“Intervista” T.Treu: «Le relazioni industriali devono ripartire da uno scambio sociale»

07/10/2004


            giovedì 7 ottobre 2004

            sezione: ITALIA-LAVORO – pag: 21

            L’esperto del lavoro: Parla Tiziano Treu (Margherita)
            « Le relazioni industriali devono ripartire da uno scambio sociale»
            MASSIMO MASCINI
            ROMA • Tutti cercano certezze. I lavoratori, che vedono in pericolo il loro posto di lavoro. Ma anche le imprese, strette nella morsa della globalizzazione. Di qui, sostiene Tiziano Treu, esperto per il lavoro della Margherita, già ministro del Lavoro in due Governi, la necessità di un nuovo patto sociale dove ci si scambi produttività e qualità in cambio di salario, però sempre più legato ai risultati. Una trasformazione profonda, della quale Treu non avverte ancora nemmeno le avvisaglie, ma che dovrebbe giungere in fretta. Perché l’unica alternativa è il declino, del sindacato, ma anche delle imprese.

            Treu, siamo alla vigilia di un profondo cambiamento delle relazioni industriali?

            Per 100 anni le relazioni industriali sono vissute sulla base di uno scambio tra stabilità del posto di lavoro e salario.

            Quel tempo è finito?

            Non c’è più. Non c’è stabilità, nemmeno quella dell’impresa, non c’è più salario garantito, lo devi guadagnare con più produttività.

            E quindi devono cambiare i presupposti dello scambio sociale?

            Necessariamente. Ma non è un’operazione facile, perché c’è stata una forte discontinuità, che ha toccato tutti: lo Stato, spiazzato dalla globalizzazione, che lo ha impoverito, le imprese, messe in crisi dalla Cina, ma anche dalla Slovenia, e a cascata anche le parti sociali. Adessso bisogna riprendere in mano il bandolo di questa matassa.

            Cosa deve cambiare?

            L’asse della contrattazione, a tutti i livelli. Il via lo ha dato anche a Capri Luca Cordero di Montezemolo quando ha proposto al sindacato e agli altri interlocutori dell’industria di rilanciare assieme il sistema Italia.

            È possibile riuscirci?

            Non c’è nulla da inventare, basta applicare l’intesa di Lisbona, ma le parti sociali possono fare la loro parte.

            Con quali parametri?

            Cercando l’innovazione selettiva, con politiche industriali degne di questo nome, assicurando la concorrenza, eliminando il peso dei settori protetti.

            Il cambiamento avverrà anche al livello decentrato?

            Sì, ma i termini dello scambio non mutano passando dal livello macro a quello micro. Più produttività, più qualità, più innovazione in cambio di salario, legato a risultati precisi. Come si è fatto per l’Alitalia.

            Lei si aspetta un cambiamento notevole rispetto al 1993?

            Dovrebbero cambiare gli ingredienti del nuovo patto. Adesso la sfida è più impegnativa.

            Problemi più complessi?

            Anche per come sono affrontati. Il cambiamento non può investire solo i contratti nazionali e le grandi imprese. Non è possibile lasciare senza relazioni industriali il 70% dell’economia. È possibile e gli inglesi fanno così ma, se si crede che le relazioni industriali siano ancora utili, si deve fare anche contrattazione territoriale.

            Gli industriali esprimono forti perplessità su un livello territoriale.

            Si può sempre andare avanti con un sistema a due velocità, però è poco efficiente, poco coinvolgente. Se si vuole mobilitare il Paese serve ben altro.

            Altrimenti è il declino?

            Lì si va a finire. Ma allora è necessario dare certezze. Perché è vero che la Finlandia ha vinto la sua scommessa solo quadruplicando le spese della ricerca, perché tutto il resto è venuto come conseguenza. Ma è anche vero che in Finlandia esiste un sistema di Welfare efficiente che rassicura tutti.

            La contrattazione individuale può rappresentare un’alternativa?

            Solo per alcuni soggetti e per alcuni problemi. Altrimenti cresce una bolla di insoddisfazione e insicurezza che prima o poi scoppia.

            Lei vede primi segnali di questo rinnovamento?

            Assolutamente no. Se ne parla soltanto. Non c’è nulla al livello nazionale, anche perché il Governo non aiuta. Ma c’è un degrado anche al livello aziendale dove pure si negoziava.

            Gli enti bilaterali possono svolgere una funzione di supplenza?

            Sono un sostenitore degli enti bilaterali, ma non possono avere troppi ruoli, soprattutto se le parti sociali non sono d’accordo.

            Il sindacato è in grado di rinnovarsi profondamente?

            O lo fa o declina, come sta già facendo. Non c’è garanzia di successo, ma il sindacato ha avuto risultati positivi solo quando ha scambiato sicurezza, produttività e quindi competitività.

            Non ci sono alternative?

            Si può vedere la Svezia o la Slovenia che vanno avanti e noi che restiamo fermi. Ma io spero che ciò non avvenga.