“Intervista” Tronti: Quelle singolari esistenze solidali al Circo Massimo

28/03/2002





 
   
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Quelle singolari esistenze solidali al Circo Massimo
Fra la manifestazione e lo sciopero generale, il corpo della sinistra che può seppellire il fantasma della sconfitta operaia che vaga dal referendum sulla scala mobile.

Parla Mario Tronti

IDA DOMINIJANNI


I«colpi di piazza» associati ai colpi di pistola. La manifestazione del Circo Massimo liquidata come una scampagnata con annessa gita al museo. Lo sciopero generale derubricato a «parziale, parzialissimo». Gli intellettuali ribelli disprezzati come un circo di clown bugiardi e insipienti. A Silvio Berlusconi il 23 marzo e il 16 aprile hanno fatto saltare i nervi e la misura. «Segno che la manifestazione del Circo Massimo ha colpito dove doveva colpire», dice Mario Tronti e scandisce soddisfatto la sequenza: manifestazione; divisioni nella maggioranza; reazioni irricevibili di alcuni ministri; trattativa coi sindacati saltata; sciopero generale proclamato. «Dopo vent’anni. Nell’infinita transizione italiana ce n’eravamo dimenticati. Ritorna una forma di lotta generale che certamente avrà lo stesso senso e lo stesso impatto della manifestazione del 23 marzo. Un senso politico in sé, se politica non è quello che oggi passa nel senso comune antipolitico – roba di partiti, roba di governi – ma qualcosa che sta nel cuore del rapporto sociale».

E dopo che succede? Con l’ultima uscita di Belusconi, sembra chiaro che il governo ha scelto la linea dello scontro duro. Forte dei numeri in parlamento e dei sondaggi: il resto, come al solito, non conta.

E’ da vedere se la seguirà davvero, questa linea. Se così fosse, lo dico subito, sarei per vedere l’azzardo. Tradotto: se il governo modifica lo statuto dei lavoratori (fra parentesi: lasciamogli questo nome, se diventa uno «statuto dei lavori» scompare il riferimento alle persone in carne e ossa), bisogna ricorrere al referendum. E’ un rischio, ma può essere decisivo. E si può vincere. Più di altri referendum, perché la giusta causa è molto più popolare delle rogatorie o del conflitto d’interessi. E perché la manifestazione del Circo Massimo ci autorizza finalmente a seppellire il fantasma della sconfitta nello scontro sociale, che ci perseguita dal referendum sulla scala mobile. Col 23 marzo usciamo dal lungo inverno della sinistra.

Dunque: il 23 marzo come data-spartiacque?

Come evento, in senso proprio. E’ accaduto, adesso va elaborato: non si elabora solo il lutto, ma anche la festa. Dobbiamo mettere in fila e insieme i pezzi che sono confluiti al Circo Massimo. C’è stato un doppio avvio, nel luglio scorso: la tre giorni di Genova e lo sciopero della Fiom, l’una col massimo di visibilità mediatica, l’altro col massimo di oscuramento. Genova ha mostrato la consistenza di un movimento di contestazione ignorato dai più anche dopo Seattle, nonché i caratteri inediti, violenti e repressivi, del governo. La Fiom ha mostrato, molto prima delle grida dei magistrati, che «resistere» era possibile. E alla lunga ha pesato negli orientamenti del sindacato, come s’è visto al congresso della Cgil.

Quelle manifestazioni della Fiom hanno fatto anche traballare gli stereotipi sulla residualità arcaica del lavoro operaio: in piazza non c’erano solo le vecchie tute blu, c’era una nuova generazione operaia che due settimane dopo avrebbe sfilato a Genova con i no-global. Ma con questo siamo ancora all’estate. Negli ultimi mesi, al corteo si sono aggiunti altri pezzi…

Dopo l’estate c’è stata un’immersione carsica di quella mobilitazione, poi una riemersione, nei canali di una società civile interessante, acculturata, orientata a sinistra, «riflessiva», competente.

E forse sensibilizzata anche dai fatti di Genova: mi chiedo se sulla resistenza del mondo giudiziario non abbia inciso la percezione che al G8 lo stato di diritto era stato sospeso, un particolare di cui la sinistra istituzionale s’è dimenticata troppo presto…

Forse. Certo ha inciso il comportamento del governo, che con la sua arroganza in materia di giustizia si è rivelato per quello che è, il comitato d’affari dell’imprenditore Berlusconi. Comunque, passando per autoconvocazioni e girotondi, la piena si è riversata in quella falla aperta che è la crisi di rappresentanza della sinistra politica. La Cgil si è trovata a essere l’unica forza organizzata in campo, ed è stata scelta come il canale naturale di una spinta alla ricomposizione dell’intero campo di opposizione. Non era detto che tutti questi pezzi stessero insieme da soli: il 23 marzo li ha tenuti insieme, con una politica intelligente, che va a tutto merito del gruppo dirigente della Cgil e del suo segretario.

Eppure la presenza di Cofferati nel «correntone» Ds, all’ultimo congresso del partito, non aveva avuto lo stesso effetto di trascinamento.

Non poteva averlo, vista la crisi dello spazio politico della rappresentanza e la sua distanza dal mondo del lavoro. La mobilitazione degli ultimi mesi non è nata dentro quelo spazio, ma fuori, anche se l’esito del Circo Massimo è un esito unitario…

Torniamo al Circo Massimo per un momento, quali sono state le tue impressioni a caldo?

