“Intervista” Trentin: «Ignominie contro il sindacato più colpito dal terrorismo»

01/07/2002

Intervista
a cura di
Pasquale Cascella



29.06.2002
"Ignominie contro il sindacato più colpito dal terrorismo"

ROMA
«C’è qualcosa di torbido…». Bruno Trentin non nasconde il suo turbamento per l’improvvisa fiammata speculativa attorno alla tragedia del prof. Marco Biagi. È lui stesso, prima di affrontare il tema del programma dei Ds a cui sta lavorando con Alfredo Reichlin e Giorgio Ruffolo, ad esprimere i dubbi su un caso con così tanti elementi oscuri.
Cosa la sconvolge di più?

«La successione dei tempi è più strumentale delle stesse polemiche cominciate con le accuse davvero ignobili del ministro Maroni a Sergio Cofferati».

Crede che la coincidenza non sia fortuita?

«È indubbiamente intrigante, e merita di essere adeguatamente indagata. Mi domando se Maroni abbia lanciato l’offensiva, da Giovanardi giustificata in Parlamento e da Scajola addirittura aggravata senza nulla sapere. Il governo chiarisca questa e tutte le altre responsabilità che chiamano in causa la gestione della cosa pubblica e la conduzione della polemica polemica. Sono, in tutta evidenza, nodi che investono la stessa vita democratica».

Lei che è stato segretario generale della Cgil come vive questa recrudescenza polemica sul terrorismo?

«Sento l’ignominia dell’insinuazione lanciata sull’organizzazione sindacale che ha pagato il prezzo più pesante, persino con la vita di Guido Rossa, nella lotta contro il terrorismo. Senza la Cgil non saremmo riusciti a sconfiggere il terrorismo delle Brigate rosse degli anni Settanta e non si riuscirà a sconfiggere neanche questo nemico ancora più subdolo. Per questo alla solidarietà, senza condizioni, a Sergio Cofferati e alla Cgil deve accompagnarsi alta e forte la denuncia dell’obbiettivo di dividere il movimento democratico».

Siamo in tema. La lacerazione di pochi giorni fa in Direzione, sull’ordine del giorno della minoranza in merito all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, non si è riprodotta l’altro giorno in Direzione quando lei ha presentato i primi documenti, sul lavoro e sul welfare, per la Conferenza programmatica d’autunno. Ma si può dire che la divaricazione sia superata?

«Io mi auguro che una discussione positiva sui contenuti progettuali possa favorire il definitivo superamento di queste lacerazioni. Non è che non abbiamo discusso dell’articolo 18. Abbiamo cercato di evidenziare alcune scelte impegnative, e ritengo innovative, al di là della contingenza politica…».

Non è che si è volato un po’ troppo alto?

«Guardi che, semmai, la preoccupazione è di non ricadere nella tentazione antica della sinistra di anteporre i problemi di schieramento a quelli di contenuto. Già abbiamo scontato che un lavoro progettuale serio, come quello condotto da Giorgio Ruffolo, sia finito nei cassetti proprio per la difficoltà ad affrontare un confronto senza pregiudiziali che, appunto, prescindesse dalla contingenza. Se abbiamo tentato di volare alto, allora, è perché vogliamo riportare la dialettica che c’è nel partito ad esprimersi liberamente. Non è che sia stato tutto pacifico. Anzi, ci poniamo adesso il problema di come evidenziare le diverse opzioni».

Davvero, e quali sarebbero?

«Con i documenti abbiamo posto la questione se sia giusto ripartire da una nuova generazione di diritti per fronteggiare le trasformazioni in atto e legittimare l’alternativa di uno sviluppo economico di qualità fondato sul governo del mercato del lavoro, delle condizioni della competitività, della centralità delle riforme sulla formazione permanente, di più equi ammortizzatori sociali. Non come mera riproduzione di vecchi diritti ma come diritti che valgono ancor più per il futuro».

Contrastata da quale posizione?

«Quella che considera i diritti come un tema difensivo, rivendicativo, mentre il vero problema sarebbe di definire una politica di sviluppo confacente ai bisogni di oggi, senza privilegiare l’interlocuzione con il mondo del lavoro».

Ma qual è la linea di maggioranza e quale quella di minoranza?
«Vede, come è difficile ritrovare riferimenti schematici agli schieramenti congressuali?».
Significa che alla conferenza programmatica si possono rimescolare gli schieramenti?

«Ritengo possa essere una opportunità. Non si parte più – mi sia permessa questa personalissima critica al percorso congressuale – dalla fiducia a una candidatura alla segreteria da parte di schieramenti che poi cercano gli elementi programmatici distintivi per giustificarla, ma da una discussione senza pregiudiziali che proprio non rispecchiando gli schemi di corrente può consentire convergenze orizzontali. Per arrivare a una nuova e più efficace sintesi politica riformatrice».

