“Intervista” T.Padoa Schioppa: «Eurolandia è colpita da un mal di consumi»

18/02/2005

    giovedì 17 febbraio 2005

    sezione: IN PRIMO PIANO – pagina 3

    « Eurolandia è colpita da un mal di consumi »

    Deboli soprattutto Italia e Germania

      DAL NOSTRO CORRISPONDENTE FRANCOFORTE • Gli ultimi dati economici hanno risvegliato l’Europa da un sogno. L’economia nel suo complesso continua a crescere, ma la situazione in Germania e in Italia è negativa. I due Paesi, che insieme rappresentano il 50% del Pil della zona euro, hanno subìto una netta contrazione dell’attività nell’ultima parte dell’anno scorso. È un fenomeno temporaneo? Una pausa dopo una crescita nel 2004 particolarmente soddisfacente come sostengono molti osservatori? A leggere molte previsioni, impregnate di ottimismo, sembrerebbe di sì: l’Europa è tornata ( bene o male) a crescere rispetto alla stagnazione degli anni scorsi e il rallentamento della fine del 2004 è temporaneo; gli Stati Uniti si sono lasciati alle spalle la bolla speculativa degli anni ‘ 90; il dinamismo dei Paesi emergenti è talmente forte da essere diventato un motore indispensabile per l’intera economia mondiale.

      Tommaso Padoa Schioppa, che nel comitato esecutivo della Banca centrale europea ( Bce) è responsabile delle relazioni internazionali, è appena tornato a Francoforte da una serie di riunioni al vertice: il recente G 7 finanziario di Londra; un incontro con i governatori asiatici a Hong Kong; e una riunione di lavoro a Cannes tra banchieri centrali della zona euro e dei Paesi del Mediterraneo.

      In questa intervista, Padoa Schioppa prende le distanze dall’analisi quotidiana dei dati macroeconomici, e tenta di dare una valutazione di più lungo periodo sulla situazione economica mondiale, sottolineando i punti critici ( la domanda interna europea, gli andamenti demografici, il problema energetico) e le anomalie insostenibili ( il deficit commerciale degli Stati Uniti). Ne emerge un giudizio meno ottimista, forse — direbbero alcuni — più realista di quello predominante.

      Come giudica l’andamento della situazione economica nella zona euro?

        L’economia europea cresce oggi a tassi superiori a quelli registrati nel 2003, 2002 e 2001, ma la crescita si accompagna a fiacchezza, in particolare dei consumi, soprattutto in Italia e in Germania. Da questo punto di vista rispetto a tre mesi fa la situazione non è certo migliorata. Non si può parlare di un irrobustimento della crescita, ma nemmeno di un esaurimento.

        Eppure, i dati sul quarto trimestre sono stati molto negativi in Italia e in Germania. A che cosa li imputa?
        È un rallentamento temporaneo di questi due Paesi?

          Non lo sappiamo. La lentezza della crescita ha alcune caratteristiche comuni a Italia e Germania, quali la sua durata pluriennale, il declino demografico, la debolezza dei consumi, la presenza di una grande regione di economia assistita che pesa sui conti pubblici e non riesce a decollare ( il Mezzogiorno per noi, l’Est per la Germania). Ma vi sono anche differenze. La Germania, per esempio, ha saputo compiere negli anni recenti un formidabile recupero di competitività, mentre l’Italia ha perso terreno.

          In queste ultime settimane, la Bce sta mettendo l’accento sull’abbondante liquidità, quasi volesse preparare il terreno per un prossimo rialzo dei tassi d’interesse ( oggi al 2%).

            L’accento sull’abbondanza di liquidità non è una vera novità.
            Da qualche anno ormai l’analisi monetaria mostra una crescita significativa della liquidità. Tassi d’interesse eccezionalmente bassi hanno spinto gli investitori verso particolari forme d’investimento e provocato un forte aumento dei prezzi di alcune attività, soprattutto nel settore immobiliare di alcuni Paesi, tra cui l’Italia. La novità è stata di sottolineare questo aspetto durante l’ultima nostra conferenza stampa. Siamo in una tipica situazione di prolungata fase di espansione della politica monetaria che va guardata con attenzione.

            Ma è lecito aspettarsi una prossima stretta monetaria in un momento di ripresa tutto sommato modesta?

            La Bce non preannuncia le proprie mosse; le compie, non appena si rendono necessarie. La condizione della politica monetaria è determinata dal livello, non dalla variazione dei tassi.

            Guardiamo alla situazione negli Stati Uniti. Nel 2004 le preoccupazioni erano rivolte ai disavanzi americani nei conti pubblici e commerciali, agli squilibri mondiali e alla possibilità di un loro brusco riassorbimento. Oggi sembra prevalere un maggiore ottimismo. È l’impressione giusta?

              È vero che la recente riunione del G 7 ha mostrato un minore grado di apparente preoccupazione sugli squilibri dell’economia mondiale e degli Stati Uniti. Ciò può dipendere anche dal fatto che le settimane precedenti la riunione sono state di relativa tranquillità sia sul fronte dei cambi, sia per quanto riguarda il mercato petrolifero. Anche per il G 7 contano gli stati d’animo.

              La situazione debitoria americana rimane quindi d’attualità, secondo lei?

                È una questione che ci terrà occupati per tutto questo decennio, e forse anche oltre. Le visioni a questo proposito restano due. Da un lato c’è chi è convinto che gli squilibri saranno riassorbiti dal mercato e che questo avverrà senza una perdita significativa di crescita. Dall’altro, c’è chi è convinto che la correzione richieda misure di politica economica e che comporterà inevitabilmente un rallentamento della crescita.

