“Interviste” Cgil-Cisl, proposta unitaria cercasi

16/12/2003


        Domenica 14 Dicembre 2003

        FORUM SULLA PREVIDENZA
        Sindacati a confronto sulla riforma: uniti dal «no», ma il piano comune non c’è ancora
        Cgil-Cisl, proposta unitaria cercasi
        Il disegno di legge delega che riforma il sistema
        previdenziale è «congelato» fino al 10 gennaio.
        Il sindacato, compatto nel dire no al Ddl di Roberto Maroni e Giulio Tremonti, ha strappato una tregua armata nell’incontro di mercoledì scorso a Palazzo Chigi. Ma il Governo insiste a chiedere a Cgil, Cisl e Uil una
        controproposta in grado di garantire gli stessi benefici sulla finanza pubblica.
        Le tre confederazioni hanno pochi giorni di tempo per decidere se presentare un progetto unitario di revisione delle pensioni. Compito che si annuncia arduo date le storiche differenze di impostazione. Lo stesso segretario
        della Uil Luigi Angeletti, in un’intervista pubblicata
        sul Sole-24 Ore di venerdì scorso, ha spiegato che è difficile un’intesa tra i tre sindacati sul merito degli interventi da compiere per raggiungere l’equilibrio del sistema previdenziale.
        Il Sole-24 Ore ha posto a Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil, e a Pierpaolo Baretta, segretario confederale della Cisl, sei domande per capire se è ipotizzabile l’individuazione di una linea comune delle maggiori confederazioni. La discussione verte
        essenzialmente sulle pensioni di anzianità ovvero
        sui requisiti necessari per beneficiarne.
        Il Governo punta nella delega su un minimo di anni di contribuzione (40) ma il viceministro dell’Economia Mario Baldassarri ha accennato a una disponibilità a ragionare in termini di "quota" cioè di somma tra età
        anagrafica e età contributiva.

        Sei domande
        1-Il sindacato lamenta una non equilibrata ripartizione delle risorse destinate al Welfare e chiede un riassetto del sistema di stato sociale. Ma questa richiesta non equivale,
        implicitamente, ad ammettere che esiste un problema-previdenza?
        2- Il Governo propone il vincolo di "quota 40" di contribuzione per la pensione dal 2008. Ciò genera
        un forte scarto tra vecchie e nuove regole. È disponibile a introdurre un sistema di gradualità?
        3- Nel Governo esiste una proposta Baldassarri che sostituisce il vincolo di 40 anni di contributi obbligatori per l’uscita con l’innalzamento dei requisiti minimi della Dini
        (cioè 35 anni di contributi e 57 di età che, sommati, danno la cosiddetta "quota 92") a un livello di "quota 94-95". È una strada percorribile? Se sì, a partire da quando?
        4- Aliquota di computo e aliquota di finanziamento: oggi per gli "autonomi" (artigiani, commercianti e coltivatori diretti) c’è uno scarto del 3-3,5% tra i contributi effettivamente versati e quelli considerati ai fini dell’assegno di pensione. Per i lavoratori dipendenti questo scarto è dello 0,3 per cento. È un tema da affrontare?
        5- Nella delega in discussione al Senato il Tfr viene destinato obbligatoriamente ai fondi integrativi (salvo scelta del lavoratore tra fondi chiusi e aperti). Lo considera un tema risolto o la discussione va ripresa?
        6- La commissione Lavoro del Senato ha inserito la decontribuzione (il taglio di 3-5 punti delle aliquote dei nuovi assunti) tra le materie rivedibili. Qual è il suo giudizio?


        Lapadula / Segretario confederale Cgil
        Gli incentivi sono la strada maestra


