“Intervista” Tivigest: una cooperativa diventata una corazzata del turismo

17/12/2001



Padova, domenica 16 dicembre 2001, S. Albina

PRIMO PIANO Il responsabile di Comunione e Liberazione del Veneto racconta come è nata Tivigest, «un’azienda privata con ipoteca sociale sullo scopo»
Il re dei monti alla conquista del mare

Graziano Debellini, così una cooperativa diventata una corazzata del turismo
Dai rifugi alpini ai grandi alberghi ai villaggi turistici: località famose a prezzi popolari

di Renzo Mazzaro

PADOVA. Milano Finanza l’ha chiamato «il re dei monti». Meeting e Congressi, rivista specializzata di turismo, ha definito il suo gruppo «la corazzata Tivigest». Alpitour ha inserito tre dei suoi alberghi tra i «top 10» del catalogo 2001. Ha cominciato con un rifugio in alta montagna, a 1800 metri, un posto per pochi amici. Poi è dilagato su tutto l’arco alpino, da Cortina a Saint Moritz. Dalle Alpi è sceso al mare e oggi, tra alberghi, villaggi e residences, fattura 100 miliardi l’anno, con un milione di presenze. «Siamo il Chievo del turismo» se la cava lui.
Lui è, sorpresa sorpresa, Graziano Debellini, molto più noto per essere da 15 anni il capo di Comunione e Liberazione, organizzazione che tutti conoscono – o meglio liquidano – come "il movimento integralista cattolico". Oppure per aver fatto l’amministratore delegato e il direttore editoriale del Sabato per altri 5 anni e per 3 il presidente nazionale della Compagnia delle Opere, il "braccio armato di Cl" per continuare a raccontarla con i luoghi comuni.
Si sa che è molto amico di Giulio Andreotti, di Roberto Formigoni e di altra gente importante in Italia, oltre naturalmente ad avere un filo diretto con don Giussani. Insomma, per farla breve, Debellini è uno famoso per altri motivi. Il clou del suo successo, la dimensione imprenditoriale, è sconosciuta perfino ai padovani che lo frequentano.
Quella che segue è la parte ignota della storia di Graziano Debellini. Anzi, della storia del suo gruppo, perché se Debellini odia una cosa, è parlare al singolare. Debellini è nato al plurale: pensa in collettivo, si muove come un reggimento, meglio sarebbe dire come un esercito.
Ma intanto nel suo ufficio è solo, con un personal computer aperto davanti.
E’ il suo strumento di lavoro?
«No, lo uso poco».
Che tipo di vita fa?
«Viaggio molto. Spesso mi trattano come uno che fa parte di una nomenclatura potente, di chissà quali apparati. In realtà, sono uno che ha una famiglia, un lavoro fortunato e una storia di amicizie e incontri cui debbo tutto: questa è la mia normalità».
Incontri con chi?
«Tre incontri soprattutto: con il grande vescovo di Padova Bortignon, la persona che scoprì il giovane Albino Luciani; con Giulio Andreotti, il realismo e l’intelligenza nel giudizio storico; con l’amico e padre per la mia vita, don Giussani».
Come definirebbe la sua azienda?
«Una proprietà privata di alcuni amici, con un’ipoteca sociale sullo scopo».
Questo spiega perché, a differenza degli altri imprenditori, lei usa i proventi della sua attività per finanziare quello che vediamo qui intorno?
«Quello che vediamo qui in via Forcellini, cioè il Centro congressi, il Centro giovanile, i Collegi universitari, il Centro servizi che ospita decine di associazioni no-profit, come il Forum del Terzo Settore, è un insieme di realtà che nascono alla fine degli anni ’70, da un gruppo di amici che vivevano l’esperienza di Cl e che si trovavano, come tutti i giovani di quell’età, con il problema di cosa fare nel futuro, intendo quale lavoro. Questo mi preme far capire: la normalità delle condizioni di partenza è uno degli aspetti più importanti della nostra storia».
