“Intervista” Vecchio (Postal Market): Ci mancano i nostri pacchi il senso di un fine comune

05/05/2003

              domenica 4 maggio 2003
              I lunedì al sole
              Aspettando il lavoro

              in sintesi

              A Peschiera Borromeo, alle porte di Milano, i lavoratori in cassa integrazione attendono di sapere se la Postal Market ha un futuro o se verrà inesorabilmente chiusa. Per ora vivono nell’illusione di un compratore, che ha un nome, Bernardi, imprenditore friulano,
              proprietario di una catena di negozi di abbigliamento, centosessanta punti vendita in tutta Italia, mille dipendenti, target medio-basso, produzione propria per il quaranta per cento del venduto. Non si
              conosce il suo piano: dovrà decidere il Ministero delle Attività produttive. I lavoratori possono solo aspettare e aspettare, in un’altalena di smentite e di rassicurazioni.
              Postal Market era stata l’immagine della felicità con la pubblicità che sembrava schiudere a tutti la porta del paese di Bengodi.
              Era stata fondata nel 1959 da Anna Bonomi Bolchini, la signora della grande finanza milanese, e aveva accompagnato passo passo la stagione del boom dei consumi, imponendo un modo di vendere e acquistare molto americano, estraneo alla cultura italiana. Così
              fino alla prima grave crisi, sancita nel 1990 dalla prima richiesta di cassa integrazione. D’allora la storia di Postal Market si è trascinata tra promesse di ripresa e nuovi momenti di crisi, sommando una cassa integrazione all’altra in un record che ha
              pochi riscontri nel nostro paese. Passata di mano in varie occasione, la Postal Market si trova di nuovo vicino alla “cessazione attività”: questione di giorni per sapere.

              Racconta Marina Vecchio: il peggio è l’ansia per il futuro.
              È un’ansia pazzesca, che non ti fa dormire la notte
              Alla Postal Market dal 1990 si vive una condizione di continua precarietà con le sessioni di cassa integrazione che si susseguono

