“Intervista” T.Treu: «Ecco perché non si chiama legge Biagi»

06/10/2005
    mercoledì 5 ottobre 2005

    ECONOMIA ITALIANA – pagina 17

    Mercato del lavoro – Parla Tiziano Treu

      «Ecco perché non si chiama legge Biagi»

      Lina Palmerini

      ROMA – «Aboliremo lo staff leasing, il job on call, il contratto di inserimento. Semplificheremo: faremo un’unica forma di apprendistato, magari cambiandogli nome, che valga per tutti i contratti a causa mista (di formazione e di lavoro). Aumenteremo i contributi per il lavoro a progetto per evitare gli abusi».Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro del centro-sinistra spiega come l’Unione riformerà la legge Biagi in caso di vittoria alle prossime elezioni. «La prima iniziativa della legislatura sarà quella di diminuire il costo del lavoro attraverso una graduale parificazione della contribuzione: scenderà quella del lavoro subordinato – oggi al 33% – salirà quella del lavoro autonomo. Contestualmente creeremo nuovi ammortizzatori per tutelare i lavori flessibili, si tratta di 4,5 miliardi di euro a regime».

      Romano Prodi promette di riscrivere la legge Biagi, intanto le cooperative e Sergio Cofferati la applicano. Se andrete al Governo cambierete idea anche voi?

      Un momento. Nessuno ha detto che la legge 30 è il diavolo. E nessuno si scandalizza se la utilizza il sindaco di Bologna. Noi non demonizziamo quelle norme diciamo che alcune le riscriveremo, altre le aboliremo.

      Eppure la legge Biagi viene considerata prosecuzione della legge Treu, da lei firmata. Dove sono le deviazioni?

      Innanzitutto, mi rifiuto di chiamarla legge Biagi. E posso farlo in coscienza. Marco Biagi ha lavorato con me. Conoscevo le sue idee e credo siano state realizzate in modo diverso da quello che era il suo progetto. È una legge che non ha firmato e credo sia propagandistico e arbitrario chiamarla con il suo nome.

      Lei non la chiamerà legge Biagi. Ma dove sono le anomalie?

      L’obiettivo della legge 196 (Treu, ndr) è stato quello di regolare alcune forme di lavoro che esistevano ma erano in nero, come l’interinale. O anche il part-time. L’abbiamo fatto in modo mirato con l’obiettivo di inserire una flessibilità regolata e contrattualizzata. La legge 30 invece ha moltiplicato le forme contrattuali in modo confuso e, quindi, inutile oltre che pericoloso. La moltiplicazione dei contratti non porta moltiplicazione del lavoro ma della precarietà.

      Quali dati ha per affermare che ha portato precarietà?

      L’Istat dice che su 100 assunti a termine, dopo tre anni solo 21 hanno un posto fisso, Al Sud sono appena 5. E ora il dato sui contratti a tempo determinato si legge anche nello stock degli occupati non solo sui flussi. Segno che sta diventando strutturale. Questa è la precarietà o, se preferisce, il prolungamento della precarietà.

      Mettere nuovi paletti rischia di riportare in nero quello che ora è legale?

      Noi vogliamo evitare gli abusi, non la flessibilità. Per esempio: la reiterazione eccessiva dei contratti a tempo determinato. Pensiamo, quindi, di inserire dei deterrenti per evitare troppe proroghe. Sul part-time, invece, i cambiamenti di orario torneranno a essere materia di contrattazione collettiva e non lasciati agli accordi tra singoli lavoratori e impresa. Anche i contratti a progetto (gli ex-co.co.co) vanno corretti.

      Ma i co.co.co sono nati durante il Governo Dino.

      No, esistevano dal 1973, noi portammo l’aliquota contributiva al 10% e a quel punto emerse tutto il mondo del lavoro atipico. E anche l’uso ipocrita che ne facevano le imprese usandolo, di fatto, per lavori subordinati ma con costi molto inferiori. La legge 30, istituendo il lavoro a progetto ha avuto un obiettivo lodevole, quello di evitare l’ipocrisia. Ma non sta funzionando. Infatti, abbiamo il lavoro a progetto nei call centar: questo è abuso. Quello che faremo è avvicinare i costi a quello del lavoro subordinato in modo da non rendere conveniente l’abuso.

      La riforma della legge cambierà il nome alla Biagi?

      Sì, si chiamerà con un numero. Come tutte le leggi.