“Intervista” Violante: «Articolo 18, tv e riforme: sarà un autunno caldo»

29/07/2002


 Intervista a: Luciano Violante
       
 



Intervista
a cura di

Piero Sansonetti
 

27.07.2002
«Articolo 18, tv e riforme: sarà un autunno caldo»


ROMA
Luciano Violante dice che la battaglia di autunno si svolgerà su tre campi: quello economico-sociale, quello della libertà e quello della riforma delle istituzioni. E dice che molte cose, nel futuro dell’Italia, dipenderanno dall’esito di questo scontro aperto tra destra e sinistra. È abbastanza ottimista. Crede che anche la fase della battaglia interna ai Ds, delle liti, dei dissidi, sia superata. E spende qualche parola di elogio per la minoranza (diciamo per il correntone)augurandosi che tra qualche mese si possa giungere ad una gestione unitaria del partito.
È stato importante il messaggio di Ciampi alle Camere?

«Si è stato molto importante. Il Presidente ha posto il problema della dimensione moderna della libertà. In Europa è la prima volta che la questione viene posta in termini così chiari e a livello così alto: il diritto all’informazione come elemento fondamentale dell’affermazione della libertà».

I partiti di governo hanno reagito con una certa indifferenza…

«Non tutti i partiti di governo. La verità è che tutti i partiti che hanno una tradizione antifascista e repubblicana hanno compreso perfettamente l’importanza del messaggio. E hanno fatto intervenire nel dibattito parlamentare i loro massimi esponenti: Fassino, Rutelli, Boselli, i capigruppo di Rifondazione e dei verdi, ma anche Follini, che è un esponente della maggioranza. Gli altri partiti – e cioè Forza Italia, Lega e An – che non vengono da queste tradizioni politiche antifasciste e repubblicane, hanno dato una lettura tecnico-burocratica del messaggio di Ciampi».

Qual è il tema dello scontro? L’esistenza o meno del pluralismo nell’informazione?

«Sì, c’è un problema di assenza di pluralismo. Soprattutto nell’informazione televisiva».

Anche nella carta stampata forse c’è qualche problema?

«Diciamo che nell’ambito televisivo viviamo ormai in pieno monopolio. Nella carta stampata le cose sono un po’ diverse. Anche lì, tuttavia, non c’è un eccesso di pluralismo…»

Anche perché c’è un regime tutt’altro che pluralistico nei centri di raccolta della pubblicità. E si sa che chi controlla la pubblicità controlla anche i giornali e le Tv, perché governa e decide come distribuire le risorse…

«Già, e se il 30 per cento del mercato pubblicitario è in mano a chi possiede tutte le tv private e ora anche quelle pubbliche, c’è poco da stare allegri…»
Cosa succederà ad autunno nella politica italiana?
«La battaglia si apre su tre terreni. Quello economico-sociale, quello delle libertà e quello istituzionale. Il terreno decisivo sicuramente è il primo. È in questione l’articolo 18, e quindi l’insieme dei diritti dei lavoratori; ed è in questione il problema della riforma dei contributi previdenziali. C’è in campo l’ipotesi di ridurre i contributi a carico delle imprese e così aumentare i profitti e mettere a rischio le pensioni. Noi invece dobbiamo lavorare per una competitività italiana basata sulla ricerca e l’innovazione e non sul taglio dei diritti. Poi ci sono le questioni di cui parlavamo prima, e cioè quelle della libertà e del diritto all’informazione. E infine c’è il tema delle riforme istituzionali. Noi siamo contrari all’elezione diretta del capo dello Stato. Crediamo che il problema della stabilità politica si sia risolto con la legge elettorale maggioritaria. Le ultime elezioni hanno dimostrato che con un’esigua maggioranza elettorale si possono avere 90 seggi di vantaggio in Parlamento. Più che sufficienti. Semmai oggi il problema è quello di trovare un sistema di contrappesi che consenta anche all’opposizione di svolgere il suo mestiere. Cioè che eviti lo strapotere della maggioranza».

Tu però non sei contrario a mantenere il maggioritario, che pure è una legge elettorale che comporta l’eccesso di potere della maggioranza…
«Sono per mantenere il maggioritario, e correggerlo fornendo all’opposizione più diritti e più strumenti; e sono per una legge elettorale a doppio turno».

Dobbiamo fare un’altra bicamerale?

«No, per carità. Votiamo con la procedura prevista dalla Costituzione: prima le commissioni permanenti e poi l’aula».

Violante, la battaglia interna ai Ds è destinata a proseguire in eterno, come una telenovela americana?

«Speriamo di no. Comunque nelle ultime settimane il clima mi sembra più disteso. Ora è molto importante come si va alla conferenza programmatica. Io credo che dobbiamo mobilitare tempestivamente un numero consistente di giovani intellettuali, trenta quarant’anni, ricercatori, scienziati, economisti – che ci sono, sono disponibili, intelligenti, pieni di idee – e dobbiamo lavorare con loro per ascoltare i suggerimenti delle nuove generazioni; il loro sguardo sul mondo è diverso dal nostro. Su questa base presenteremo alla società italiana una proposta organica di programma. E poi nel partito dobbiamo confrontarci su queste idee, superando le cristallizzazioni delle correnti»

Vuol dire che si può arrivare a una gestione unitaria del partito, cioè al coinvolgimento del correntone?

«Sì, io spero che si possa arrivare a questo».

La settimana scorsa sei stato a Genova, in piazza Alimonda, hai preso i fischi e poi hai detto che lo scorso anno i Ds hanno sbagliato a non esserci…

«Ho detto che abbiamo sbagliato perché non abbiamo capito. Non abbiamo capito Genova, non abbiamo capito il movimento, i problemi grandissimi che poneva. In politica gli sbagli si pagano. E si correggono. Per questo sono andato a Genova».

Ti hanno fischiato…

«In politica si prendono gli applausi e anche i fischi. Fa parte del lavoro».

Comunque su questi temi i Ds hanno perso un anno…

«No, in questo anno sono successe moltissime cose, si è discusso, ci siamo impegnati, si sono fatti grandi passi avanti. Il mio viaggio a Genova non è nato dal nulla. È la conseguenza di un lavoro. E devo dire che in questo ha avuto un merito notevole la minoranza del partito, che ha sempre spinto con molta energia perché i temi della globalizzazione fossero portati al centro dell’attenzione del partito».