              Ci mancano i nostri pacchi
              il senso di un fine comune
              ORESTE PIVETTA
              Con Postal Market sai uso la testa e ogni pacco che mi arriva è una
              festa… Era il 1988, il boom, dieci milioni di pacchi, record mai ripetuto. Una montagna di pacchi, un muro di pacchi smistati dalle poste italiane. Marina Vecchio era già lì, su quella montagna.
              E dopo?
              «Crollò il muro di Berlino e cominciò il crollo della Postal Market. Nel 1990 il pacco venne recapitato sul nostro tavolo: l’azienda comunicò la richiesta di quattrocento licenziamenti. Eravamo più di millesei. Voleva dire un quarto di noi cacciati, tra San Bovio e cioè Peschiera Borromeo, dove stava il nostro centro, il magazzino di Lainate, quello di Casaletto Vaprio, i nostri call center che una volta non si chiamavano così, agenzie telefoniche sparse per l’Italia e tutte della
              Postal Market».
              Ma almeno le lettere di licenziamento non partirono…
              «Non partirono. Partì la cassa integrazione e d’allora, ottobre 1990,
              dopo le trattative sindacali, prima sessione di cassa integrazione…
              Seguì la seconda sessione di cassa integrazione che precedette
              di poco la terza. Nel 1993 la Postal Market venne ceduta al gruppo tedesco Otto Versand, che gestì l’azienda fino al 1998, naturalmente
              ricorrendo alla cassa integrazione. Poi anche loro decisero di chiudere.
              Eravamo diventati ottocento. La Postal Market non chiuse.
              Nel gennaio 1999 l’acquistò il senatore Eugenio Filograna, allora
              di Forza Italia poi passato nell’Udr di Cossiga. Filograna mise mano
              all’impresa e ricorse alla cassa integrazione».
              E come si è conclusa la vicenda?
              «Siamo qui, naturalmente in cassa integrazione. Un’altra volta».
              Sono passati una una dozzina d’anni dalla prima cassa
              integrazione. Avete fatto il pieno. Peggio che alla Fiat…
              «Due su tre, per alcuni, due anni su tre…».
              Che cosa è stato peggio: lavorare senza sapere fino a quando o sopravvivere in cassa integrazione in attesa di tornare al lavoro e via di seguito? Una ruota senza fine. Le certezze non vivono dalle vostre parti…
              «Il peggio è l’ansia per il futuro… È un’ansia pazzesca».
              Da non dormire la notte…
              «Faccio fatica. Dopo tredici anni di sofferenza, non si riesce ancora a vedere dove finisce il tunnel».
              Come si resiste?
              «Bisogna pensarla in positivo. Speriamo che si riesca ad andare avanti».
              Un’altra volta aspettate un compratore. Quattro anni fa avevate
              creduto in Filograna. Che cosa è successo poi?
              «È successo che eravamo con l’acqua alla gola nei mesi successivi ci siamo resi conto che questo signor Filograna non era un imprenditore. Era un individuo sfuggente che magari sapeva incantare la gente e che vendeva entusiasmo a piene mani. Era presuntuoso, pensava di fare il
              Berlusconi bis».
              Un’impresa finita nel peggiore dei modi?
              «Sì. È finito a San Vittore e poi agli arresti domiciliari per un fallimento, non c’entravamo noi. La Postal Market e il suo salvataggio gli servivano all’immagine. Pensava di veder lievitare così il suo
              prestigio politico. Si definiva paladino dei diritti umani. L’aveva persino scritto nelle prime pagine del catalogo. È stato un disastro. Gli hanno regalato un’azienda lasciata dai tedeschi con i conti in buono stato, s’è indebitato tradendo clienti e fornitori, qualcuno dei quali è
              fallito per colpa sua. È finita che nel settembre del 2001 chiese al tribunale di Milano la dichiarazione dello stato di insolvenza».
              Perchè è andata così male?
              «Perchè Filograna ha sbagliato tutto e perchè le vendite per corrispondenza in Italia non hanno mai avuto una grande fortuna, per tante ragioni: un paese piccolo con una infinità di negozi, la mentalità degli italiani che vogliono girare, vedere, toccare e portare subito a casa, le lentezze delle poste, i tempi lunghi del catalogo che non riesce a star dietro alla volubilità delle mode. E poi la vendita per corrispondenza è la più esposta alla crisi. Fa perno sull’abbigliamento e quando si deve spendere meno, si comincia a tagliare da qui, a risparmiare sui vestiti… Altri hanno chiuso. Noi abbiamo resistito più di tanti altri. È proprio una storia italiana: in Germania, in Francia
              e in Inghilterra le cose vanno molto meglio. Però ci tengo a dire: abbiamo i nostri fedeli clienti, qualcuno ci scrive per solidarietà, non stiamo morendo per mancanza di clienti».
