“Intervista” T.Boeri «Fate un passo indietro per salvare i figli»

23/09/2003


Lunedì 23 settembre 2003

Tito Boeri ha 45 anni ed è docente all’Università Bocconi di Economia del Lavoro, e direttore della fondazione Rodolfo Debenedetti, che si occupa di problemi del welfare in Europa. Fra le pubblicazioni più recenti nel 2000 il libro «Uno Stato asociale» (Laterza) e nel 2003, con Roberto Perotti, «Meno pensioni, più welfare» (Il Mulino). Phd in Economia alla New York university, ha lavorato per dieci anni all’Ocse a Parigi ed è stato consulente di vari organismi internazionali come Banca Mondiale, Fondo monetario internazionale, Ilo (l’Organizzazione internazionale del lavoro) e Commissione europea.

«Fate un passo indietro per salvare i figli»
Boeri: i genitori devono accettare di lavorare di più, altrimenti ai giovani toccheranno contributi sempre più pesanti e assegni magrissimi
      «Un errore. L’accordo raggiunto nella maggioranza sulla previdenza è deludente, non risolve i problemi. E’ una questione di equità ed efficacia: la riforma delle pensioni deve partire subito. Non nel 2008. E bisogna accelerare il passaggio al sistema contributivo. So che una simile decisione potrebbe essere percepita come impopolare. Ma bisogna dirlo in modo chiaro ai padri: in caso contrario a rimetterci, e in modo pesante, saranno soltanto i vostri figli e i vostri parenti anziani non-autosufficienti, privati di un’assistenza pubblica decente. Volete davvero scaricare su di loro i costi sociali di una "partenza rinviata"?». Tito Boeri è docente di economia alla Bocconi e tra i fondatori del sito Internet lavoce.info (www.lavoce.info). Viene definito «liberal» e il suo orientamento sul tema delle previdenza lo ha espresso di recente anche in un libro scritto con Roberto Perotti dal titolo che non lascia spazio a equivoci: «Meno pensioni, più welfare».
      Secondo lei un patto fra generazioni può evitare una rivolta quantomeno elettorale?
      «Più che un patto fra generazioni, che peraltro non esaurirebbe il problema, si tratta di un invito ai padri-elettori di oggi perché si mettano una mano sulla coscienza, se non sul cuore: con la Dini, accettata senza scioperi o rivolte, avete detto sì a un sistema previdenziale che sarà sostenibile nel lungo periodo, ma che riguarderà i vostri figli, non voi. Volete davvero che siano loro a pagare per voi più contributi e più tasse per poi ricevere almeno il 15% in meno di pensione? Ve la sentite d’incassare questo iniquo bottino senza battere ciglio?».
      Ma perché se la riforma partisse subito i genitori avrebbero la coscienza, diciamo così, più a posto?
      «Per almeno due ragioni. La prima è quasi banale. Sa cosa succederebbe se la riforma, che dovrebbe prevedere il ritiro dal lavoro o con 40 anni di contributi o a 65 anni di età, scattasse dal 2008? Che l’effetto annuncio farebbe partire il treno del pensionamento-subito-finché-si-può. Un treno potenzialmente molto affollato visto che in Italia, contrariamente a ciò che si pensa, il 40% di chi ha maturato il diritto alla pensione di anzianità, non si ritira. Un fenomeno diffuso soprattutto nel settore pubblico. Bene è presumibile che molti, in virtù dell’annuncio, decidano di lasciare».
      Stime?
      «Abbiamo calcolato che le domande di ritiro sollecitate dal solo annuncio potrebbero essere circa 700 mila. Con un incremento di spesa che potrebbe mangiarsi quasi interamente i risparmi conseguibili dal 2008 in poi».
      E la seconda ragione?
      «Padri e madri sanno bene che, con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo fissato dalla Dini, i loro figli incasseranno una pensione più bassa. I giovani stanno già subendo contributi previdenziali più elevati dei loro genitori e, visto che l’Inps è in rosso, elevate imposte sui redditi per pagare le pensioni di altri. Lo sa che circa il 43% del reddito di un lavoratore va oggi a pagare gli assegni degli attuali pensionati? Se non si fa nulla subito arriveremo presto al 50%. Tutto ciò non dà la possibilità ai giovani di investire in fondi integrativi, per arrotondare la loro ridotta pensione di domani».
      Il riferimento è ai fondi pensione? Tremonti ha detto che bisogna puntare sul «secondo pilastro».
      «Giusto. Ma per farlo bisogna riformare subito il primo pilastro, quello pubblico».
      Perché?
      «Se già si mette quasi un euro su due nel grande "salvadanaio" per pagare l’assegno a chi in pensione c’è già, cosa resta da destinare ai fondi? Chi ha la possibilità davvero di risparmiare per il proprio futuro? In secondo luogo c’è una specie di "miraggio" che non favorisce il secondo pilastro».
      Miraggio?
      «Abbiamo riscontrato che i lavoratori tendono sistematicamente a sovrastimare quanto riceveranno dall’Inps. E qui andrebbe fatto uno sforzo per migliorare la trasparenza: in Svezia, dove c’è un sistema pensionistico simile, l’istituto equivalente al nostro Inps invia a tutti un estratto conto previdenziale nel quale non si limita a indicare i versamenti, ma effettua anche stime delle pensioni che si riceveranno, secondo diversi scenari. In assenza di tale trasparenza, il "miraggio" pensionistico rende i lavoratori italiani meno disponibili a sottoscrivere i fondi pensione. Così il giovane è doppiamente penalizzato. E’ come un cane che si morde la coda: paga un sacco di soldi per contributi e tasse e così gli resta poco per pensare al proprio futuro pensionistico, che peraltro non avverte così magro. E per alcune categorie contrattuali, me lo lasci dire, potrebbe essere davvero magrissimo. Addirittura sulla soglia della povertà».
      Faccia un esempio.
      «Certo: i cosiddetti co.co.co. Con le aliquote contributive attuali, chi va in pensione con un’anzianità di 40 anni percepisce un assegno pari al 54% dello stipendio. Si parla per i subordinati di circa 4 mila euro l’anno. Siamo sotto la soglia di povertà».
      Suggerisca un rimedio, è il suo lavoro...
      «Non c’è molto da lavorare con la fantasia. Bisognerebbe aumentare le aliquote contributive per questi lavoratori, compensando l’incremento con riduzioni del deficit dell’Inps per attenuare i potenziali effetti negativi sull’occupazione. E poi informarli su quanto potranno ricevere un domani».
      Fin qui ha spiegato perché è indispensabile un richiamo ai genitori perché rispettino un patto tra generazioni non facendo pagare il conto solo ai figli. Si tratta dunque di evitare un conflitto fra giovani e anziani?
      «Non solo, anche fra anziani in grado di provvedere da soli al loro sostentamento e quelli non più autosufficienti. Il sistema pensionistico senza riforma assorbe quasi tutte le risorse disponibili e non ci sono soldi da spendere in altri programmi sociali. L’estate caldissima ha provocato un forte aumento di decessi fra gli anziani che vivevano in solitudine. Nel Sud della Germania, dove le temperature sono state parimenti calde, i decessi dovuti al caldo sono stati minori. Probabilmente perché ci sono servizi di assistenza che da noi invece mancano. La riforma del sistema previdenziale tedesco prevede che i pensionati contribuiscano a pagare servizi di aiuto per gli anziani non autosufficienti. Intervenendo oggi sulle pensioni di anzianità libereremmo risorse per questi aiuti. Un patto di civiltà, non crede?».
Sergio Bocconi