Irap e cuneo fiscale: i paletti del sindacato

08/04/2005
    venerdì 8 aprile 2005

      sezione: ITALIA-POLITICA – pagina 13

      Irap e cuneo fiscale, i paletti del sindacato

      LI.P.

      ROMA • Lo scetticismo che c’è si dissolverà solo se il negoziato prenderà una forma e una sostanza convincenti.

      E soprattutto se il confronto si allargherà alla politica dei redditi e non solo a un intervento che mira solo al costo del lavoro. È quello che pensano i sindacati che, intanto, hanno già pronte le loro proposte. Non hanno dovuto improvvisare nulla — Cgil, Cisl e Uil — visto che nel 2001 si esercitarono in una proposta alternativa al disegno di legge sulla decontribuzione presentato dal Governo su cui erano fortemente contrarie. Quel progetto tramontò ma le proposte sindacali sono ancora valide.

      Innanzitutto l’Irap. È il tassello principale delle richieste delle imprese — dalle grandi alle piccole — e le tre confederazioni non sono pregiudizialmente contrarie a una riduzione dell’imposta. Anche perché ora è l’Europa che l’ha messa sotto accusa. Il punto, però — dicono i sindacati — è capire con quali risorse si coprirà il gettito mancante che ora finanzia la spesa sanitaria regionale. Ovviamente ci sono varie opzione per l’abbattimento dell’Irap: l’intero gettito è sui 30 miliardi di euro, solo sul monte salari sono 12 miliardi, cioè la quota che il premier vuole destinare alla riforma fiscale.

      Sul cuneo fiscale e contributivo, le ricette di Cgil, Cisl e Uil sono diverse. Tutte però puntano a un effetto: appesantire il salario netto in busta paga. Ed è anche questa la ragione per cui, accanto a un possibile ritocco dell’Irap, chiedono interventi anche sul cuneo in modo da mediare interessi delle imprese e vantaggi per i lavoratori dipendenti. La prima proposta sono forme di fiscalizzazione per favorire l’occupazione stabile. E, tra i contratti a tempo indeterminato, dare la priorità alle fasce deboli: ultracinquantenni, lavoratori del Sud, donne. Poi, la Cisl ha individuato anche forme di fiscalizzazione su alcune voci della busta paga come gli assegni familiari, l’indennità della cassa integrazione.

      Tra le ipotesi quella più rilevante— che porta cioè maggiori riduzioni sul costo lavoro— è una graduale equiparazione tra aliquote contributive. Attualmente, quella sul lavoro dipendente è del 32%, quella sugli autonomi è del 17 per cento. I sindacati pensano, nell’arco di 5 10 anni, di far avvicinare queste due percentuali alleggerendo la contribuzione sul lavoro dipendente. L’ipotesi però è piuttosto complicata da realizzare. Non tecnicamente ma politicamente perché significherebbe penalizzare alcuni settori produttivi, come per esempio i commercianti. Un’operazione, quindi, che in tempi di campagna elettorale, può essere accantonata dal Governo.

        Altro punto importante è la fiscalizzazione degli aumenti salariali contrattati a livello aziendale. Un modo che aiuterebbe la riforma della contrattazione e un maggiore decentramento contrattuale. Invece, resta in piedi il calcolo che le confederazioni fecero ai tempi della decontribuzione: ossia, che c’è un 3% da limare sulla busta paga e che risponde alla voce oneri impropri. Anche sulle aliquote Inail — come ha spiegato Guglielmo Epifani al tavolo di mercoledì convocato da Maroni — è possibile prevedere sconti ma solo a fronte di imprese che hanno piani per la prevenzione degli infortuni e a fronte di risultati già acquisiti. Resta una domanda: i sindacati andranno da soli o cercheranno un accordo con Confindustria? «Penso sia necessario trovare un’intesa con le imprese. Mi auguro anche che sia preventiva. Un obiettivo utile per entrambi, per poter spalmare vantaggi in modo equo», spiega Pierpaolo Baretta, segretario confederale Cisl.