              La Postal Market è nata nel 1959, è cresciuta all’epoca d’oro del consumismo nazionale. Che aria si respirava in azienda prima della crisi, fino all’anno storico dei dieci milioni di pacchi?
              «Aria buona, tranquilla. Si lavorava. Conflittualità normale, ai rinnovi contrattuali».
              C’era molto ricambio?
              «No. La maggior parte di noi è nata e invecchiata qui dentro. Uno dei problemi d’oggi è questo: siamo vecchi per il mercato del lavoro, non abbastanza per andare in pensione. A me ad esempio mancano almeno sei anni».
              Ci pensi spesso alla possibilità di ritirarti?
              «Ci penso. Fino a qualche anno fa ero contenta, pensavo sarò ancora giovane quando raggiungerò i trentacinque anni, quante cose ancora potrò fare, quanto tempo potrò dedicare alla mia vita».
              Mentre oggi?
              «Mentre oggi sono purtroppo nella condizione di dire che fra poco compirò cinquantadue anni, che in pensione ci dovrei andare quando ne avrò cinquantotto, che non so ancora se ci arriverò alla pensione e questo mi far star male: se si chiude, con la mobilità che mi spetta
              non so come potrei pagare l’inps e con l’età che ho non so chi potrebbe prendere a lavorare. Rimettersi in gioco con la rapidità con cui cambia il mercato del lavoro non è facile. Sono disponibile, però
              è una gran brutta situazione. Cerco di dimenticarmene. Quando sto con i miei colleghi faccio l’ottimista. Quando mi trovo da sola, mi capita di pensarci su e di pensare male. Vedremo…»
              Quante persone sono nella tua condizione?
              «Sono tanti. Giovani ce ne sono pochi, quasi tutte donne con una bassa professionalità, operai di magazzino, impiegati di basso concetto, quarto livello del contratto del commercio. Le colleghe
              più giovani mi hanno chiesto consiglio».
              Che cosa hai risposto?
              «L’unica cosa che ho saputo consigliare è stato di frequentare corsi di formazione, per occupare il tempo, imparare qualcosa, arricchire il curriculum, presentarsi un po’ meglio. Naturalmente l’informatica è il pezzo forte. Se non sai usare il computer sei fuori gioco. Ma i segnali di ritorno non sono positivi: si fa fatica persino a trovare i posti per uno stage, che sono poi una prestazione di lavoro senza alcun compenso…»
              Che ruolo ha avuto il sindacato nella vostra vicenda?
              «Dopo tredici anni di poco lavoro e di molta cassa integrazione il sindacato è ancora il punto di riferimento per tutti. Non si sente la politica, mi sembrano un po’ tutti delusi. Ma il sindacato è
              un’ancora…».
              Quanto vi pesa essere in cassa integrazione?
              «Tanto. Soprattutto quando la cassa integrazione si somma alla cassa
              integrazione. Quattro o cinque mesi all’anno o ancora peggio sono
              un salasso per chi era arrivato a guadagnare dopo vent’anni un milione
              e otto al mese. Partiamo già malconci e non si legge mai la fine. Pensa
              a quelli che si sono incontrati e si sono sposati qua dentro. Sul capo
              hai sempre la stessa spada. Mi ritengo tra le fortunate: ho lavorato in un ufficio, quello degli acquisti, dove l’orario è stato meno ridotto».
              «La botta è stata pesante anche sotto l’aspetto psicologico.
              Se ne rende conto bene solo chi vive queste prove. Anche se il nostro
              sindacato ha sempre chiesto la cassa integrazione a rotazione: per
              equità, perchè qualcuno non venisse punito più di altri, per dare la
              certezza che finito il tuo periodo comunque rientravi».
              Sono stati utilizzati anche contratti di solidarietà?
              Abbiamo provato anche con quelli: riduzioni d’ore e riduzioni di paga mensile».
              Ci sono stati mai casi di depressione?
              «No, di storie di depressione non so nulla, di malattia vera non so nulla, anche se stare fuori sei o sette mesi diventa allucinante, ti senti escluso dal mondo, non hai più contatti, non ha più riferimenti.
              Depressi lo siamo tutti, ma vogliamo continuare a credere. In questo stato siamo per lo più donne e le donne non dico abbiano più risorse degli uomini, ma hanno più cose da fare: la spesa, i mestieri, la cucina, lavare, stirare… Una donna a casa sa sempre come impiegare
              il proprio tempo. Ma il lavoro ti manca, ti mancano i compagni e le compagne, il senso di un fine comune, che erano anche
              i nostri pacchi da spedire. il valore delle parole, delle nostre discussioni, la Postal Market per tutti noi…».
              Non siete stanchi?
              «Molto, ma adesso dovremo trovare il modo di ricominciare. Speriamo di continuare con il maggior numero di occupatipossibile».intesi