“Intervista” Venturi: chi vuole deve potersene andare

23/02/2004

    21 Febbraio 2004

    intervista
    Raffaello Masci

    «Buona mossa, ma s’è perso tempo»
    Venturi (Confesercenti): chi vuole deve potersene andare

    Nell’insieme, dottor Venturi, questa ennesima edizione della riforma delle pensioni convince Confesercenti, o la considerate una riformetta come sostengono alcuni ambienti imprenditoriali?
    «Ci convince il fatto che le pensioni dovevano essere riviste. Ci convince la quota di risparmio dello 0,7% del pil, e anche l’innanlzamento graduale dell’età pensionabile. Dico solo, per rimanere sulle generali, che se avessero fatto più in fretta ci saremmo risparmiato tutti questo stillicidio di rinvii e trattative estenuanti. Ma qui credo che l’errore sia stato del governo, che è entrato in gioco a gamba tesa, presentandosi subito con un una delega e quindi, sostanzialmente, alzando la voce».
    Nei corridoi delle organizzazioni dei commercianti, però, c’è un po’ di malumore di fronte all’ipotesi di «equiparazione» del vostro trattamento pensionistico a quello degli altri lavoratori.
    «Così come la mette lei sembra che vogliamo conservare un privilegio. La cosa va spiegata: noi paghiamo una aliquota di computo del 17,30% che sarà innalzata, gradualmente, entro il 2013 al 19%. Però fin da ora percepiamo un trattamento pensionistico come se pagassimo il 20%. Sembrerebbe giusto, in linea di principio che il nostro trattamento venisse equiparato alla nostra aliquota. Ma così non è: i fondi pensione percepiscono infatti la “Gias”, cioè un trasferimento statale a favore dei fondi in passività. Questo trasferimento a noi fu tolto a suo tempo perché eravamo in attivo, ma ora, che ci apprestiamo a tornare in passivo, nessuno intende restituircelo. Il punto percentuale in più, su cui ci si accanisce, in realtà va a coprire questo divario rispetto ad altri fondi. Toccarlo significherebbe non una equiparazione ad altri trattamenti ma una ingiustizia evidente».
    Parliamo dei trattamenti di fine rapporto. Anche questa misura l’avete presa come una minaccia alla vostra capacità di autofinanziamento.
    «Allargherei la questione al sistema di previdenza complementare. Noi siamo d’accordi che si debba implementare. E siamo anche d’accordo che questo possa avvenire attraverso il trasferimento dei tfr nei fondi. Però non facciamo finta di non capirci: quei soldi erano comunque delle forme di autofinanziamento delle aziende. Chiediamo quindi che il governo concordi con noi sull’opportunità di trovare altre forme di finanziamento».
    La quota 95: 60 anni più 35 di contributi non vi convince?
    «Dobbiamo essere realistici. Ci possono essere dei lavoratori autonomi in difficoltà, che hanno bisogno di chiudere la loro attività e, se possono andare in pensione magari hanno convenienza a farlo. Incentiviamo i lavoratori a restare in attività – è la nostra proposta – ma diamo possibilità a chi lo desideri di ritirarsi. Senza rigidità e a parità di risparmio».