“Intervista” Stiglitz: «Non è il momento di cambiare le pensioni»

07/10/2002


            intervista
            Jacopo Iacoboni

            (Del 6/10/2002 Sezione: Economia Pag. 3)
            IL PREMIO NOBEL AVVERTE: NON SI DEVE PERO´ USARE LA SCUSA DELLE DIFFICOLTA´ DELLA CONGIUNTURA PER RESTARE FERMI
            «Non è il momento di cambiare le pensioni»
            Stiglitz: adesso si rischia di strozzare l´economia già in crisi

            LA riforma delle pensioni? «In un momento di bassa crescita potrebbe strozzare l´economia».

            Il Patto europeo di stabilità? «Un giubbotto stretto che forse va allentato».
            La globalizzazione? «Una forza che può essere positiva ma va ridisegnata».
            Quanto a una possibile collaborazione con la fondazione Di Vittorio del sindacalista Sergio Cofferati,
            beh, state a sentire. Il professore dall´espressione affabile che risponde nella sua casa uptown New York
            è il premio Nobel Joseph Stiglitz, docente di Economia alla Columbia, consigliere di Bill Clinton alla
            Casa Bianca e per tre anni, dal 1997, capo economista della Banca Mondiale. Nel Duemila, quando se
            n´è andato, Stiglitz aveva già in mente il libro che ha inaugurato una delle polemiche più memorabili con
            la comunità finanziaria americana. Da allora i militanti antiglobal di mezzo mondo lo citano a mo´ di
            santino, a volte senza averne letto nemmeno una pagina. E la ragione è semplice: in Globalization and its
            discontents («La globalizzazione e i suoi oppositori», Einaudi), i
            l professore accusa le istituzioni globali – soprattutto il Fondo Monetario, ma anche il Tesoro americano,
            l´Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e la Banca Mondiale – di imporre con procedure
            poco democratiche un´ideologia iperliberista che aumenta gli squilibri del mondo global anziché ridurli.
            Un esempio? «La ricetta per i paesi occidentali è abbattere le tasse e tener basso il costo del denaro.
            La ricetta imposta ai paesi poveri è alzare le tasse e il costo del denaro».

            Professor Stiglitz, il libro dà un messaggio sovversivo?

            Risata. «Direi che il messaggio è questo: la globalizzazione in qualche caso ha funzionato,
            ma in qualche altro no. Dunque, bisogna guidarla meglio».

            In Cina ha funzionato.

            «È vero, ma non nel Sud Est asiatico, nella transizione della Russia all´economia di mercato,
            nel tracollo argentino. Perché? Io credo che non abbia funzionato perché le regole di gestione
            di quelle crisi sono state scritte nell´esclusivo interesse dei paesi industriali, in particolare della
            comunità finanziaria americana».

            Il «Washington consensus», cioè Fondo Monetario, Tesoro, Banca mondiale,
            Organizzazione mondiale del commercio?

            «Loro, naturalmente. Sostenuti anche da interessi europei».

            È possibile dire che in alcuni casi la globalizzazione ha aumentato la povertà?
            O è un´affermazione troppo forte?

            «Probabilmente è una frase troppo forte. Ciononostante nessuno può negare che in
            alcune situazioni lo squilibrio delle regole internazionali, e l´applicazione troppo rigida
            dell´ortodossia monetaria, hanno esposto i paesi in crisi a maggior volatilità finanziaria; dopo,
            hanno strangolato sistemi che altrimenti si potevano salvare. Rendere più stringente l´austerità
            fiscale deprime ancora di più economie in crisi».

            La colpa è tutta del Fondo Monetario?

            «Non solo, ma è il Fondo che ha imposto le ricette. Poi non ha condotto bene alcune crisi.
            Prendiamo l´Argentina: anche se avesse rispettato tutti gli impegni, il taglio delle tasse,
            l´austerità monetaria, l´abolizione della corruzione, anche in questo caso, dicevo,
            difficilmente sarebbe uscita dalla depressione solo con ricette finanziarie.
            Mi chiede la prima cosa da fare nei paesi in crisi? Riattivare l´economia. Dopo, aprire i mercati.
            E consentire che anche i loro prodotti possano essere competitivi sui mercati occidentali.
            Per far questo bisogna abbattere le barriere commerciali, e qui entra in gioco il Wto.
            Ed evitare che l´estrema volatilità dei flussi di aiuti favorisca 25mila aziende americane a scapito
            di milioni di aziende del terzo mondo».

            Quanto c´entra tutto questo con la crisi di trasparenza, le informazioni asimmetriche messe in
            luce dai casi stile Enron?

            «La trasparenza è sicuramente una priorità assoluta all´interno di una globalizzazione sana.
            Un caso di malversazione Usa non è slegato dalla cattiva gestione di una crisi che si verifica altrove».

            Anche l´Europa, naturalmente in un quadro diverso, ha previsioni di crescita basse.
            L´Italia nel 2003 sarà ferma allo 0,6. Sarebbe utile un alleggerimento del patto di Stabilità?

            «Sì, l´Europa si è legata in un giubbotto troppo stretto.
            Bruxelles deve curarsi della stabilità, ma anche della crescita».

            In questo quadro le pensioni andrebbero riformate? Paesi come Germania e Italia hanno
            sistemi alquanto onerosi.

            «In linea generale, riformare le pensioni in situazioni di difficoltà potrebbe strozzare
            ancora di più l´economia. E in ogni caso questa riforma porterebbe vantaggi solo nel lungo
            termine, non benefici di cassa. Va anche detto che, a volte, le difficoltà possono essere usate
            come scusa per non farle, le riforme…».

            Joseph Stiglitz sta per congedarsi. Dal 9 al 20 ottobre lo attende un giro di viaggi e conferenze
            all´estero, dove puntualmente
            lo acclameranno, lui eminente liberal, come un pericoloso antiglobal. Prima di salutare,
            risponde sornione alla domanda se andrà davvero alla fondazione Di Vittorio diretta
            da Sergio Cofferati: «Io sono interessato a discutere con chiunque. Conservatori, progressisti,
            radicali… chiunque abbia a cuore le questioni del mercato del lavoro e la risposta al
            dilemma come coniugare equità e sviluppo».