“InVendita” Fassino: «la rete resti pubblica»

04/04/2007
    martedì 4 aprile 2007

    Pagina 2 – Primo Piano

    Italia in vendita
    il dibattito politico

      Fassino: “E’ strategico
      che la rete resti pubblica”

        PAOLO BARONI

        ROMA
        Mentre il governo cerca di mettere la sordina al caso-Telecom, Piero Fassino rompe il fronte. «E’ interesse strategico del paese che la rete Telecom resti italiana», dichiara a Sky TG 24 il leader dei Ds. Che aggiunge tutto il suo peso di primo azionista dell’esecutivo alla richieste già avanzate in questi giorni da Rifondazione, Pdci e Verdi. «Il mercato è il mercato» sostengono tutti, intanto però si rispolvera il piano-Rovati e si studiano possibili interventi per «salvare» la rete dei telefoni. La cosa non piace al presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo: «La politica non si intrometta, lasciamo parlare il mercato».

        Per il leader della Quercia «non è in discussione il diritto dell’azionista di vendere azioni ad un prezzo congruo, nè il fatto che intervengano degli operatori stranieri. La questione è che Telecom dispone anche della rete su cui corrono tutte le telefonate, mentre in altri paesi questa distinzione tra chi gestisce la rete e chi fa l’operatore esiste». E quindi manda un messaggio a Prodi: «Non tocca a me decidere cosa deve fare il governo, dico solo che ha il diritto di preservare il controllo nazionale della rete». Anche ripescando il piano Rovati?, chiede il conduttore. «Quel piano – risponde Fassino – prevedeva che la rete tornasse in mano pubblica, ma non la telefonia. Non mi sembrava un piano scandaloso».

        Messo di fronte alla possibilità di chiamare in causa Silvio Berlusconi per salvare l’italianità di Telecom, Fassino non chiude del tutto la porta. «Berlusconi è un imprenditore privato nel settore delle tlc. Quindi in un libero mercato può fare un’offerta. Quello che mi chiedo è se Berlusconi sia l’unico imprenditore che possa farsi avanti. Mi chiedo, ad esempio, se quel consorzio di istituti bancari che fino a ieri veniva evocato come una soluzione, e che comprende i principali istituti di credito italiani tra cui Capitalia e Intesa San Paolo, non possa farsi avanti. Magari sollecitando imprenditori forti di un sostegno finanziario». Su Mediaset, il parere del ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, però è differente: «Nei telefoni non può entrare». Conferma l’ex ministro Mario Landolfi: «Servirebbe una legge ad personam».

        E il governo? Il premier tace e come lui molti ministri. Commenta il portavoce di Forza Italia, Paolo Bonaiuti: «Prodi teme più per la stabilità del governo che non per la salvaguardia di un’impresa italiana». Il ministro per l’Attuazione del programma Giulio Santagata, invece, spiega che l’esecutivo al massimo «può vigilare, perché poi il mercato è libero ed è giusto che operi». Ma sia Rifondazione, col presidente della Camera Fausto Bertinotti in prima fila, sia i Verdi non mollano la presa e chiedono che se ne discuta al più presto in Parlamento.

        «Certo, essere arrivati a questo punto significa che dalla vicenda Telecom è il sistema Italia a non uscire bene», annota con una punta di amarezza Montezemolo. Secondo il quale, però, «siamo di fronte ad una operazione di mercato, con aziende industriali, e le regole del mercato devono essere sempre il nostro punto di riferimento non solo quando ci fanno piacere, come nel caso dell’operazione Enel in Spagna». A suo parere la strada da seguire è «quella di un mercato aperto, con regole certe, che guarda all’efficienza e alla competizione, senza ingerenze politiche. Laddove ciò si realizza le aziende migliori crescono e possono proporsi come soggetti protagonisti sui mercati internazionali».

        Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani non è della stessa idea. «L’azionista è libero di fare i suoi interessi – afferma – ma c’è un problema, che non tutela l’azienda: questo è abbastanza evidente». Il rischio è che l’arrivo di At&t e America Movil nel capitale di Telecom si traduca poi in uno «spacchettamento dell’azienda», in «un impoverimento industriale del gruppo». E quindi del Paese.