Voi chi siete di preciso?
«Un gruppo di amici: Ezechiele Citton, Igino Gatti, Oreste Romeo, Marzio Pinato, alcuni altri. Tutti caratterizzati sicuramente dalla passione per l’esperienza cristiana e anche dal coraggio, da una disponibilità al rischio. Pronti a giocarci per costruire qualcosa».
Tutti i giovani sognano, poi non nasce niente perché manca il capitale iniziale. Dove avete trovato il vostro?
«L’amicizia è stata il capitale iniziale della nostra società, che oggi è tra le prime del turismo».
Lei vuol dire che l’amicizia può sostituire il denaro?
«Sì. Solo adesso questa cosa è capita anche dal mondo economico. Quando si intraprende una iniziativa, il capitale primario e reale sono le persone; poi ci vuole un’intuizione giusta e un collegamento con il mercato».
Ma come avete cominciato l’avventura imprenditoriale?
«Andavamo ogni estate in montagna, tra amici, in rifugi d’alta quota. Uno in particolare, rimasto storico, a 1800 metri sotto l’Adamello. Si chiamava Malga Bissina, in Trentino. La prima volta eravamo io, mia moglie e un piccolo giro di amici. Pensavamo di fare una cosa limitata a quell’estate, un’avventura».
Che anno era?
«Il ’77. Siamo andati lì in tre o quattro. Il rifugio era una baracca di legno. Primo telefono pubblico a 20 chilometri. Quell’estate abbiamo raccolto i primi risparmi: potevano essere un guadagno da dividere o una possibilità. Dal nulla che avevamo, ci consentivano di intraprendere, nel settore del turismo estivo, un esperimento: tentare la gestione dei rifugi. Perché non farlo? Facciamo conoscere questa notizia nel mondo cattolico, c’è un passa parola. Nell’arco di due anni realizziamo le prime 4-5 iniziative. Poi nel ‘ 79 arriva il primo grande incontro».
Con chi?
«Con don Giussani. Lui si accorge e resta colpito da questo gruppo di amici, vede questo inizio, ne intuisce l’utilità. Perciò da subito ne incoraggia e favorisce lo sviluppo. Nasce così una cosa nuova rispetto a tutta la tradizione cattolica cui campeggi e sulle case per ferie. Emerge innanzitutto una nuova realtà aziendale, fatta di gente con una certa cultura dell’accoglienza e un modo nuovo di trattare i lavoratori e i clienti. Questo colpisce e incuriosisce».
In quali località di preciso?
«Innazitutto in Cadore, in Val Badia, in Val di Sole, nella Valle di Primiero. Lì nascono le premesse di una vera e propria compagnia di gestioni alberghiere. In poco tempo, con oltre 200 mila presenze, diventiamo il primo tour operator italiano sulla montagna in estate. Scatta qui quella fiducia di don Giussani e di tanti amici e gruppi di Cl, che dura nancora oggi».
Siete già Tivigest in questo momento?
«Tivigest come marchio nasce nel ’79, dopo le prime esperienze cooperative. Tivigest è la prima catena alberghiera che si propone come un prodotto nuovo a gruppi, a singoli, a famiglie e convegni del mondo cattolico e non, italiano ed estero. Significativa la presenza di gruppi da tutta Europa. Negli ultimi anni per esempio abbiamo il mondo sindacale belga che ci riempie uno o due alberghi».
Come trovavate le strutture?
«Otre alla nostra capacità aziendale e agli incontri cui accennavo, c’è stata una circostanza storica che ci ha favorito: la grave crisi del turismo estivo in montagna, a favore della neve e dell’offerta dei mari caldi. Accadeva così che tante strutture alberghiere, anche in località fanose, fossero sempre più inutilizzate nella stagione estiva. E’ qui che si incrocia la nostra intuizione su un nuovo prodotto turistico con la disponiblità sul mercato di strutture alberghiere».
Alberghi in proprietà o in gestione?
