«Intesa obbligata». Ma la Cosa rossa non si fida

28/09/2007
    venerdì 28 settembre 2007

    Pagina 11 – Politica

      DIETRO LE QUINTE

        «Intesa obbligata». Ma la Cosa rossa non si fida

          Pressing di Fassino e Rutelli per evitare la crisi nei giorni delle primarie del Pd

            Maria Teresa Meli

              ROMA — L’accordo tra Romano Prodi e la sinistra radicale corre sul filo del telefono. Anzi, sui fili del telefono perché gli interlocutori sono più d’uno. Il compromesso, a sera, sembra finalmente raggiunto. Ma il leader di Rifondazione Franco Giordano è ancora prudente: «Io sono diffidente: finché non vedo le cose scritte nero su bianco non ci credo». Sarebbero sei i punti della possibile intesa, sei le richieste a cui Prodi non ha detto di no. Anzi, al telefono con il ministro dell’Università Fabio Mussi il premier assicurava: «Non temere, me ne occuperò io personalmente».

              E pensare che la mattinata era cominciata male. E la nottata prima era finita anche peggio, con Fabio Mussi che commentava così, con i compagni della Cosa rossa, la performance in tedesco di Prodi, al vertice: «Dovevamo rispondergli " Achtung, banditen" ». Le prime ore del giorno dopo non stemperavano le tensioni. I leader della sinistra radicale decidevano la linea: voto contrario dei ministri. La parola d’ordine, ripetuta da Giordano, Diliberto e Mussi era questa: «Dobbiamo anche mettere in conto la rottura definitiva». Da Palazzo Chigi silenzio. Tanto che il capogruppo della Sinistra Democratica al Senato, Cesare Salvi, riassumeva la situazione con una barzelletta: «Siamo come quello che viene sodomizzato dallo scimpanzé e all’amico che lo crede preoccupato per l’increscioso accaduto risponde: "No, sono triste perché quello non mi chiama"».

              Ma la Cosa rossa poteva fare affidamento su Piero Fassino, Francesco Rutelli e Dario Franceschini. Tutti e tre a spiegare a Prodi: «Guarda che devi fare l’accordo, non ci sono alternative». Già, perché i leader del Pd non hanno nessun interesse a vedersi rovinare le primarie da una crisi di governo. Per farla breve, i partiti hanno giocato di conserva impedendo al premier di fare la sua partita solitaria. Si è arrivati così al compromesso in sei punti. Primo, il taglio delle tasse alle grandi imprese deve avvenire a saldo zero; secondo, il lavoro dipendente va sostenuto tramite il recupero del fiscal drag o (misura questa che piace alla Cgil) attraverso la detassazione degli aumenti del contratto nazionale; terzo, l’abolizione dell’Ici per chi ha un reddito di 50 mila euro l’anno in giù e gli sgravi fiscali per gli affitti; quarto, la stabilizzazione del precariato nella sanità e negli enti locali; quinto, le risorse per la ricerca e per il mantenimento degli accordi di Kyoto. Il sesto punto è un assai vago abbattimento dei costi della politica. All’appello manca il settimo punto, quello per cui era nata la rottura. La sinistra radicale accetta che la tassazione delle rendite finanziarie non sia nella legge di bilancio, ma chiede che comunque venga presentata una proposta su questo entro l’anno. «Ora — era il commento di Giordano — bisognerà vedere che cosa farà Dini…». Anche per questo la sinistra radicale si mostra assai prudente. E il Welfare? «Quella sarà una partita dura che ci giocheremo a ottobre», si limita a dire il leader del Prc.

              Ma mentre da una parte si tentava il compromesso, dall’altra il governo rischiava con il decreto sulla sicurezza stradale, a rischio di numero legale, in serata, alla Camera. I deputati si affrettavano a entrare in aula. «Mi hanno precettato perché sennò dicono che l’esecutivo cade», spiegava il rifondarolo dissidente Salvatore Cannavò. «Già, non possiamo farlo cadere sul codice stradale — gli faceva eco Antonello Falomi —, meglio aspettare le pensioni…». Dunque, le fibrillazioni continuavano, tanto che in Transatlantico, tra i forzisti ma anche nelle file della maggioranza, girava voce che il governo avesse trattato con l’opposizione lo slittamento del ddl Gentiloni da ottobre a gennaio pur di mandare in porto questo decreto che è in scadenza. E le fibrillazioni si riversavano tutte su Rifondazione, i cui parlamentari sono sempre più in sofferenza: «A questo punto è meglio star fuori dal governo», sbottava in serata Francesco Caruso. E per fortuna che il deputato del Prc non aveva sentito il tesoriere ds Ugo Sposetti, che mezz’oretta prima spiegava: «Non ci sarà crisi, perché i poteri forti sono tranquilli: il mio amico Enzo Visco anche in questa Finanziaria ha dato un sacco di cose alle imprese». Una bella soddisfazione per Caruso & company…