«Io costretta a licenziarmi perché ho avuto una bimba»

23/02/2010

Denuncia choc di una manager, interviene la Carfagna: si applichi la legge
MILANO — «Ciao Stefania, mi chiamo Piera, ho letto la tua storia sul Corriere. Anche io ci sono passata, non ero una manager, ma una semplice impiegata. Fatto sta che tornata dalla maternità le pressioni sono state tali che mi sono dovuta dimettere. Non mollare, per i nostri figli. Perché possano sempre sapere cosa è giusto e cosa no».
Diventa un caso la storia di Stefania Boleso, mamma-manager milanese costretta alle dimissioni al rientro dalla maternità. Dopo l’articolo di ieri, sono stati centinaia i messaggi di solidarietà come questo arrivati alla signora Boleso. Il racconto sul sito del Corriere è stato il più letto del giorno, con 115 mila clic e poco meno di 400 commenti.
Due le parole chiave della vicenda. Coraggio: perché la dirigente non ha omesso il nome dell’azienda che l’ha spinta alle dimissioni, la multinazionale austriaca Red Bull. Giustizia: perché molte mail parlano di situazioni simili. E della voglia di una mondo diverso, dove le donne non siano costrette a scegliere tra lavoro e famiglia.
«Mai mi sarei aspettata tanta solidarietà — si sorprende oggi Boleso —. Certo, qualcuno mi ha fatto notare che questa denuncia rischia di impedirmi di trovare un nuovo lavoro. Ma per una volta non ho voluto fare valutazioni di pura utilità. Ho preferito raccontare le cose come stanno».
Stefania Boleso oggi parla dalla sua casa nel centro di Milano e sullo sfondo si sentono i gridolini della figlia, la piccola Alexandra, un anno. «Quando rimasi incinta mai avrei immaginato che dopo pochi mesi mi sarei trovata qui, senza lavoro — racconta —. A 39 anni pensavo di potermi permettere un figlio. Tanto più che in azienda avevo sempre dato il massimo, creando da zero il dipartimento marketing di cui ero responsabile, con 28 persone e un budget da 18 milioni di euro l’anno da gestire».
Boleso si era organizzata per fare fronte al nuovo ruolo di mamma-manager. «Per essere tranquilla avevo assunto una baby sitter a tempo pieno. Il 30 settembre scorso ho ripreso il lavoro. A dire il vero non lo avevo mai lasciato del tutto: anche durante i nove mesi di maternità ho sempre mantenuto i contatti. Sono anche rientrata per partecipare a riunioni importanti. Fatto sta che quel giorno subito è squillato il telefono: «"Dottoressa, il direttore generale la aspetta nel suo ufficio". Senza giri di parole mi ha spiegato che non c’era più bisogno di me. E mi hanno proposto una buonuscita».
Lì per lì ha vinto l’orgoglio. Boleso ha deciso di fare la dura e ha rifiutato i soldi. Per tutta risposta l’azienda le ha tolto la vecchia mansione e l’ha sistemata in uno stanzone al piano terra, distante cinque piani dagli altri uffici. «Ho resistito poche settimane. Poi è arrivato il primo attacco di panico. Il medico del pronto soccorso mi ha detto chiaro che avanti così la situazione non poteva che peggiorare. Rischiavo l’esaurimento. Fossi stata da sola avrei tenuto duro. Ma ho una famiglia, non mi sono sentita di far subire questa situazione a figlia emarito. Così ho ceduto. Il 18 dicembre mi sono dimessa in cambio di una buonuscita».
Ora la vicenda della manager muove anche il palazzo. «Il grave episodio della manager licenziata dopo il periodo di maternità rispecchia tutta l’inadeguatezza nel definirci un Paese realmente moderno», si indigna il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna. «Mi dispiace che si debba evocare la legge per sanare un’ingiustizia che non dovrebbe essere frutto dei nostri tempi — continua Carfagna —. Da molto avremmo dovuto capire che un figlio non è solo una gioia per chi lo mette al mondo, ma anche un investimento e un servizio per il Paese, se proprio vogliamo ridurre la questione ad un fattore puramente economico. Detto questo, le leggi a tutela della maternità ci sono e non vanno considerate come polverosi soprammobili. Ma applicate nella loro interezza come strumenti di equità sociale».