“Intervista” T.Treu: adesso politiche sociali

19/03/2007
    lunedì 19 marzo 2007

    Pagina 10 – Politica

    Intervista

      DALLA MARGHERITA

        Treu: adesso politiche sociali,
        cominciamo dall’Ici

          Enrico Marro

          ROMA — «Ma noi di politiche dell’offerta ne abbiamo fatte già abbastanza. Non mi pare il caso di dare altri soldi alle imprese così… Prima viene la famiglia». Tiziano Treu, 67 anni, presidente della commissione Lavoro del Senato, esponente di spicco della Margherita, è rimasto un po’ sorpreso dell’uscita del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che ha auspicato nuovi tagli delle imposte sulle imprese, insistendo sulla necessità di privilegiare le politiche dell’offerta piuttosto che quelle della domanda, cioè il sostegno a salari e pensioni per far crescere i consumi. Dichiarazioni che, a pochi giorni dall’avvio della trattativa fra governo e parti sociali (giovedì) hanno ovviamente suscitato molte reazioni. Favorevoli quelle della Confindustria, contrarie quelle del sindacato.

          Anche lei sta col partito della domanda contro quello dell’offerta?

            «Io credo che bisogna bilanciare le cose. Domani la Margherita riunirà il proprio esecutivo e dirà proprio questo, in sintonia direi anche con la posizione dei Ds».

            Come dire che Padoa-Schioppa dovrà ricredersi?

              «Vediamo la situazione. Finora l’azione del governo si è concentrata su due dei tre pilastri indicati nel Dpef dello stesso ministro dell’Economia: il risanamento e lo sviluppo. Abbiamo quindi fatto e sostenuto, non senza qualche problema, una Finanziaria molto pesante che contiene un consistente aiuto alle imprese».

              Il taglio del cuneo fiscale?

                «Da solo vale a regime 6 miliardi di euro. A questi vanno aggiunti una serie di fondi per la ricerca, l’innovazione, le piccole imprese, i grandi progetti. Senza contare i fondi strutturali per il Mezzogiorno: 120 miliardi in 6 anni che arriveranno dall’Unione europea e saranno cofinanziati con risorse nazionali. Insomma tutti noi, Margherita compresa, siamo stati molto offertisti. Adesso bisogna lavorare anche sul terzo pilastro del Dpef, le politiche sociali».

                Le imprese hanno già avuto tutto ciò che potevano avere dal governo?

                  «No, c’è ancora spazio per le politiche dell’offerta, ma si tratta di provvedimenti che non costano. Mi riferisco alle liberalizzazioni, alla riforma della pubblica amministrazione, ma anche alla defiscalizzazione della retribuzione legata alla produttività aziendale, come ha sottolineato ieri il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, nell’intervista al Corriere della Sera. Quest’ultima è una misura proposta dai sindacati, ma chiesta anche dalla Confindustria perché avrebbe un duplice effetto: stimolerebbe i consumi, la domanda, ma anche la produttività, cioè l’offerta».

                  Invece il grosso degli 8-10 miliardi di entrate strutturali in più che sono emersi a cosa lo destinerebbe?

                    «La Margherita indica tre priorità. La prima riguarda le famiglie. Qui bisogna rafforzare le detrazioni fiscali oppure, come io preferisco, tagliare l’Ici sulla prima casa, come ha detto lo stesso presidente del Consiglio, Romano Prodi, e come invece mi meraviglio non sia stato ricordato da Padoa-Schioppa. Questo sgravio costerebbe 2 miliardi o poco più».

                    Il resto per le altre due priorità?

                      «Sì. Per la riforma degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, indennità di disoccupazione, eccetera ndr.), che avrebbe anche questa effetti positivi sulle imprese, tonificando il mercato del lavoro. Infine una parte del "tesoretto" servirà per aumentare le pensioni più basse e per la riforma della previdenza: non per eliminare lo "scalone", ma, più realisticamente, per sostituirlo con gli "scalini", un aumento graduale dell’età pensionabile. Poi, se avanzano soldi, si può anche pensare a una riduzione della pressione fiscale, ma non generalizzata».

                      E come?

                        «Sono contrario all’ipotesi di un taglio dell’Irpeg per tutte le imprese. Meglio prendere esempio dalla Francia che ha stanziato 6 miliardi per l’innovazione».

                        Lei è stato protagonista di importanti trattative con le parti sociali, basti ricordare quella che portò nel ’95 alla riforma delle pensioni. Oggi crede nella possibilità di un nuovo patto sociale?

                          «L’economia si è rimessa in moto e questo è un punto a favore della trattativa. Le parti sociali dovrebbero avere convenienza a trovare un’intesa. Il casino non conviene a nessuno. Il punto più delicato è quello dello scambio necessario tra aumento della spesa per gli ammortizzatori e la diminuzione di quella per la previdenza».

                          Un altro punto delicato sono le divisioni nella maggioranza.

                            «Beh, speriamo che valga il 12esimo punto di Prodi e che nei casi di dissenso faccia sintesi lui. Ricordo che i grandi patti sociali alla fine li ha sempre chiusi Palazzo Chigi».