I contenuti, allora. Come si caratterizza questa nuova generazione dei diritti rispetto ai vecchi tanto discussi?

«È una nuova generazione di diritti quella che punta ad affermare una uguaglianza di opportunità nell’accesso al lavoro e alla vita sociale, superando le barriere e le discriminazioni che caratterizzano lo stato sociale così com’è oggi. Prendiamo proprio l’esempio dell’articolo 18: più il lavoro diventa precario e flessibile più ha bisogno di tutele. È tanto più vero per chi ha un contratto per 3 o 6 mesi: già paga questo prezzo all’insicurezza per restare in balia dell’insicurezza quotidiana. In certi casi, anzi, diventa un diritto reciproco, ovvero per i lavoratori e per le stesse imprese…».

È un paradosso?

«Niente affatto. Pensi alle prestazioni temporalmente limitate ma molto personalizzate e altamente professionalizzate: ha o no l’imprenditore che deve realizzare un progetto in 3 o 6 mesi il diritto a non vedersi piantato in asso dopo qualche giorno solo perché l’altro soggetto del contratto ha trovato una occasione di lavoro più redditizia o gratificante?».

Crede davvero che possa bastare a chi invoca la flessibilità e la competitività?

«Nel momento in cui a tutte le forme di lavoro oggi esistenti si chiede non più l’esecuzione cieca, propria del passato sistema fordista, ma responsabilità, attenzione, coinvolgimento, diventa un diritto fondamentale poter intervenire sull’organizzazione del lavoro, sui processi di ristrutturazione, sullo stesso governo del tempo sia di lavoro sia di vita. Se si vuole concretamente affrontare questioni come quella della flessibilità, allora diventa un diritto comune quello alla formazione durante l’intero arco della vita, così come quello a nuove occasioni di impiego in una vita sempre più interrotta da soluzioni di continuità. Ecco, stiamo parlando di una generazione di diritti e di un welfare che sfociano naturalmente in una strategia di sviluppo essenziale per la stessa qualità dell’economia e della società».

C’è, però, un problema: le riforme, si sa, costano. Come e dove reperire le risorse necessarie?

«Diciamolo apertamente: una riforma del welfare che non sia il mero abbattimento dello stato sociale perseguito dal centrodestra comporta un duro scontro con l’egemonia del pensiero unico liberista che fa dipendere tutto dall’abbattimento indiscriminato dell’imposizione fiscale».

Non è molto popolare dire che non si debbono diminuire le tasse…

«È popolare cancellare una scelta come quella dell’Irap che coinvolge l’impresa ma riduce il costo del lavoro per poi colpire indiscriminatamente, che so, l’accesso ai servizi sanitari? È vero, ci sono incongruenze e diseguaglianze nel prelievo fiscale, e si deve procedere a una redistribuzione nell’uso delle risorse non soltanto in modo più vicino ai ceti popolari ma anche alle esigenze di sviluppo delle imprese e del paese. Altra cosa però è la demagogia che mette in discussione il modello sociale europeo. In questo c’è una coerenza occulta del centrodestra. E, purtroppo, c’è un ritardo del centro sinistra. Il loro slogan è: meno tasse e meno stato sociale. Noi non abbiamo detto meno stato sociale, ma ci siamo lasciati ipnotizzare che meno tasse fosse la soluzione. Quando persino il governo inglese, per finanziare la riforma del sistema sanitario, deve aumentarle le tasse, in certi settori più di quanto non siano state abbassate…».

Ma come un nuovo modello di welfare può mettere a nudo la mistificazione?

«Prendiamo la questione più scabrosa: la previdenza. È evidente che un problema di sopravvivenza del sistema universale si pone quando l’aspettativa di vita è di 80 anni e nel 2004 la classe di età tra i 55 e 65 anni supererà in numero la classe 15-25 anni. Il centrodestra ha propagandato l’aumento a un milione delle pensioni minime, che però sconta l’abbattimento delle pensioni per chi sta sopra il milione. Insomma, una soglia minima e, per il resto, ognuno si arrangi, chi può con i fondi integrativi e chi non può si salvi come crede. L’alternativa, la nostra alternativa, non può che difendere il diritto universale alla pensione dando risposte di riforma al problema enorme dell’invecchiamento attivo e volontario nel proseguimento del rapporto del lavoro, scongiurando l’esclusione di intere generazioni dall’attività sociale».

Anche a costo di rimettere in discussione le vecchie certezze?

«So bene che si deve scontare una battaglia politica, anche tra le nostre forze. Ma abbiamo dei discrimini di grande portata sociale, etica e politica da far valere con i contenuti di un vero riformismo».