Iper e super crescono a rilento

22/06/2004
    del lunedì

    sezione: ECONOMIA

    data: 2004-06-21 – pag: 9
    autore: EMANUELE SCARCI
    DISTRIBUZIONE MODERNA • Fino al 2008 il peso sulle vendite dovrebbe aumentare a un tasso annuo dell’1,4%
    Iper e super crescono a rilento
    Secondo i gestori gli orari e i giorni di apertura limitati frenano i consumi soprattutto nel comparto «non food»
    Nel 2008 la quota della distribuzione moderna nei consumi commerciabili dovrebbe passare dal 44,6 al 51,6%, per un ammontare complessivo di 203 miliardi. La crescita media annuale sarà dell’1,4 per cento. Il commercio tradizionale dovrebbe scendere dal 43 al 35 per cento. Dalle stime di Rinascente, iper, super e hard discount si ritaglieranno, fra quattro anni, poco più del 60% dei 119 miliardi realizzati dall’alimentare fresco e confezionato, mentre le grandi superfici avranno oltre il 39% degli 83,4 miliardi del non food.

    Le previsioni arrivano in un momento forse di mutamento del trend dei consumi: se l’Istat segnala che nel primo trimestre la spesa delle famiglie è salita dell’1,5%, l’Isae conferma che il clima di fiducia dei consumatori è rimasto debole a maggio, a quota 94,2 (base 1980=100), e AcNielsen rileva che sempre a maggio il valore delle vendite grocery (prodotti confezionati di largo consumo) è in rosso per il secondo mese consecutivo.

    Le stime di Rinascente riflettono il trend recente della distribuzione moderna: nel 2003 il numero degli ipermercati è salito da 264 a 280 (in Francia sono circa 1.300), mentre i supermercati hanno sfiorato quota 7.700 (5.616 in Francia) da 7.437. Sull’apparente primato italiano nei super, per Benoit Lheureux, a.d. per l’area food del gruppo Rinascente, «si tratta di un’illusione ottica: la superficie media di vendita dei super italiani è intorno agli 800 mq contro i 1.200-1.300 di quella francese». Dal raffronto europeo emerge che nel 2003 in Italia la densità di iper e super è stata pari a 152 mq ogni mille abitanti contro i 235 della Francia e i 173 della Spagna. Ma quali sono gli effetti sulle aziende? «È un mercato complicato — aggiunge Lheureux — con margini sotto pressione. Sono quindi importanti le nuove aperture e la crescita dei volumi, perché le spese tendono a salire».

    Nel non food il calo della domanda è ancora più accentuato: fatto 100 il 1990, la curva si è assestata a fine 2003 a 93,2, in termini reali. Il food segna invece 98,4. Nonostante qualche timido segnale di ripresa, «preoccupa il contesto — sostiene Giovanni Cobolli Gigli, a.d. di Rinascente e presidente Faid (associazione della grande distribuzione) —. Ma pur calando il mercato, le formule che riescono a essere competitive sul prezzo e sul value for money risultano vincenti».

    Per Indicod-Ecr, associazione che raggruppa 30mila aziende del largo consumo, il rilancio della domanda passerebbe attraverso la modernizzazione del trade grocery e della distribuzione dei carburanti e l’efficienza delle public utilities. Ma come ammodernare il commercio? «Bisogna lasciare ai distributori il compito di definire i prezzi di vendita: oggi — conclude Lheureux — c’è una liberalizzazione modesta che crea inflazione, mentre orari e giorni di apertura limitati frenano i consumi».