Non mi è venuto in mente: è la democrazia, come avete titolato voi. Ho pensato: è la sinistra, la nostra parte. Negli ultimi anni ci hanno martellato con questa domanda, che cos’è la sinistra, e non venivano risposte convincenti, dopo aver cancellato tutto senza riscrivere niente. Ma sinistra non è questo o quel partito, questo o quel programma, questo o quel congresso. Sinistra sono quelli e quelle che erano lì, corpi, voci, facce, risonanze di persone vere, donne e uomini, madri e figlie, padri e figli. Esistenze singolari solidali, che chiedono di mettersi in relazione attraverso un comune punto di vista sul mondo, un comune sentire di lotta, contro qualcuno ma anche per qualcosa. Qui sta la costituzione materiale della sinistra.

Che è la nostra parte, come dici, ma anche l’unica parte garante della democrazia – era questo il senso del nostro titolo. Nello stesso senso mi pare che altri abbiano sottolineato la tranquillità e la civiltà di quei tre milioni di persone…

Beh, guarda che per fortuna è una forza inquieta: per le sue condizioni di lavoro e di vita, per le sue conquiste minacciate, per il futuro incerto delle giovani generazioni. E perché la propria forza non la vede riconosciuta né organizzata da chi sarebbe chiamato a rappresentarla. La scollatura fra paese reale e paese legale riguarda in primo luogo il nostro campo: c’è una classe dirigente nella società che non trova una classe dirigente nelle istituzioni.

Lo dicono in molti, fra gli altri Asor Rosa sull’
Unità di martedì: una grande forza sociale priva di una sponda politica. E’ un limite, ma potrebbe anche essere il lato più interessante della situazione. Che comunque pone la domanda: come si articola politicamente un conflitto sociale così aspro, in tempi di bipolarismo?

Buona domanda, che se ne trascina dietro un’altra: siamo sicuri di questo totem del bipolarismo maggioritario, tenacemente costruito da Occhetto, Segni e seguenti e diventato ormai un tabù inviolabile? Un sistema che obbliga i due poli contrapposti alla medesima corsa verso il centro è un sistema micidiale per la sinistra, la garanzia certa della sua neutralizzazione. Perché una destra seria è sempre in grado di allestire lo spazio politico per l’elettorato di centro; mentre una sinistra seria, che fa la sinistra, se lo aliena. E’ il cul de sac in cui rischia di cacciarsi tutta la sinistra europea, salvo diventre tutta come Blair. E comunque, quali che siano gli sviluppi del sistema politico, nell’immediato bisogna cominciare a denunciare la povertà simbolica dell’attuale sinistra e della coalizione di centrosinistra. Non c’è corrispondenza fra le domande del Circo Massimo, gli Ulivi e le Querce. La politica è conferimento di senso, il linguaggio mitico di una volta non c’è più ma quello che circola oggi è davvero troppo inadeguato. Da qui al 2006, invece che lanciare ticket vincenti, faremmo bene a pensare a questo.

Quali parole metteresti in primo piano, oggi come oggi?

Si parla molto di diritti, ma se penso a quei tre milioni di persone credo che più che compilare una carta di garanzie e sicurezze, dobbiamo dire la loro domanda di libertà e solidarietà. Un binomio che lo stesso Cofferati ha usato efficacemente. A fronte della Casa delle libertà, dovremmo ricostruire un campo della solidarietà. C’è una bella canzone operaia americana, che dice Solidarity for ever. Questa è la nostra storia.

Ma nella sinistra riformista tutti sembrano intenzionati a sottrarre la bandiera della libertà a Berlusconi e a riappropriarsene. C’è libertà e libertà, però.

La libertà non può essere una bandiera strumentale. Non si tratta di sottrarre la parola a Berlusconi interpretandola allo stesso modo. Essere liberi non significa poter cambiare lavoro, significa in primo luogo essere se stessi, e si vede nella pratica. Se si dice libertà e si pratica moderatismo e mimetismo, non vale.

A proposito della ricostruzione del lessico politico: a sostegno della manifestazione c’è stato l’intervento di un gruppo di intellettuali, fra i quali tu stesso, che chiede alla Cgil di riaprire un canale di comunicazione fra sapere e lavoro.

Sì, credo che questo rapporto debba non solo essere ripristinato, visto che si è bruscamente interrotto, ma andrebbe organizzato in forme e sedi permanenti, per uno scambio di esperienze che sono oggi molto più vicine e intrecciate che nel passato, come ci dice la costellazione postfordista dei lavori.

Terrorismo: quanto e come incide su tutto il quadro? Il governo pare deciso a usarlo come una clava contro l’opposizione sociale.

Non stupisce, è un’altra regolarità della storia italiana. Ricordiamoci che il precedente immediato del terrorismo degli anni settanta fu la strategia della tensione, che a sua volta era stata la risposta alla grande spallata operaia dell’autunno caldo. La storia si ripete, con una logica uguale e puntuale. Quando il conflitto si è presentato nella forma classica della divisione fra l’asse governo-Banca d’Italia-Confindustria da una parte e il sindacato dall’altra, puntuale è arrivato l’intervento del terrorismo. E costringere la Cgil a cambiare l’ordine del giorno della manifestazione è stata già una vittoria del terrorismo. Che tuttavia non è riuscita a cambiare nella sostanza il profilo e il messaggio di quella forza che era lì per sé, prima che contro qualcuno o qualche cosa. Al Circo Massimo non ho sentito un grande no agli altri, ma un grande sì a se stessi. Questo governo va battuto, ma è soprattutto la fiducia del mondo del lavoro in se stesso che va riconquistata. Perciò, adesso dobbiamo ricominciare a pensare in termini civilmente offensivi. A porre noi i problemi. A dettare noi l’ordine del giorno per le questioni importanti del paese, senza aspettare le provocazioni del governo per rispondere. Parlare a tutti in nome di una parte, il mondo del lavoro è questo e questo vuol dire essere forza potenzialmente di governo.