«Chiaramente in gestione».
Come è avvenuta questa grande diffusione?
«Attraverso una grande catena di rapporti e di incontri e attraverso un tam-tam che raggiungeva parrocchie, associazioni, cral aziendali, realtà universitarie, singoli e famiglie. Ma soprattutto perché offrivamo strutture confortevoli di prim’ordine a prezzi interessanti. Oggi siamo dalle 40.000 alle 75-80.000 lire al giorno in alta stagione, con alberghi di quattro stelle, in pensione completa. E in località bellissime: da Madonna di Campiglio alla Val Badia, alla Val d’Aosta, a valli francesi come la Val d’Isère e svizzere. Tra tutte Saint Moritz. Infine, grazie ad un personale qualificato, con una sensibilità che ne ha fatto un fattore di successo. Per moltissimi clienti è stata la prima volta che hanno potuto usufruire di certe strutture in località così importanti».
Era una novità per il mercato italiano ma era anche un modo per annullare il rischio di mercato. Giusto?
«Noi abbiamo avuto una risposta grandissima, come fiducia, come collaborazione e anche quantitativamente. Di fatto, avevamo una domanda che anticipava e superava l’offerta del prodotto».
Quando avviene il successivo sviluppo, che vi porta ai villaggi sul mare?
«Verso la fine degli anni ’80, sempre per una serie di incontri e di opportunità, matura in noi la consapevolezza della nostra potenzialità. Ciò che avevamo imparato dall’esperienza della montagna per l’estate, si allarga al prodotto neve e poi mare e poi lago e alle terme, come è visibile dal catalogo attuale: Sardegna, Puglia, Calabria, Basilicata. Oltre 15 villaggi turistici».
Siete così grandi che invece di cercare voi, vi cercano. E’ così?
«Sì. Per esempio, mi è appena arrivata una proposta da Castellina in Chianti. C’è uno che ha in mente un progetto di riconversione per un centro abbandonato. Mi manda le foto e mi scrive: demolisco qua, costruisco là, faccio un paesino da 500 persone e vi chiedo se vi interessa gestirlo. Faccio i lavori solo in rapporto alla vostra offerta».
Come arriva questo tizio fino a voi?
«Per un passa parola, forse. Di proposte così, me ne arriva una al giorno».
Dunque la crisi del mercato turistico dopo l’11 settembre non vi tocca. Gli altri stanno perdendo il 70-80 per cento.
«Pur avendo in cantiere di sviluppo nel bacino del Mediterraneo, come progetti in Libia e Tunisia, sino ad oggi la nostra è stata una realtà turistica nazionale, con alcune significative aperture oltralpe come Francia, Svizzera e presto Austria. Questo ci favorisce e di fatto non abbiamo avuto nessun danno dalla vicenda tragica dell’11 settembre. Ma per fare turismo è essenziale un tempo di pace ovunque, altrimenti nessuno può stare tranquillo».

Questa crescita esponenziale non vi ha fatto cambiare?
«Il turismo sociale rimane un punto qualificante della nostra azione, ma è vero che ci siamo anche aperti a tutto il mercato. Oggi con Tivigest si può sciare fino ad aprile nelle più belle località con una spesa dalle 100 alle 300 mila lire al giorno. E così il mare, le terme, il lago».
Come lavora Tivigest?
«Lo spirito cooperativistico e pioneristico è rimasto, seppur dentro un’organizzazione moderna, in cui c’è chi lavora allo sviluppo, chi alla comunicazione, chi alle vendite, chi al personale, al prodotto».
Quante persone in tutto?
«1200 stagionali circa e altre 30 persone nelle strutture centrali».
Il vostro fatturato?
«Espansione e Il Sole 24 Ore ci dànno globalmente su un centinaio di miliardi l’anno e un milione di presenze. Siamo una realtà di tipo familiare che ha avuto la fortuna di finire nella serie A del mercato turistico. Un po’ come il Chievo».