“Intervista” Tfr, altolà di Treu alle assicurazioni

14/10/2005
    venerdì 14 ottobre 2005

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    Parla l’esponente della Margherita alla commissione lavoro al senato: serve un segnale da Maroni

      Tfr, altolà di Treu alle assicurazioni

        Troppi interessi sulle risorse che si libereranno con la riforma

        di Luca Saitta

          Le assicurazioni facciano un passo indietro sulla riforma del tfr. Tiziano Treu, componente della Margherita nella commissione lavoro al senato e già ministro del lavoro sotto i governi Dini e Prodi, spiega a ItaliaOggi perché sulla portabilità del contributo del datore di lavoro, il tema principale dello scontro tra il ministro del welfare, Roberto Maroni, e l’Ania, dà ragione all’esponente leghista e ai sindacati.

          ´È successa una cosa molto grave’, afferma Treu. ´Da anni si parla delle necessità di rilanciare la previdenza complementare, soprattutto a favore dei giovani. All’ultimo momento, quando sembrava raggiunto un accordo tra le parti sociali e col sostegno dell’opposizione (seppure con alcuni distinguo), si è fermato tutto’.

            Domanda. Secondo lei che cosa si nasconde alla base del rinvio?

              Risposta. Sorvolo sulle voci di corridoio. A ogni modo, c’è stata una forte pressione delle assicurazioni che vogliono avere accesso a parte importante delle risorse che si libereranno con lo sviluppo della riforma.

                D. L’Ania ha torto o ragione?

                  R. La legge delega in effetti può essere ambigua. Credo, però, che una scelta che è stata fatta da gran parte dei protagonisti collettivi non possa essere cambiata da un solo soggetto.

                    D. Quindi lei è d’accordo con Maroni?

                      R. L’Ania parla di problema di libertà di scelta del lavoratore. Ma se un lavoratore vuole accendere una polizza lo può fare, così come può scegliere di tenere in azienda il tfr.

                        D. Il contributo del datore di lavoro, però, è vincolato ai fondi chiusi.

                          R. È stata la contrattazione collettiva a originare quel contributo e a convincere le imprese a destinare ai fondi quei soldi, invece di metterli in busta paga. È una scelta precisa fatta con i sindacati e come tale va rispettata.

                            D. Ma non sono soldi del lavoratore?

                              R. Ripeto: si tratta di soldi che l’impresa, a seguito di una valutazione corale con i sindacati, ha destinato ai fondi. Fondi, poi, che hanno uno status diverso dalle polizze, potendo costituire una massa critica tale da potere operare sui mercati finanziari come soggetto istituzionale. Forse si potevano trovare delle mediazioni, invece di fare scoppiare questa lite.

                                D. Quali?

                                  R. Innanzitutto la portabilità non viene esclusa dal decreto, ma rimandata alla contrattazione. E i sindacati sono soggetti al volere della loro base. Magari potrebbe venire riconosciuta dopo 2 o 3 anni al lavoratore che, insoddisfatto, vuole andarsene dal fondo chiuso.

                                    D. I confederali bocciano anche la moratoria sul silenzio assenso per le pmi.

                                      R. La moratoria può essere utile. Bisogna vedere come si tradurrà e non è detto che la possano chiedere tutte le imprese solo perché sono piccole. Ma non sono aprioristicamente contro.

                                        D. Come giudica il ministro del welfare?

                                          R. Maroni in queste ultime settimane è stato coerente con la bozza del dlgs emendata sull’avviso comune. Prima, però, ha fatto tutto e il contrario di tutto. Adesso deve vedersela con un governo dove agisce una lobby e con un premier che fa il pesce nel barile.

                                            D. Che finale prevede?

                                              R. Mancano 3 settimane, staremo a vedere. Un nulla di fatto, però, sarebbe un altro grave segno di debolezza di questo governo.

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