“Iraq 1″ Il dovere della trasparenza (M.Sorgi)

29/09/2004


            mercoledì 29 settembre 2004

            IL DOVERE DELLA TRASPARENZA

            di Marcello Sorgi

            PRIMA ancora di conoscere dettagli molto importanti per una valutazione più approfondita, la liberazione delle due Simone, a una settimana esatta dal cupo annuncio di morte che era stato diffuso mercoledì scorso, dimostra soprattutto una cosa: un Paese unito, una catena di solidarietà, uno sforzo di volontà, insieme con la proverbiale testardaggine del sottosegretario Gianni Letta e il senso di responsabilità dell’opposizione, di cui ieri il premier Berlusconi ha voluto dar atto pubblicamente, possono fare un miracolo, anche in una terra disgraziata in cui nessuno ci crede più, come l’Iraq.

            Già soltanto le cifre diffuse ieri a caldo, a ridosso della conclusione del sequestro, tratteggiano una mobilitazione senza precedenti: sedici diverse trattative avviate con possibili rapitori, tutte mirate all’obiettivo umanitario del salvataggio delle vite innocenti; iniziative politiche con tutti i Paesi limitrofi dell’Iraq; collaborazione a tutto campo dei nostri servizi con quelli americani e arabi; immancabile azione silenziosa del Vaticano, e sottotraccia dei volontari delle organizzazioni non governative. Fino al colpo a sorpresa del commissario della Croce Rossa Maurizio Scelli che solo qualche giorno fa si era detto, sconsolatamente, «in panchina».


            Ma al di là del legittimo e generalizzato senso di soddisfazione per l’incubo che s’è chiuso, è davvero indispensabile che l’insieme di questi tasselli, che hanno contribuito, quale più quale meno, all’esito felice della vicenda, trovi un ordine, un filo di conseguenza e una perfetta trasparenza. Se il sequestro di due pacifiste impegnate in un piano di aiuti per i bambini iracheni alle prese con un dopoguerra durissimo era apparso incredibile e perfino immotivato, la ragione della liberazione va chiarita. Per intendersi, non è possibile che i terroristi le abbiano prese, sbagliando, malgrado fossero «buone», le abbiano processate e condannate a morte, abbiano perfino preparato il patibolo mediatico del video con gli incappucciati, e poi d’improvviso le abbiano liberate, in nome di una giustizia che hanno sempre negato o della stessa «bontà» che avevano trascurato, o al limite in cambio di un riscatto che riporterebbe il sequestro in un ambito strettamente criminale e non politico.
            Insomma, quel che si deve capire è se la liberazione è stata un colpo fortunato o se invece è stata la conduzione politica della trattativa, aperta alla collaborazione con partner arabi moderati, come il re di Giordania, a produrre i suoi effetti. La novità che se ne ricaverebbe sarebbe rilevante. E urgente, per l’Italia, la necessità di condividerla sul piano internazionale con gli alleati che continuano a sopportare i rischi della situazione irachena.


            Allo stato dei fatti, va detto, una conclusione del genere sarebbe un salto in avanti. Purtroppo, l’attesa per la liberazione dei due giornalisti francesi che si prolunga; la condanna a morte pendente sull’ostaggio inglese e il ricordo degli ostaggi e dei militari italiani che in Iraq hanno perso la vita, consigliano una maggiore prudenza. E forse, al di là della felicità per il ritorno sorridente delle due Simone, un prevalere del senso di responsabilità, piuttosto che un via libera alle divisioni, di fronte a una guerra, che è anche sbagliata, ma continua e ci richiama ai nostri doveri.