“Intervista”Becker: «L’Italia deve fare il salto, la flessibilità cancella il sommerso»

25/02/2002





Becker: �L’Italia deve fare il salto, la flessibilit� cancella il sommerso� Marco Valsania
NEW YORK – Il premio Nobel per l’economia Gary S. Becker non ha dubbi: pi� flessibilit�, a cominciare dalla battaglia contro le rigidit� sul mercato del lavoro, pi� deregulation e meno tasse sono una ricetta vincente anche per l’Europa. Anzi, sono una medicina necessaria se il Vecchio continente vuole davvero reggere il confronto con la locomotiva economica americana, che ancora oggi si prepara a lasciare nella polvere, sui binari della competitivit� e dell’efficienza, i paesi d’Oltreoceano. E che grazie a questa sua vitalit� di fondo dovrebbe guidare la classifica della crescita anche nei prossimi anni, una volta uscita dalla morsa della crisi in corso. Gli sforzi europei in senso riformatore, sottolinea l’economista che ricevette il Nobel nel 1992, non sono mancati e non mancano: le riforme avvenute e anche quelle in discussione sono passi nella giusta direzione. Comprese le nuove proposte in Italia sul fronte dell’occupazione, dal ripensamento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori agli incentivi a nuove tipologie di contratto, fino all’apertura agli uffici di collocamento privati. Gli eccessi di rigidit�, regole e tassazione – spiega – hanno effetti perversi: alimentano una disoccupazione e condannano al sommerso interi settori produttivi, non solo in Paesi come l’Italia ma anche come la Germania. Becker ha le carte in ragole per intervenire su questioni scottanti e controverse: docente presso l’Universit� di Chicago, ha studiato con Milton Friedman. E uno dei suoi primi libri nel 1957, nato dalla sua tesi di dottorato, era dedicato a tematiche "calde" sul mercato del lavoro americano: gli effetti del pregiudizio e della discriminazione sui salari e le opportunit� di impiego delle minoranze etniche. Becker � inoltre "senior fellow" alla Hoover Institution presso la Stanford University, uno dei pi� prestigiosi centri di ricerca degli Stati Uniti. Dalla sua abitazione nei pressi di Chicago ha accettato di parlare delle differenze tra l’economia americana e quelle dei paesi europei e dell’agenda di flessibilit� all’ordine del giorno. Professor Becker, una delle ragioni tradizionalmente citate per spiegare la capacit� dell’economia americana di superare crisi e conquistare ruoli di leadership � la sua grande flessibilita. Come vede il confronto tra Stati Uniti ed Europa su questo terreno?
Gli Stati Uniti sono ancora molto pi� flessibili di qualunque nazione in Europa. Sotto tutti i principali punti di vista: dal mercato del lavoro a quello dei prodotti, alla facilit� con cui si pu� diventare imprenditori e creare aziende. L’Europa ha sicuramente compiuto progressi, esiste una maggiore concorrenza nella regione attraverso i confini nazionali, ma in molte aree il distacco dagli Stati Uniti rimane significativo. L’economia americana resta la pi� dinamica e la pi� competitiva e batter� i tassi di crescita europei nell’arco dell’intero prossimo decennio, se in Europa non avverranno drastiche riforme. Pi� in dettaglio, quali sono i punti di forza e debolezza che vede in Europa? Nell’insieme il quadro mi sembra misto. Sono state prese iniziative di liberalizzazione in settori come la telecomunicazioni e le compagnie aree. Nelle telecomunicazioni l’Europa potrebbe essere anche avanti in aree quali la telefonia cellulare. Le azioni su un capitolo come quello del mercato del lavoro, per�, soffrono ancora di eccessiva lentezza, in paesi come la Francia, la Germania e l’Italia. Ma l’Italia sta considerando proposte di liberalizzazione in questo campo e sar� importante vedere quale esito avranno.
Come giudica queste proposte? In Italia, per esempio, il Governo ha chiesto modifiche per l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori in relazione ad alcune categorie che oggi non sono protette da contratti a tempo indeterminato o sono lavoratori in nero. E spinge per agenzie di collocamento private e per incentivi a contratti pi� flessibili.
Sono mosse incoraggianti, anche se hanno generato proteste sindacali. Occorre, in generale, una maggiore flessibilit�. Gli ostacoli creati dalle rigidit� nell’economia spingono spesso verso attivit� sommerse e tra gli esempi c’� anche la Germania oltre all’Italia. Le agenzie di collocamento dovrebbero essere soprattutto private. E un maggiore utilizzo di forme contrattuali pi� flessibili potrebbe aiutare a sua volta ad aggirare le troppe rigidit�. L’Europa ha conosciuto tassi di disoccupazione superiori al 10% negli anni Novanta e adesso restano vicini al 9 per cento. Non ci sono ragioni, in termini di economia moderna, per tassi cos� elevati. Negli Stati Uniti, con la recessione, la disoccupazione � finora rimasta inferiore al 6 per cento. L’unica spiegazione per la performance europea pu� essere cercata nella rigidita’ del mercato del lavoro e nelle difficolt� alla creazione di nuove imprese�.
Un altro capitolo delicato rimane quello di riforme nel sistema pensionistico… I
n Europa esitono sistemi pensionistici generosi, a cominciare da Paesi come Italia e Belgio. Una riforma � necessaria, a base di una maggior privatizzazione del sistema e di una maggiore flessibilit� nei limiti all’et� lavorativa per i lavoratori pi� anziani.
Esistono secondo lei due Europe, una pi� propensa alle riforme ispirate alla liberalizzazione e una che oppone resistenza, e quali sono le prospettive?
Paesi come la Spagna e l’Olanda, oltre alla Gran Bretagna, sono parsi all’avanguardia. Ma credo stia aumentando la pressione anche su nazioni come la Francia e la Germania a favore di corsi riformatori. Entrambe avranno presto elezioni e dal dibattito potrebbero emergere nuove offensive di liberalizzazione. Gran parte degli economisti � convinta che occorra muoversi in questa direzione e anche l’ambiente culturale � cambiato rispetto a dieci anni or sono, oppone meno ostacoli. � per� difficile sapere quanto tempo richiederanno simili spinte per ottenere risultati. Con questo scenario alle spalle, che cosa pensa delle prospettive economiche dell’Europa? Sono ottimista sull’Europa, nonostante la previsione che probabilmente gli Stati Uniti continueranno a surclassare la sua performance nei prossimi anni. I progressi sono evidenti, ma occorrono ulteriori passi, in termini di mercato del lavoro e stimoli all’imprenditoria, con un’azione che tocchi sia gli aspetti di regolamentazione che di riforma fiscale.

Domenica 24 Febbraio 2002