“Intevista 1″ G.Epifani: «Uno sciopero giusto contro Berlusconi»

29/11/2004
    sabato 27 novembre 2004
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    «Uno sciopero giusto contro Berlusconi»
    Epifani: il governo premia l’1% del Paese e colpisce lavoratori e pensionati

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        Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, grazie, innanzitutto, per aver accettato l’invito dell’Unità a partecipare a questo forum. Il governo presenta la Finanziaria, annuncia la “riforma” fiscale e martedì c’è lo sciopero generale: lei pensa che il significato della protesta sia ben compreso dall’opinione pubblica? Si capisce che cosa è in gioco?

          «Lo sciopero ha come obiettivo la critica all’impianto, alle proposte e agli obiettivi della Finanziaria, quindi la politica economica e sociale del governo. La manovra fiscale che premia l’1% della popolazione è l’ultimo elemento di una politica economica che noi contestiamo completamente. La nostra protesta è molto forte anche per questo visibile e ricercato tentativo di ridurre qualsiasi interlocuzione, fino ad annullarla, con le rappresentanze sociali, il sindacato, ma anche Confindustria, Confcommercio, le Regioni, i Comuni, le Province. Questa è la quarta Finanziaria sbagliata, è una manovra che non fa rigore vero né sviluppo, in una fase in cui il Paese avrebbe bisogno di una spinta, di investimenti. Non sostiene i redditi, in modo particolare del lavoro dipendente e dei pensionati. Si fa una redistribuzione del reddito alla rovescia, si dà tantissimo a pochi, già avvantaggiati dalla politica fiscale del governo. Rimane il problema del Mezzogiorno, il grande dimenticato, non c’è nulla per le infrastrutture, si riducono le spese e gli investimenti per settori fondamentali come la sanità, la scuola, la sicurezza. Quando il governo ci illustrò la Finanziaria, disse che nel giro di una settimana sarebbero ripresi i confronti su sviluppo e difesa dei redditi: sono passate otto settimane e da allora noi non siamo stati neanche convocati. Tutto questo si trascina, poi, il corollario dell’assenza di risorse per i rinnovi dei contratti pubblici. Il blocco del turnover nel pubblico impiego non porterà a 75mila lavoratori in meno, saranno tre volte tanto. E in questo modo la sanità, la scuola, la sicurezza non potranno funzionare. Vorrei dire poi che i dipendenti pubblici sono lavoratori, non “collaboratori” come ha detto il presidente del Consiglio. Così si spiega la protesta del sindacato».

          Il sindacato è in grado di raccogliere altri consensi in questa battaglia?

            «Su questa Finanziaria non c’è quasi nessuno che sia d’accordo. Cgil, Cisl e Uil hanno fatto, unitariamente, le loro valutazioni. In questi ultimi giorni vedo che le posizioni di Pezzotta sono particolarmente pesanti. I sindacati di destra, a partire dall’Ugl, esprimono una critica radicale alla Finanziaria. Tutto il sistema dell’impresa, è contro questo impianto. Per l’Anci è la peggiore Finanziaria da quasi sempre. Le Province hanno un giudizio analogo e anche le Regioni sono critiche. Credo, dunque, che la ragione della protesta sia abbastanza percepibile nella sua forza e anche largamente condivisa. Non mi nascondo, naturalmente, che c’è una parte del Paese – secondo me minoritaria – che legge in questa azione strumentalità che non ci sono. Questo è il quinto sciopero nei quattro anni dell’azione del governo: è evidente che ci si chiede se uno sciopero in questa condizione sia in grado di cambiare le cose. Però è un’impostazione che non vede altre risposte, perché non possiamo arrivare alla tesi opposta, in base alla quale, stante un governo che è auto-referenziale, che non vuole ascoltare il sindacato e neanche l’impresa, che procede per la propria strada in un rapporto diretto con l’opinione pubblica e con i cittadini, il sindacato si deve inibire la possibilità di usare lo strumento più forte possibile e cioè lo sciopero generale. Penso che lo sciopero sarà molto, molto partecipato e che avremo le piazze piene, soprattutto dove ci sono problemi sul terreno dell’occupazione e della crisi industriale e in tutto il Mezzogiorno».

            Se la Finanziaria ha contro tutte le realtà sociali, i corpi intermedi di rappresentanza, qual è la filosofia che la sostiene?

              «In questi anni di governo quasi tutti i problemi del Paese si sono accentuati. Si è azzerato o quasi l’avanzo primario; abbiamo avuto un tasso di inflazione reale molto pesante; non abbiamo avuto politica dei redditi, quindi una parte dei redditi da lavoro e da pensione vive una fase molto critica, lo confermano anche gli ultimi dati su consumi. Il Mezzogiorno, come ho detto, è stato abbandonato. È aumentato il tasso di occupazione, ma in un’economia che è ferma questo è indice di grande flessibilità e precarietà. Il sistema industriale è peggiorato. Tutto questo dovrebbe portare un grande disincanto nei confronti dell’azione del governo. È quanto emerge dagli ultimi sondaggi, ma fino alle elezioni europee questo disincanto non si è tradotto in uno spostamento consistente di voti».

