“Intervista” V.Tanzi: «Spesa al 30%? Sì, mettendo a dieta lo Stato»

10/06/2005
    venerdì 10 giugno 2005

    IN PRIMO PIANO – pagina 2

    MILANO – Si svolgerà a Milano, presso l’Università
    Cattolica, la seconda Annual Lecture in Public Economics
    organizzata dal Defap (Dottorato in economia e finanza
    dell’amministrazione pubblica) e dedicata al Ruolo
    dello Stato e della spesa pubblica in un mondo che cambia.
    Saràtenuta da Vito Tanzi alle ore 17 di martedì 14.
    Tanzi ha guidato per molti anni il Dipartimento sulle politiche
    di bilancio presso il Fondo monetario internazionale e oggi è
    consulente della Banca interamericana per lo sviluppo.
    È autore di molti studi e pubblicazioni in materia di tassazione
    e spesa pubblica.

      INTERVISTA / VITO TANZI

        «Spesa al 30%?
        Sì, mettendo a dieta lo Stato»

          DI LUCA PAOLAZZI

            Tornare alle origini. Di uno Stato snello ed efficiente. Senza rinunciare al welfare, cioè alla redistribuzione del reddito. Quella vera, alla Robin Hood, che toglie ai ricchi per dare ai poveri. E all’intervento che attenua la violenza delle oscillazioni del ciclo economico. Ma recuperando efficienza e restituendo ruolo al mercato nella sfera economica e alle scelte individuali nella sfera politica. Si dirà che è utopia, obiettivo politicamente improponibile prima ancora che economicamente irrealizzabile. Invece, gli esempi ci sono di Paesi dove la spesa pubblica si ritira a una fetta sempre più piccola del Pil: Canada, Nuova Zelanda, Irlanda. Lì il restringimento del perimetro occupato dall’intervento pubblico ha innescato un circolo virtuoso di innalzamento del sentiero di crescita.

            L’Italia è per molti aspetti il candidato ideale per far propri gli ammaestramenti che vengono da quelle esperienze. Per tre buone ragioni: ha un alto tasso di inefficienza della spesa statale; ha una deriva ogni giorno più lampante del deficit pubblico; ha l’urgenza di ritrovare il bandolo dello sviluppo. Purtroppo, ammette Vito Tanzi, « il clima politico non aiuta » . Si riferisce alla campagna elettorale lunga un anno che porterà alle politiche nella tarda primavera del 2006. Tanzi, conosce bene il Belpaese non solo per le sue origini ( è nato a Mola di Bari nel 1935) e le sue frequenti visite, ma anche perché ha ricoperto per due anni la carica di sottosegretario all’Economia e finanze nel Governo Berlusconi 2 ( giugno 2001 giugno 2003). perciò non dispera: « Prima di tutto bisogna convincersi che si può fare. Sono stato sempre persuaso del potere delle idee. Occorre affrontare apertamente, senza pregiudizi, la discussione dei vantaggi e degli svantaggi » .

            Già, quali sono i vantaggi di uno Stato che occupa, con la sua spesa, il 45 50% del Pil? Rispetto a uno meno invadente, con uscite inferiori al 30% del Pil? Non ce n’è, risponde Tanzi: « Se creiamo tre classi di Stati, in base alla dimensione della spesa pubblica, e associamo alcuni indicatori di benessere economico e sociale, dalla speranza di vita all’istruzione, dalla criminalità al tasso di disoccupazione e alla povertà, scopriamo che non ci sono significative differenze originate dal grado di intervento pubblico » . In realtà, si è perso il senso dell’espansione della presenza dello Stato. Che ha origini e motivazioni storiche valide, ma che poi si è autoalimentata: il Leviatano si ingigantisce per giustificare se stesso. In America lo chiamano fiscal churning, che suona come « ciurlare » ma che meglio può essere tradotto con « montare la panna del bilancio pubblico » : il prelievo fiscale si trasforma in trasferimenti a favore degli stessi soggetti che sono tassati. Insomma, una partita di giro redistributiva, sempre più interna alla classe media, mentre poco o nulla sono coinvolte la classe ricca e quella povera.
            Figlie poco encomiabili di tale elefantiasi sono, sostiene Tanzi, le gemelli deformi dell’inefficienza e della corruzione. Entrambe nemiche giurate dello sviluppo economico. Infatti, quando lo Stato cerca di rimediare ai cosiddetti fallimenti del mercato di fatto crea condizioni di monopolio pubblico che inaridiscono la concorrenza dinamica, l’ingresso di operatori privati più efficienti. Nelle pensioni come nell’istruzione e nella sanità. Per non parlare dei trasporti: Alitalia insegna.

            Come uscire da questa trappola che attanaglia le forze dello sviluppo, generando una sorta di assuefazione ideologica all’onnipresenza statale? Il primo passo, spiega Tanzi, è quello già indicato del riconoscimento della sua inutilità per l’aumento del benessere. « Il secondo passo— dice Tanzi — è di rendere il settore pubblico più efficiente e allo stesso tempo creare lo spazio per un’azione efficiente del settore privato, trasferendo via via attività dal primo al secondo » . Basti pensare, in Italia come in molti Paesi europei, all’università.
            A questo scopo servono regole e trasparenza.

            Il terzo passo è il più intrigante: sfruttare le stesse forze della globalizzazione. Un po’ come il judoka che atterra l’avversario rivoltandogli contro il suo peso. Perché è innegabile che la globalizzazione toglie sovranità alle politiche nazionali e sottrae materia imponibile là dove la tassazione è più massiccia.
            « Però la stessa globalizzazione consente— afferma Tanzi — di risparmiare spesa pubblica senza ridurne gli obiettivi » .
            Per esempio: cure mediche realizzate in India o nell’Est Europa (turismo sanitario); previdenza affidata ai gestori più efficienti; fino all’estremo di costruire prigioni in Paesi a minor costo del lavoro e trasferirvi i condannati a scontare la pena.

            Infine, occorre fare un passo indietro rispetto all’universalità dei benefici ( sanità, previdenza) per riservare l’intervento pubblico a chi effettivamente non ha i mezzi per accedere ad alcuni servizi.
            Il ridimensionamento dello Stato si può attuare e ciò non danneggia l’economia, anzi l’aiuta. Piuttosto ci sono le lobby che si arroccano a difesa di interessi e privilegi corporativi. Occorre mutare il perimetro dell’intervento statale, cambiando le leggi. E fissando un obiettivo ambizioso di rientro, che riporti la spesa pubblica vicino al 30% del Pil nell’arco di una generazione. Là dov’era in Italia fino a metà degli anni 60, quando l’economia cresceva molto più di adesso.

            Nel Paese, poi, i margini di intervento per eliminare l’inefficienza sono particolarmente ampi. Qui Tanzi fa tesoro della sua deludente esperienza nel Governo Berlusconi: « Il numero di uscieri non ha riscontro negli altri Paesi, così come l’impiego disinvolto di voli privati da parte dei ministri. Fuori linea, perché troppo alti, sono anche il rapporto docenti e alunni e quello tra medici e infermieri » .

              Si possono mettere per strada uscieri, medici e insegnanti in esubero? Ovvio che no, in un sistema con un mercato del lavoro rigido. Rigidità del lavoro causa rigidità nella spesa pubblica. E il Leviatano ringrazia. Chissà chi, tra l’Officina del centro destra e la Fabbrica del centro sinistra, dove fervono i lavori per i programmi elettorali, saprà far propri i consigli disinteressati e appassionati di Vito Tanzi.