“Io, lavoratore autonomo per scelta”

25/04/2001

 




Mercoledi 25 Aprile 2001



ECONOMIE
"Io, lavoratore autonomo per scelta": l’identikit della net economy

di Felicia Masocco


Appagati nell’essere autonomi, pochissimo attratti dal lavoro subordinato,
estremamente mobili, guardano alle organizzazioni sindacali e delle imprese
con laicità e insoddisfazione. E, soprattutto, indicano nella formazione un
passpartout, la password per minimizzare il rischio del precariato e per
rafforzare la propria identità di avamposti nel mondo della produzione.
Formazione quale surrogato delle forme tradizionali di tutela: c’è anche
questa tra le coordinate dei lavoratori net economy così come emergono dalla ricerca che Rassegna sindacale, il settimanale della Cgil, ha commissionato alla società Demetra e che apre lo speciale dedicato ai giovani in occasione del Primo maggio, interamente focalizzato sul lavoro nell’era di Internet.
Autonomia e formazione. Intorno al bisogno di nuovi saperi e conoscenze si snodano le opinioni fornite da un campione di 1022 lavoratori tra i 19 e i 40 anni (solo il 17% le donne). Sono stati scelti dalle stesse aziende in base al criterio delle elevate competenze tecnico-scientifiche. Le aziende,
a loro volta, sono state selezionate sfogliando le pagine gialle: un elenco, una banca dati infatti non esiste per attingere informazioni sul pianeta della networked digital economy. L’elevato bisogno di formazione(il 53% degli intervistati ha partecipato a corsi di formazione extrascolastici e, per il 57% lo ha fatto per iniziativa personale) è un’esigenza a più
facce. La formazione che non c’è, ad esempio, è argomento di recriminazione
verso il sindacato: solo il 22% si sente rappresentato, una dichiarazione di sfiducia che non fa distinzioni con le associazioni datoriali. Una parte del campione (il 24%) è infatti rappresentato da imprenditori. Per il resto si contempla il 37% di lavoratori subordinati a tempo indeterminato, il 24%
con partita Iva, l’11% di para autonomi e il 4% con contratti a termine.
Tra tutti, solo il 27% si dichiara interessato ad un lavoro squisitamente
dipendente. "Il passaggio al tempo indeterminato – spiega il sociologo
Tiziano Davanzo – viene vissuto come la conquista di una tutela, ma anche come l’arresto della capacità di crescita".
Una capacità che il campione individua invece nella formazione: per l’utilità di quella permanente si è espresso il 90%, i percorsi scolastici scolastica e universitari vengono ritenuti soddisfacenti da un esiguo 29%. Secondo la ricerca, inoltre, il 59% dice di godere di ampia autonomia rispetto al datore di lavoro, e il 74% di essere coinvolto nel lavoro di
gruppo. Il binomio autonomia-formazione, legato alla decrescente identificazione con il datore di lavoro, è indicato dall’alto livello di mobilità (quasi il 40%) e dalle nuove modalità di accesso al mercato del
lavoro: la net economy sbaraglia la vecchia rete di relazione (amici e parenti) e quella delle clientele. Per cercare lavoro ci si affida al curriculum: l’autopresentazione, il contare sulle proprie capacità. Il

lavoratore net economy ha una percezione di sé molto marcata.
E’ un altro segnale dell’individualismo che pervade un po’ tutte le risposte. E che si fa molto evidente in quel 78% che non si sente rappresentato dai sindacati. Motivo, trascura i nuovi settori (per il 37%),
non comprende i lavoratori atipici (il 19%) soffre di un’eccessiva politicizzazione. Nessuna pregiudiziale ideologica, però: piuttosto una sfida che il sindacalismo italiano dovrebbe raccogliere.