Io perfetta crew girl costretta a chiedere il permessotoilette al fastmanager

La Repubblica 11 luglio 2001

http://www.repubblica.it/quotidiano/repubblica/20010711/cronaca/29poppa.html

Io perfetta crew girl
costretta a chiedere
il permessotoilette
al fastmanager

la testimonianza

ELENA DUSI


«Signor manager, posso andare a fare pipì?» chiedo con la paletta per le patatine in mano e il berretto di McDonald’s che mi cala sugli occhi. «La pipì? Proprio ora?». Verrebbe mai in mente a un soldato di fare la pipì mentre infuria la battaglia o a un chirurgo nel bel mezzo di un intervento? Allora perché una ragazza che lavora da McDonald’s deve andare al bagno all’una, l’ora in cui la gente affamata si accalca alle casse, i panini volano, le cannelle della Coca Cola sprizzano come fontane e le friggitrici spruzzano gocce d’olio bollente come fuochi artificiali? L’ora dei pasti da McDonald’s si chiama «rush», visto che qui la prima cosa che ti insegnano è l’americano McEronico e anche io, che prima non ero nessuno, ora sono diventata una «crew girl». Sono stata subito rimproverata perché ho detto: «Mi piace friggere polpette». Hanno definito il mio linguaggio «rozzo» e per affinare la mia cultura mi hanno messo di fronte alla Tv a guardare la vita di Ray Crock, l’inventore di uno speciale frullatore che non andava lavato quasi mai. Fu il primo socio dei fratelli McDonald’s, quindi è il fondatore di un grande impero e la sua biografia si intitola American Dream. «Anche tu – punta il dito contro di me Paul Newman dallo schermo – hai di fronte un grande avvenire con McDonald’s». In effetti la Tv mi fa vedere che i crew boys più bravi possono diventare manager e frequentare la Hamburger University ad Oak Brooks, nell’Illinois, per gestire un ristorante. Gli allievi si alzano a turno e recitano a memoria gli ingredienti dei McNuggets o dei McChicken. Anche se ho solo il compito di friggere patatine e guadagno 1,3 milioni netti ho subito voglia di fare carriera. Ma ho difficoltà a muovermi. Nei ristoranti McDonald’s non esiste l’attrito ed è impossibile camminare. Per spostarsi si scivola. Le palette sgusciano via come anguille. Tutto, dal pavimento al soffitto, è intriso d’olio e pattinare fra friggitrici e piastre che raggiungono i 130 gradi è la prima cosa che bisogna imparare per sopravvivere. Al momento del break, nella crew room, ognuno mostra ai compagni le proprie ferite da combattimento, le scottature. La seconda cosa che si impara da McDonald’s è che tutto ciò che si può risparmiare va risparmiato. «Il cono gelato – spiega il mio tutor – non va riempito dal fondo, ma dal bordo superiore». Così è più appariscente ma «si spreca» meno crema. Le polpette hanno lo spessore delle sottilette. Così c’è meno carne, si cuociono prima e si vendono di più. L’olio per le fritture va cambiato una volta alla settimana. Ogni mattina viene filtrato e manda un odore nauseabondo. E’ il lavoro che tutti noi evitiamo come la peste. Il secondo peggior compito è il lavaggio delle padelle unte. Mi spiegano che la «procedura» (tutto, da McDonald’s, prevede una procedura) avviene in tre fasi: lavaggio, igienizzazione, risciacquo. Presto ho una pila di stoviglie più alta di me. «Sbrigati che fra due ore si chiude». L’orario di chiusura è l’unica cosa più importante della procedura. Devo cambiare tecnica: una passata sotto il rubinetto e la pila è smaltita. Perché, come recita la pubblicità: «Qualità, Servizio, Pulizia e Valore. Questa è la formula vincente di McDonald’s».