“Intervista” V.Parlato: «Da Armando mi aspetto poco»

28/11/2005
    lunedì 28 novembre 2005

    Pagina8

    Valentino Parlato

      «Da Armando mi aspetto poco
      E Bertinotti fa solo l’aggiustatore»

        ROMA – I soldi, certo. «Gli stipendi di luglio e agosto li abbiamo pagati solo tre giorni fa. Se entro dicembre non arrivano 500 abbonamenti rischiamo di chiudere davvero» borbotta Valentino Parlato, una Marlboro rossa dietro l’altra, mentre la stanza si riempie del suono («suono, non rumore») della sua Olivetti linea 98. Per questo al manifesto si studia il rilancio: «Cambieremo formato, – dice Mariuccia Ciotta, uno dei due direttori – aumenteremo le doppie pagine tematiche, dedicate ad argomenti come il lavoro e la tecnologia, stiamo pensando ad una storia del cinema in dvd…». Ma dietro la crisi del «quotidiano comunista» c’è anche altro. Qualcosa di più profondo, di più importante. Qualcosa di sinistra.

          Cosa, Parlato?

          «Quando il nostro giornale è nato, quasi 35 anni fa, si sentiva ancora la spinta del ’68, la rottura con lo stalinismo. La sinistra aveva una sua identità, criticarla era più facile e costruttivo».

          Oggi invece?

          «Uno degli ultimi articoli di Luigi Pintor si intitolava "La sinistra non c’è più". Da allora sono passati due anni e le cose sono peggiorate. La sinistra è un oggetto sfuggente: noi siamo testimoni e prova di questa crisi di identità».

          Perché crisi di identità?

          «Perché Ds e Margherita sono minimalisti. Fassino dice che la legge Biagi va mantenuta, Prodi dirà che da Berlusconi ha ereditato un disastro e quindi prometterà lacrime e sangue per poi cambiare qualcosina. Piano piano, però. Cossutta vuole rinunciare a falce e martello».

          Ecco, Cossutta. Cos’è il suo, un tradimento?

          «È una parola che non mi piace, mi limito a dire che l’età fa brutti scherzi»

          Fu proprio lui a radiare il manifesto dal Partito comunista. Si aspetta un’autocritica?

            «No e anche se dovesse arrivare sarebbe inutile, una minestrina riscaldata».

            Minimalista anche lui, quindi. Bertinotti?

            «Lui si limita a fare l’aggiustatore: ha paura di ripetere lo stesso numero del 1998 quando fece cadere Prodi e questo lo rende troppo prudente».

            E invece cosa bisogna fare, la rivoluzione?

            Ride. «Non fare la rivoluzione, ma non perdere lo spirito rivoluzionario».

            Cosa vuol dire, oggi, essere rivoluzionari?

            «Non accettare senza fiatare il fatto che il mondo occidentale ci offra la miglior vita possibile. Provare a cambiare i valori della società: oggi uno è buono se è ricco, non se è preparato e se lavora».

            Accadeva anche prima.

            «Sì, ma ora anche la sinistra lo ha accettato, scegliendo la strada della riduzione del danno. Ed è per questo che, una volta battuto Berlusconi e tornata l’Italia un Paese normale, finalmente si riprenderà a discutere: viste le premesse saremo contro il partito democratico, o come si chiamerà, e critici con Rifondazione».

            Rischiate di rimanere soli a sinistra.

            «Il rischio c’è e ci siamo abituati. Ma proprio per questo il futuro del manifesto ci racconterà anche un pezzo di futuro della sinistra. Possiamo essere la cellula che fa capire se il cancro vince o regredisce».

              Il cancro?

              «Sì, il cancro: non capire che l’antagonista è sempre cosa fertile. Anche i sovrani assoluti avevano il buffone di corte che gli dava addosso. Mentre oramai tutti quelli che comandano vogliono un popolo di pecore: è proprio questo che li porta al suicidio, da Stalin a Mussolini».

              Anche la sinistra di oggi?

              «Certo. Nel governo Prodi del 1996 siamo stati messi ai margini, sul marciapiede come quando passa la carrozza del Re. E stavolta andrà ancora peggio perché il prossimo governo della sinistra sarà ancora più di centro di quello del 1996. Allora Rutelli non c’era».

              Scusi Parlato, anche Libération in Francia se la passa male. Un anno fa era stata salvata dai 20 milioni di euro investiti dal banchiere de Rothschild. Voi accettereste?

                «Un riccastro che ci salva? Solo se ci desse quei danari senza mai mettere bocca nel nostro lavoro. Ma questo non è un riccastro, è Babbo Natale».

              Lorenzo Salvia