantieri a fare i muratori o nelle officine a riparare auto oppure nei campi a raccogliere la verdura. Fanno questo e altro, hanno tra gli 11 e i 14 anni e sono mezzo milione in Italia. Sono bambini, ragazzini con un presente da adulti e un futuro da adulti svantaggiati.

            Perché il lavoro di oggi si tramuta negli anni in un handicap sociale che molto difficilmente si recupera.
            Il 10% è straniero, in maggioranza cinesi. Tra gli italiani se ne incontrano più al Meridione, dove la percentuale sale al 35% a fronte di una media nazionale del 21%.

              Di loro si è occupato l’Ires, il centro studi della Cgil che ieri ha presentato un’indagine sul lavoro minorile nelle grandi città realizzata con l’Osservatorio sul lavoro minorile.

                OLTRE DUEMILA INTERVISTE sono state realizzate con adolescenti di nove città, ragazzi che vanno a scuola o intercettati «sul territorio», che hanno cioè esperienze di lavoro a volte alternative alla formazione scolastica. A contarne tra 460mila e 500mila l’Ires arriva con una stima, proiettando cioè sul territorio nazionale il dato di 150mila 11-14enni coinvolti in forme di lavoro precoce nelle città campione. Sono 100mila in più di quattro anni fa. Uno due svolge lavori occasionali, il 30% stagionali, il 21% continuativi. La «paga» oscilla tra i 100 euro al mese per le attività occasionali, tra i 200 e i 400 euro per quelle continuative ma c’è anche un 17% che si vede «pagato» con regali. Quanto all’orario, significativo il 47% dei piccoli «sul territorio» che lavorano da 4 a 7 ore. Sono condizioni da sfruttamento. Lo studio offre molti spunti e colpisce la «spinta» della famiglia spesso dovuta a difficoltà di reddito. Il 39% degli intervistati lavora «per aiutare economicamente la famiglia», e quasi il 30% dice «perché i genitori mi hanno detto di farlo». Altre motivazioni non mancano, ma vengono dopo. Una famiglia su due è risultata monoreddito; il 10% con oltre 3 figli. Ma accanto al disagio economico c’è un altro elemento che viene fuori con chiarezza, è culturale, di scala dei valori: l’istruzione non è tra questi. Il 23,3% dei ragazzi intervistati ha detto che i genitori sono contenti perché pensano che il lavoro sia più utile della scuola.

                  L’«orientamento» matura in casa dunque, con genitori che hanno bassi titoli di studio: 1 su due ha la licenza media inferiore, 1 su 5 quella elementare, e anche se non mancano i laureati (6%) e chi ha la licenza superiore (18%) appare evidente che i bambini che lavorano rischiano di avere una pesante eredità, quella di fare come i genitori, non studiare, fermarsi ai primi step del percorso formativo e quindi condannarsi ad un futuro con lavori a basso contenuto professionale, spesso precari e dai bassi salari. Il «debutto» avviene in attività famigliari dove lavora il 70% dei piccoli intervistati: negozi, bar, ristoranti, commercio ambulante, fattorie, fino a fare da «spalla» ai papà nell’artigianato o nell’edilizia. Solo il 9% lavora per conto terzi.

                    Il quadro preoccupa il sindacato e preoccupa la totale assenza di attenzione, di sensibilità. Basti pensare che non ci sono statistiche «ufficiali» su questa realtà. Il leader della Cgil Guglielmo Epifani parla di una situazione «non più tollerabile», «sono aumentati i bambini figli di immigrati nel lavoro strutturale e sono peggiorate le condizioni delle famiglie», le più povere andrebbero aiutate con politiche sociali adeguate. «Uno Stato degno di questo nome non può tollerare lo sfruttamento dei minori ma deve prevenirlo». «Se generazioni così piccole incontrano il lavoro così presto – dice Epifani – segnano il loro futuro ma anche quello del Paese». La Cgil torna a chiedere al governo l’apertura di un tavolo e contesta le affermazioni del ministro Moratti sulla dispersione scolastica in calo. «Noi abbiamo dati diversi, soprattutto al Sud e nei grandi centri urbani». Contro questo fenomeno, strettamente connesso alla piaga del lavoro minorile, il presidente dell’Ires Agostino Megale invoca «tolleranza zero». Ha poi ricordato che nel ‘98 venne firmata tra governo e sindacati una Carta d’impegni, mai applicata: «Non è stata disdettata e va rispettata».