              Lei come se lo spiega?

                «Io penso che ci siano due spiegazioni: la prima è la capacità comunicativa di questo governo che è ancora molto forte. Una risorsa impropria che l’esecutivo usa è quella di raffigurare un Paese che non corrisponde a quello vero, cambiando di volta in volta i terreni fondamentali della comunicazione. Il governo ha problemi sul Mezzogiorno? Sulla politica industriale? Sceglie immediatamente un altro terreno, in questo caso le tasse. Ha fatto così in tutti questi anni. Alla lunga, tra il Paese reale e la raffigurazione virtuale del Paese sarà quello reale a prevalere, ma non c’è dubbio che così Berlusconi mantiene un collante di consenso. Poi c’è un secondo aspetto: accanto ad una parte del Paese che si è impoverita in questi anni c’è una parte che si è arricchita, che è stata premiata. Penso alle grandi ricchezze, ai grandi patrimoni, a chi attorno ai condoni edilizi ha avuto vantaggi consistenti, personali, familiari. Una parte non trascurabile delle libere professioni, di quelli che attraverso la rendita di posizione hanno potuto, ad esempio, alzare i prezzi senza che nessuno sia mai intervenuto. Questa parte del Paese conferma il suo consenso al governo».

                Quando la destra vinse le elezioni si parlò del blocco sociale che si era creato intorno a Berlusconi il quale citò il «popolo delle partite Iva» in contrapposizione al reddito dipendente tutelato dalla sinistra e dal sindacato. Crede che anche questo «popolo» oggi sia scontento?

                  «La parte “obbligata” delle partite Iva, cioè gli “autonomi” che in realtà fanno lavoro subordinato, a mio avviso esprimono una posizione molto critica. C’è, poi la parte rappresentata da tutta l’area delle professioni: ho l’impressione che lì il consenso sia ancora rilevante. Tutta quella parte, invece, delle partite Iva relativa alle attività di fornitura o sub-fornitura oggi vive una forte crisi e avverte l’assenza di una politica industriale. Non c’è soltanto la crisi dei grandi gruppi o dei grandi nomi, cioè quella che va sui giornali. La parte più sotterranea della crisi è che tutta una parte della componentistica o delle attività di fornitura o sub-fornitura sta saltando. Cominciò la Fiat con l’indotto messo in difficoltà ed è continuata, perché l’operazione di pressione sui costi fa sì che oggi si delocalizzino i beni intermedi che servono alle produzioni finali».

                  A proposito di Fiat, che cosa sta succedendo? Finisce agli americani?

                    «La situazione è poco chiara. Avevamo detto che se la Fiat non progrediva in un mercato che cresceva, quando il mercato fosse andato indietro avrebbe avuto molti più problemi. Delle tre grandi componenti industriali dell’azienda, due vanno bene: l’Iveco e le macchine agricole e tenderanno ad andare sempre meglio. Si è ridotta la perdita del settore dell’auto, ma non è uscito dalla crisi, e si sposta di anno in anno il punto di pareggio del bilancio. Ora, se l’azionista intende puntare sull’azienda, questo va detto esplicitamente e vanno fatte scelte sull’automobile. Vanno trovate delle risorse aggiuntive a quelle che il piano prevede. E se le risorse sono un problema, si veda come affrontarlo: qui c’è il ruolo delle banche, il convertendo, si possono trovare nuovi imprenditori, un po’ di ruolo del pubblico che aiuta. Non credo che bisogna scandalizzarsi di nulla visto che ci sono aziende pubbliche francesi che vanno bene e la proprietà di aziende automobilistiche tedesche in mano ai lander. Se però la la famiglia decidesse di no, allora bisognerebbe capire che cosa succede. Ci sono imprenditori in grado non di fare scalate, ma di fare investimenti? Che ruolo deve avere il governo in questo? Io credo che il Paese non possa fare a meno di un’industria automobilistica che tra diretti ed indiretti dà lavoro a quasi un milione di persone, ancora adesso. Bisogna salvarla a tutti i costi, chiamando la famiglia a decidere. Poi bisognerebbe avere un po’ di coraggio nella scelta delle partnership».

                    General Motors non va bene?

                      «General Motors vuol dire la chiusura di tre quarti della produzione italiana, General Motors ha già problemi con l’Opel, General Motors ha problemi nel mercato americano e globale. Può essere qualche gruppo europeo, ma i francesi hanno macchine concorrenti con la Fiat, il gruppo tedesco, quello a cui ci si può riferire, non so se abbia le risorse necessarie. Resta il Giappone, ma è un terreno difficile. Mi sono anche interrogato: perché no la Cina? È una terra di grandi capitali. Sono interrogativi aperti e, oltre al sindacato, dovrebbe esserci qualcun altro a interrogarsi ed a dare risposte».

