Ipermercati, la corsa dell’equo e solidale

15/02/2007
    mercoledì 14 febbraio 2007

      Pagina 29 – Economia

      INDAGINE EUROSIF PER LA STAMPA, LE MONDE ED EL PAIS

      Ipermercati, la corsa
      dell’equo e solidale

        Obiettivo: imballaggi ridotti ed energia pulita

          DOMENICO QUIRICO
          CORRISPONDENTE DA PARIGI

          La sigla – bisogna dirlo – è brutta, anonima, burocratica, non dice nulla: «Global Social Compliance Programme», programma mondiale per la conformità sociale. E invece occulta il primo tentativo della storia di una globalizzazione dei consumi equa e solidale. Porta la firma del Cies, il comitato internazionale delle imprese con filiali. Sono una gigantesca potenza economica, il forum delle 190 maggiori imprese della grande distribuzione alimentare mondiale. Ci sono tutti i colossi, Walmart, Carrefour, Metro, Auchan e i loro maggior fornitori in 150 paesi. Hanno deciso che è venuto il momento, anche per ragioni di immagine, di scrivere un rigido codice di deontologia ambientale e sociale. Scelta quasi obbligata: molti di loro si sono già attivamente lanciati su questa virtuossima e si spera anche lucrosa via.

          Detto fatto. L’americana Wal-Mart, la più grande impresa di distribuzione del mondo, ha subito annunciato a Londra con un piano in sei punti la strategia per diventare nei prossimi dieci anni la prima della classe. Ordine tassativo per settemila punti di vendita in quattordici paesi e per i 60 mila fornitori: diminuire del cinque per cento il volume degli imballaggi, utilizzare solo fonti di energia rinnovabili, riciclare tutti i rifiuti e proporre ai clienti una fornita gamma di prodotti della agricoltura biologica e e del commercio equo e solidale. Alla fine di questo decennio di bontà si potrà scrivere trionfalmente sulla pubblicità che Wal-Mart è riuscito a far diminuire il costo ambientale delle sue attività; di più, che ha spinto i clienti verso un comportamento responsabile nel loro non condannabile appetito consumista. Sono stati i pubblicitari a consigliare la strategia, perchè prevedono che nei prossimi anni solo il marchio dell’ecologicamente corretto funzionerà e non solleverà le inquietudini dei clienti che si affollano nei supermercati.

          Questo è, eticamente, il punto: siamo di fronte a un ravvedimento dei grandi signori del consumo, o come sospettano molti diffidenti, a una astuta operazione di comunicazione? Di amministratori messi per di più alle strette dalle pressioni degli investitori e dei poteri pubblici che esigono carte chiare in tema di provenienza dei prodotti e di tutela della natura? C’è chi ricorda maliziosamente che proprio i solerti pionieri di Wal-Mart sono alle prese con una colossale «class action» per discriminazione sessuale nei suoi grandi magazzini! L’indagine Eurosif, curata da Ernst&Young e pubblicata da La Stampa, Le Monde e El Paìs dimostra che sulla via della virtù bisogna fare ancora molti passi. Esempi: nel 2006 meno dell’un per cento dei prodotti alimentari venduti sono prodotti dal commercio solidale in Europa e negli Usa. Per l’agricoltura biologica non si va oltre il 4% negli Usa e il 2% in Europa. Una miseria. Un dato conforta: è il doppio del 2002. La retorica un po’ stucchevole dei grandi convegni ecologici mondiali che denunciano l’assassinio quotidiano della Terra ha, quanto meno, aguzzato la coscienza dei consumatori. Gli investitori a loro modo hanno già trasformato l’ecologia in un buon affare. Le imprese create negli anni Settanta e Ottanta ai tempi della prima voga ecologica, ora sono quotate in Borsa e sono state giudiziosamente inglobate dai grandi gruppi. In attesa di contribuire alla loro buona coscienza certo provvedono a arricchire i dividendi.