«Io mi realizzo nel lavoro»

19/03/2004





 
 
19 Marzo 2004
ECONOMIA








 
 
«Io mi realizzo nel lavoro»
Lo dichiara il 90% dei giovani lombardi in una indagine Ires
GIORGIO SALVETTI


Chi dice che per i giovani la cosa più importante non è il lavoro? Secondo un’indagine realizzata dall’Ires dell’Università Bicocca di Milano, presentata ieri dalla Cgil Lombardia – davanti a una platea sguarnita di giovani – il 90% dei giovani lombardi cerca di realizzarsi nel lavoro. Alla faccia delle teorie post-fordiste, secondo la ricerca la professione è ancora al centro dei pensieri dei giovani. Le buone notizie finiscono qui. Tutt’altro che spensierati, pensano presto al futuro e sembrano avere le idee chiare su ciò che vogliono fare da grandi. Sono carrieristi. Vogliono gestirsi tempi modalità del lavoro. Pochi pensano al posto fisso. Conservatori, razzisti e non credono al sindacato. Più il lavoro è precario e flessibile più i ragazzi sembrano identificarsi velocemente con la propria professione. Su un campione di 1500 persone tra 15 e 29 anni, il 60,2% continuerebbe a fare lo stesso lavoro (39,4%) o cambierebbe posto di lavoro ma non professione. Solo il 39,4% invece vorrebbe cambiare strada. Il 45,3% è già sicuro di aver trovato una collocazione definitiva, il 21,6% invece pensa che sia definitiva, solo il 20,6% crede che sia provvisoria e il 5,5% ammette che dovrà cambiare. Oltre i 3/4 sono soddisfatti, o abbastanza, di quello che fanno, anche se la metà vive il lavoro con stress. L’85,9% è convinto che se venisse mandato a casa troverebbe un altro impiego: il 42,2% è sicuro che non sarebbe difficile.

Va bene che siamo nella ricca e laboriosa Lombardia, ma un po’ stupisce tanto fiducioso attaccamento al lavoro animato da berlusconiano ottimismo. E se il sindacato è soddisfatto di riscoprire che la dimensione del lavoro resta centrale e continua a essere la via maestra per nobilitare l’uomo, lo è meno di rilevare che i "valori" dei giovani lavoratori sembrano meno nobili. La ricerca fotografa 4 gruppi. Il 33,7% sono carrieristi, egoisti, conservatori e contro il sindacato. Sono tanto più convinti se senza lavoro e con bassa istruzione, oppure se hanno un lavoro a tempo determinato che però permette di elevarsi da origini sociali basse. Il 22,7% è invece relazionale, cerca cioè nel lavoro buone relazioni sociali: sono donne sole, di bassa istruzione, di destra e di origini contadine, oppure figli di operai occupati a tempo determinato in piccole aziende con voglia di incontrarsi dopo il lavoro anche per fare politica, ma di destra. Il 29,6% sono flessibili, lavoratori che vogliono gestire il proprio impiego. Se hanno un contratto a tempo determinato sono progressisti e di centrosinistra.

Ma la vera isola «rossa» è quella dei lavoratori a tempo indeterminato: istruzione alta, origini sociali medio-alte, più sindacalizzati ma con più interesse per le libertà di un lavoro flessibile che per le garanzie di un lavoro stabile. Solo il 14% pensa ancora a un lavoro sicuro, in piccola parte sono di origini sociali medio-alte, progressisti, diplomati e laureati con lavori instabili – insomma prodotti della disoccupazione intellettuale – ma la maggior parte sono operai a tempo indeterminato: conservatori, razzisti, ostili al sindacato.