                      Tornando alla capacità comunicativa del governo e alle tasse. Come fare per evitare che il sindacato e la sinistra appaiano, anche in vista delle elezioni del 2006, come quelli che non vogliono ridurre le tasse? Come si fa a far capire al Paese che questa riduzione è sbagliata?

                        «Spostando il baricentro del confronto dal tema delle tasse al tema della Finanziaria e ai suoi limiti, cioè al tutto, non a una parte. Dopo i sondaggi negativi, Berlusconi negli ultimi giorni è stato abile a spostare l’attenzione sul terreno a lui più favorevole per una parte del suo elettorato e dell’opinione pubblica. Sulle tasse, poi, bisogna decidere un ancoraggio. In questi giorni abbiamo ascoltato molti esponenti politici dire: "Attenzione, la promessa di riduzione delle tasse di Berlusconi è solo un ottavo di quella che aveva promesso nel contratto con gli italiani". Questa è una tesi vera, ma è il modo forte per rispondere a questa offensiva?. C’è chi dice che, in realtà, parlando solo di riduzione non si tiene conto del problema dell’allargamento della base dei contribuenti che oggi sfugge ai propri doveri fiscali. C’è una parte del Paese che, anche in virtù dei condoni e delle modalità dei condoni genera sempre meno gettito ordinario al fisco italiano. C’è, oltre questa, l’obiezione del rapporto tra il principio della tassazione e il principio dei servizi pubblici. Su questo credo che la sinistra e il centrosinistra, meno il Sindacato, devono superare una qualche paura».

                        A quale paura si riferisce?

                          «Quella generata dall’idea che una parte del blocco di riferimento di questo governo – Forza Italia e Lega soprattutto – ha del rapporto tra le tasse e il ruolo dei servizi pubblici. Il “pubblico” viene visto sempre come fonte di inefficienza e di spreco e, alla fine, di peso, di intralcio all’attività del Paese. Invece non si pone mai correttamente l’attenzione che quando parliamo di questi servizi pubblici, parliamo di questioni che stanno a cuore ai cittadini. Bisogna avere la forza di stabilire un rapporto corretto tra la battaglia per un servizio pubblico di qualità e la funzione delle tasse».

                          Ma opporsi alla riduzione delle tasse può essere impopolare.

                            «Noi non diciamo che non bisogna ridurre le tasse, diciamo che bisogna ridurle nelle forme giuste, prevalentemente a quella parte del Paese che in questi anni ha pagato di più, perché ha fatto il suo dovere di contribuente, perché non ha avuto il drenaggio fiscale, perché è quella parte che si è impoverita di più rispetto agli altri, il lavoro dipendente e i pensionati. Quanto agli incentivi all’impresa, si deve agevolare fiscalmente l’impresa che investe: in formazione, in ricerca, in innovazione, che investe nelle aree svantaggiate, Mezzogiorno e non solo. E se bisogna intervenire per ridurre una parte dei cunei fiscali sull’impresa, bisogna scegliere se usare l’Irap o usare la fiscalizzazione del cuneo contributivo. Io ho sempre preferito la riduzione del cuneo contributivo, perché vuole dire anche liberare il lavoro, soprattutto di quelle imprese dove gli incrementi di produttività sono scarsi. Quindi aiutare l’impresa e il lavoro relativamente più povero. Si può anche seguire la riduzione dell’Irap, però allora bisogna togliere dalla base imponibile dell’Irap una quota del costo del lavoro, perché quella è un’imposta che tra i tanti problemi che ha, ha anche quello di penalizzare le imprese che hanno più manodopera».

                            I vincoli di Maastricht vanno allentati? Riprendendo una definizione di Prodi, Luigi Angeletti ha detto che il Patto è «stupido».

                              «Su Maastricht abbiamo una opinione, noi come Cgil, ma dovrebbe essere anche abbastanza unitaria. Naturalmente i problemi che l’Europa ha di fronte sono diversi da quelli che aveva quando nacque il Trattato. Questo dovrebbe portare tutti i Paesi dell’Unione, in maniera coordinata e non a seconda della forza dei singoli, a reinterpretare il tetto del 3%. In maniera meno lassista? No, ci vuole sempre un po’ di rigore perché poi il giudizio dei mercati finanziari finirebbe per coinvolgere soprattutto un Paese come il nostro. Si è parlato di trovare un modo di scomputare tutti quegli investimenti, verificati e certificati, che attengono agli obiettivi dell’Agenda di Lisbona, cioè tutti gli investimenti che aiutano la crescita. Altro è, per l’Italia, pensare di usare l’allentamento dei vincoli per coprire la riduzione delle tasse, cioè per fare altre operazioni finanziarie, o per fare deficit».