        1- No, la nostra spesa pensionistica, insieme a quella svedese, presenta la più bassa dinamica di crescita della Ue. Noi rivendichiamo, invece, un graduale adeguamento delle risorse per il welfare alla media europea. L’Italia è sotto di circa 2,5 punti di Pil. Nello scorso decennio il sindacato ha contribuito a contenere la spesa sociale per risanare la finanza pubblica. Il patto era che parte del dividendo del risanamento sarebbe andato allo stato sociale. Questo Governo non intende rispettarlo e per dare credibilità alla sua gestione della finanza pubblica vuole ridurre ulteriormente la spesa sociale per circa un punto di Pil e utilizzare i risparmi sulle pensioni per una riforma fiscale a favore dei ceti più abbienti. Questo spiega anche le modalità dei tagli: si ricavano risorse ingenti a partire dal 2008 e si peggiorano, come ha dimostrato Tito Boeri, i conti a partire dal 2024, nella fase più critica della gobba. 2-Il vincolo dei 40 anni di contribuzione è ingestibile. Nei fatti la pensione di anzianità verrebbe abolita: le donne non andrebbero in pensione prima di 60 anni e gli uomini di 64. Lo scarto tra vecchie e nuove regole è quindi assurdo oltre che socialmente iniquo. Basta parlare con gli imprenditori: non ce n’è uno che ritenga gestibile questa novità. È chiaro, quindi, che se questa ipotesi diventasse legge bisognerebbe moltiplicare la spesa per gli ammortizzatori sociali o si finirebbe per gettare sul lastrico migliaia di lavoratori. La priorità non è, dunque, quella di innalzare l’età legale di pensionamento, ma quella di promuovere l’innalzamento del tasso di attività degli anziani, cioè dell’età di ritiro di fatto dal lavoro. Occorrono, quindi, incentivi non solo per i lavoratori, ma anche per le imprese, affinché comincino a investire nella formazione dei lavoratori over-45 e innovino l’organizzazione del lavoro. Bisogna pensare a un vero e proprio "Statuto della seniority".
        3- La proposta di Baldassarri è più complessa, riguarda anche la cartolarizzazione delle stock di Tfr per favorire il decollo dei fondi pensione. Sarebbe utile approfondirla e sarebbe altrettanto utile riflettere su qualche suggestione avanzata alcuni anni fa dal suo maestro Franco Modigliani. Penso alla possibilità di investire il Tfr che non va ai fondi pensione sui mercati finanziari e a ricavarne, salvaguardando integralmente i diritti dei lavoratori, risorse per fronteggiare la cosiddetta gobba demografica. La proposta delle quote, al tempo della Dini, venne scartata perché ritenuta addirittura più onerosa, in quanto potrebbero andare in pensione di anzianità anche lavoratori con meno di 35 anni di contributi. Non ha comunque senso parlarne oggi. Nel 2005 la riforma prevede una verifica: sarà quello il momento per prendere le decisioni. Siamo contrari a emendare la proposta del Governo: è sbagliata e va ritirata.
        4- Il tema di una più veloce riduzione dello scarto tra aliquota di computo e aliquota di finanziamento può essere affrontato subito, mentre per artigiani e commercianti l’aumento contributivo è chiamato a far fronte al deterioramento degli equilibri finanziari dei loro Fondi, per i lavoratori parasubordinati dovrebbe servire, almeno in parte, a migliorarne le prestazioni sociali.
        5- Il Tfr non può essere destinato obbligatoriamente ai fondi pensione, sarebbe socialmente iniquo e incostituzionale. In alternativa proponiamo il silenzio-assenso. Sembra che anche il Governo voglia accedere a questa idea ed è importante che su questa materia si siano delineate ampie convergenze. Tutti ritengono che si debba puntare prioritariamente sulle forme collettive di previdenza complementare, intese sia come fondi contrattuali sia come adesioni collettive ai fondi aperti. È un grave sbaglio che il Governo abbia messo nello stesso Ddl norme sui fondi pensione e norme sulla previdenza obbligatoria, si rischia così di perdere tempo.
        6- È un’intenzione positiva. La decontribuzione assesterebbe un colpo mortale al nuovo sistema contributivo e creerebbe pesanti problemi di sostenibilità finanziaria. La decontribuzione dei nuovi assunti, inoltre, determinerebbe gravissimi effetti distorsivi sul mercato del lavoro. In alternativa proponiamo di completare la fiscalizzazione degli oneri impropri e di fiscalizzare parte degli oneri sociali a carico del lavoro dequalificato e meno retribuito.