                La prima posizione è quella americana, la seconda quella europea?

                  Non sarei così netto. Nel dibattito in seno al G 7 non c’è un contrasto tra il bianco e il nero. Ci sono invece tante tonalità di grigio: magari il grigio più chiaro è americano, e quello più scuro europeo. Questo dibattito si è ripetuto a Londra all’inizio di febbraio, nello stesso modo in cui si era tenuto a Washington e a Boca Raton nel 2004. L’ultimo comunicato del G 7 è sembrato più rassicurante perché il clima era più tranquillo e perché, a meno di situazioni particolari, questo tipo di documento non è utilizzato per suonare campanelli d’allarme.

                  In questi mesi, la Bce ha chiesto all’amministrazione americana una politica più cauta sul fronte dei conti pubblici, anche per alleviare le pressioni al ribasso del dollaro. Come valuta la finanziaria 2006 presentata nei giorni scorsi e l’impegno del presidente George W. Bush di ridurre il deficit pubblico?

                    Non abbiamo fatto un’analisi precisa del progetto di bilancio, anche perché non abbiamo tutti gli elementi per giudicare la politica economica. Per esempio, il testo presentato a Washington non comprende l’annunciata riforma della previdenza sociale o le spese per la presenza in Irak. Osservo, tuttavia, che le intenzioni sono incoraggianti e che non c’è una sottovalutazione del problema del deficit.

                    Quanto crede abbiano pesato le pressioni europee nella decisione americana di mettere mano al disavanzo pubblico?

                      Non credo molto. Credo piuttosto che l’impegno del presidente Bush sia il risultato del dibattito interno americano. Molte pressioni sono venute dall’establishment. D’altro canto, il Partito repubblicano è stato tradizionalmente prudente sul fronte del bilancio pubblico: la sua posizione era anomala un anno fa; lo è meno oggi.
                      Comunque, la battaglia politica è appena iniziata e l’esito del dibattito parlamentare al Congresso non è scontato.

                      Al di là del deficit pubblico americano, come crede che il riassorbimento degli squilibri internazionali possa avvenire?

                      L’economia mondiale dovrà fare i conti per molti anni con due problemi di fondo: da un lato gli squilibri esterni, dall’altro la questione energetica. La dimensione del disavanzo commerciale americano non è sostenibile nel tempo.
                      Lo squilibrio è talmente connaturato alla struttura produttiva e alle abitudini di consumo dell’economia americana che è difficile pensare a una correzione immediata. Credo che il riassorbimento avverrà con una riduzione della crescita americana e di quella mondiale, perché non vedo altre regioni del mondo che possano subentrare al motore americano alla pari, uno a uno.

                      Molti osservatori sono convinti che il riassorbimento degli squilibri mondiali sarà una partita che si giocherà tra Stati Uniti e Asia, ossia tra il Paese debitore e la regione creditrice. È così?

                      Questo modo di vedere le cose mi sembra illusorio: la correzione riguarderà anche l’Europa che pure ha conti commerciali in equilibrio. Personalmente ritengo che il riassorbimento degli squilibri sarà lento, che sarà costoso in termini di crescita e che riguarderà tutte le aree del mondo perché il disavanzo americano è semplicemente molto grande.

                      Dopo aver fatto il punto sulla situazione europea e americana, concentriamoci sull’Asia. Lei ha appena partecipato, con il presidente della Bce Jean Claude Trichet, a una riunione a Hong Kong con i governatori delle banche centrali asiatiche.
                      Che impressione ne ha tratto?

                      Il Giappone non mi sembra uscito appieno dalla fase di lunga depressione, come si sperava seiotto mesi fa: la forza della ripresa giapponese è oggi modesta. Cina e India invece dimostrano un forte dinamismo economico. Rispetto all’inizio del 2004, sembra poi che la Cina riesca a controllare meglio il pericolo di surriscaldamento e che le preoccupazioni per le pressioni inflazionistiche si siano attenuate.

                      Come definirebbe la crescita economica di questi due Paesi?

                      Mi sembra che il loro dinamismo sia un fenomeno che dominerà il decennio.
                      Stanno trasformando il loro modo di vivere e di produrre. Cinesi e indiani stanno migrando da un sistema agricolo a un sistema industriale; stanno lasciando le campagne per vivere in città; si stanno arricchendo modificando il loro stile di vita. In questo senso, il processo di modernizzazione è come un vento che raggiunge l’intera società. Tensioni finanziarie sono sempre possibili, ma la trasformazione sociale ed economica non si fermerà.

                      Torniamo all’ultimo G 7 a cui ha partecipato per la seconda volta il Governo cinese: la Bce sarebbe favorevole a un ingresso formale della Cina in questo consesso internazionale?

                      Alla Bce non spetta esprimersi su una decisione che è prettamente politica. Posso dire che i canali di comunicazione con l’Asia, e con la Cina in particolare, sono molto aperti e che la stessa Bce ha stretti rapporti bilaterali con le autorità monetarie cinesi. Il G 7 non può non avere canali di comunicazione diretti con il Governo cinese: le riunioni di Washington in ottobre e di Londra all’inizio di febbraio ne sono la conferma.

                      La partecipazione informale della Cina al G 7 è quindi un fatto acquisito?

                      Direi di sì. Le autorità cinesi hanno modo di esprimere le loro valutazioni a prescindere dall’essere membri o meno del G 7. È un fatto molto positivo. Da questo punto di vista, è difficile che la configurazione che abbiamo visto a Londra all’inizio di febbraio faccia passi indietro.

                      BEDA ROMANO