“Intervista” Stephen Nickell: «I posti di lavoro non crescono riducendo le tutele e i diritti»

25/03/2002



      (Del 24/3/2002 Sezione: Economia Pag. 8)

      Il professore della London School of economy: scarso l’impatto dalla modifica dell’art.18
      «I posti di lavoro non crescono riducendo le tutele e i diritti»
      Stephen Nickell, consulente di Blair: «Mantenere tutto immutato però è inaccettabile Le aziende devono poter licenziare ed è giusto differenziare i salari fra il Nord e il Sud»
      intervista
      Francesco Manacorda

      MILANO
      LA disoccupazione non è una funzione del grado di protezione del posto di lavoro. Del resto basta guardare la situazione nell´Italia settentrionale, dove esiste praticamente la piena occupazione, nonostante siano in vigore le stesse regole sulla tutela dell´impiego che ci sono al Sud». Stephen Nickell, professore alla London School of Economics considerato fra i massimi esperti europei dei problemi del lavoro e membro del comitato per la politica monetaria della Bank of England, non entra nella velenosa polemica – tutta italiana – sull´art. 18, ma rigetta l´interpretazione di Confindustria e governo secondo cui riducendo la necessità di una giusta causa per i licenziamenti ci sarebbero effetti benefici sull´occupazione nel suo complesso. Per Nickell, che assieme ai colleghi Richard Layard e Tito Boeri firmò nel marzo di due anni fa il documento «Welfare to Work» portato al vertice europeo di Lisbona da D´Alema e Blair e adesso è in Italia per alcuni seminari, non è però accettabile nemmeno la posizione di chi vuole mantenere immutata la situazione attuale, come la Cgil. «E´ un male – commenta – avere un sistema a doppio binario, nel quale esistono lavoratori tutelati nei loro posti e lavoratori che non hanno invece alcuna tutela. Servirebbero regole di protezione del lavoro più omogenee, eguali per tutti. Altrimenti chi ha un posto fisso migliora le sue condizioni, attraverso la contrattazione sindacale, a spese – in un certo senso – di chi non lo ha».

      Ma i sindacati, o parte di essi, ribattono che in questo modo si apre la strada a un abbassamento generale delle tutele. Non è così?

      «Naturalmente se si vuole offrire un livello di protezione comune, per qualcuno questo significherà una diminuzione delle garanzie, per qualcun altro un aumento. E´ ovvio che il sistema legale debba offrire una tutela contro i licenziamenti arbitrari, ma penso anche che le aziende abbiano il diritto di liberarsi di dipendenti completamente incompetenti. E poi mi pare che in Italia ci sia un altro problema: le imprese spendono molte energie proprio per aggirare queste norme. Ad esempio, quante aziende in Italia restano volontariamente sotto al soglia dei 15 dipendenti per non applicare lo Statuto dei Lavoratori? E che influenza ha questo sulla vostra struttura produttiva?».

      Il programma «Welfare to Work» prevedeva politiche che in qualche modo spingessero i disoccupati a cercare lavoro, ma alla fine in Italia non è stato mai messo in pratica. Qual è l´esempio da seguire oggi in Europa?

      «In alcuni paesi europei – penso ad esempio alla Francia e all´Italia – chi non ha occupazione trova più semplice aspettare, anche per lunghi periodi, l´opportunità di un lavoro che considera adatto piuttosto che darsi da fare per cercarlo. Altri paesi invece – specialmente l´Olanda, la Danimarca e la Svezia – uniscono un sistema di welfare piuttosto generoso a regole severe con l´effetto di avere una disoccupazione più bassa della media europea. Più in generale perché il "Welfare to Work" funzioni è necessario che ci sia un sistema di welfare forte e integrato, come avviene per l´appunto nei paesi scandinavi, mentre ho l´impressione che l´Italia da questo punto di vista abbia un sistema molto composito e variegato, con tanti trattamenti differenti».

      Di fronte a squilibri regionali dell´occupazione, come quelli che si verificano in Italia lei sostiene anche l´utilità di salari differenziati.

      «Sì, quando ci sono questi squilibri regionali, per cui quasi tutta la disoccupazione è concentrata in una parte sola del paese, trovo legittimo che ci siano stipendi differenziati in base alla produttività del lavoro, ma anche al costo della vita».

      Una soluzione che la maggior parte dei sindacati italiani non accetta, quella delle «gabbie salariali».

      «Se la loro obiezione è: "a uguale lavoro uguale stipendio" io replico che quel che conta è il reddito reale. Con lo stesso stipendio da voi si può vivere molto meglio al Sud che al Nord».

      Lei ha analizzato molte esperienze internazionali e nel suo paese la flessibilità del lavoro è forse la più avanzata in Europa. Pensa che gli italiani siano troppo legati all´idea di un lavoro permanente e a tempo pieno?

      «Sì, ma c´è anche un problema di barriere normative che impediscono a nuove modalità di lavoro di svilupparsi. In Olanda, ad esempio, quando queste barriere sono state rimosse c´è stata una straordinaria esplosione di forme di lavoro diverse da quelle tradizionali».

      Le sue idee sono state ampiamente usate dal «New Labour» negli scorsi anni. Che cosa pensa del documento Berlusconi-Blair sulla flessibilità del lavoro?

      «Non l´ho letto».