        Baretta / Segretario confederale Cisl
        Sul sistema «quote» trattativa possibile


        1- Le due grandi questioni sociali, presenti in Europa, sono: la ormai raggiunta flessibilità del mercato del lavoro, che, in Italia, determina, a causa di una differenza clamorosa di contributi, un danno previdenziale grave per molti giovani e lo squilibrio demografico a favore di una elevata crescita della attesa di vita. Per affrontarle seriamente è bene aver presente che la spesa sociale italiana è tra le più basse in Europa. È all’interno di questo dato generale che si colloca quello della spesa per pensioni, che tende a superare la media europea del 2% sul Pil. Ma, diversamente dal resto d’Europa, nella voce previdenza sono conteggiate voci assistenziali pari a più del 2%. Conteggiarli correttamente non riduce la spesa generale, ma sdrammatizza quella per pensioni e consente una ripartizione più equa. Per questa ragione un negoziato serio non può limitarsi alle pensioni, ma deve riorganizzare lo Stato sociale.
        2- La proposta del Governo è sbagliata non soltanto perché determina uno "scalone" troppo alto il 1 gennaio 2008, ma, soprattutto, perché abolisce le pensioni di anzianità e annulla il principio di base del sistema contributivo che è la liberalizzazione della età pensionabile. Infatti, con le nuove regole si potrà andare in pensione o con 40 anni di contributi senza limiti di età o con almeno 65 anni di età per gli uomini e 60 per le donne. Questa regola si applica a tutti: a coloro che vanno in pensione col sistema retributivo e a coloro che accedono col contributivo. Quella che oggi è l’età massima diventa l’età minima. La gradualità non è la soluzione, perché diluisce l’errore, ma lo lascia inalterato.
        3- Premetto che l’unica proposta a noi pervenuta è, purtroppo, quella del Consiglio dei ministri e che se ci saranno formalizzate ufficialmente proposte diverse ci confronteremo volentieri. Poiché ci è stato finora spiegato che non si tratta di fare cassa, ma di affrontare la gobba che parte dal 2008, qualsiasi proposta non può che partire da quella data. Il problema non è sostituire il criterio dei 40 anni, che già la Dini prevede, proprio a partire dal 2008 e che va mantenuto, ma reintrodurre il secondo canale di accesso per le pensioni di anzianità e i 57 anni minimi per il contributivo. Personalmente penso che, in questa ottica, adottare, per il periodo che ancora resta del retributivo, una "quota" ci consentirà di gestire con maggiore flessibilità la transizione della Dini, mentre per il contributivo va recuperata la impostazione attuale. Per quanto riguarda la dimensione della quota essa dovrà dipendere da una obiettiva analisi dei dati relativi alla attesa di vita.
        4- Certamente. So bene che è un tema delicato, ma non è accettabile che il risanamento del sistema, sia a carico esclusivamente dei lavoratori dipendenti, anche perché, nella gobba indicata dal Governo, la spesa a carico dei lavoratori autonomi cresce più che proporzionalmente. Questa disparità va affrontata portando, da subito, ad almeno il 20% la contribuzione minima per coloro che sono attualmente al di sotto e prevedendo che in un arco di tempo lungo (dieci anni?) si uniformino tutti i contributi previdenziali a una sola aliquota.
        5- Negli ultimi anni il rapporto tra la pensione e l’ultima retribuzione tende a scendere e col contributivo ulteriormente. È necessario, dunque, arrestare la erosione delle prestazioni. Anzi, bisogna assumere la priorità di assicurare ai lavoratori una pensione che non scenda al di sotto di una soglia socialmente sostenibile (tra il 70 e l’80% dell’ultima retribuzione). Per realizzare questo obiettivo non è sufficiente la pensione erogata dallo Stato, ma è necessario che la previdenza complementare si diffonda tra milioni di lavoratori. Bisogna, dunque, incentivarla anche fiscalmente e superare la distinzione rigida tra fondi aperti e chiusi, individuando la formula di "fondi collettivi e negoziati". Noi pensiamo che senza arrivare alla obbligatorietà, che pure è presente, con buoni risultati, in altri sistemi, ad esempio quello francese, la formula del silenzio assenso ci consenta, assieme a una definizione delle garanzie, di realizzare l’intento di assicurare una giusta pensione a tutti.
        6- La decontribuzione è sbagliata. Nel contesto attuale si riduce a un taglio della pensione futura per i giovani. Quindi, più che rivederla, va eliminata dalla delega, per consentire di affrontare davvero i problemi come sopra indicati.