“Intervista” Stefano Parisi: «Anche Pezzotta rispetti l’1,4%»

16/07/2002

16 luglio 2002

Intervista a Stefano Parisi
Il direttore generale di Confindustria Parisi al leader della Cisl: «Dica se sta nei binari dell’accordo del ’93»
«Anche Pezzotta rispetti l’1,4%»
Pronti alla riforma del sistema contrattuale
ma sarebbe un errore scaricare la discussione nei prossimi rinnovi

Il salario si contratta una volta sola
No a un secondo livello obbligatorio

ROMA. «Il leader della Cisl deve spiegare se sta con la
Fiom o dentro la politica dei redditi». Il direttore generale
di Confindustria, Stefano Parisi, ricorda l’accordo del ’93
a Savino Pezzotta che nei giorni scorsi aveva messo in
discussione il tasso di inflazione programmata (1,4%) fissato
dal Governo. Nei prossimi rinnovi, aveva avvertito il numero
uno Cisl, per «tutelare le retribuzioni si dovrà tenere conto che
l’inflazione reale sarà superiore all’1,4% e fare una media».
Parisi apre però alla riforma degli assetti contrattuali rilanciando
un solo livello, nazionale o aziendale.
Allora, a giudicare dalle parole del leader Cisl, si apre
una stagione di rinnovi contrattuali difficile…
Savino Pezzotta deve spiegare meglio cosa intende quando dice
che non è d’accordo sul tasso di inflazione programmata. Nei
giorni scorsi, mentre si era alle battute finali del Patto per l’Italia,
la Fiom ha detto che nelle piattaforme dei meccanici non
terrà conto dell’inflazione programmata. Nel Patto, firmato anche
dalla Cisl, il Governo e le parti sociali hanno ribadito l’efficacia
del protocollo del ’93. Ecco, ora Pezzotta deve spiegare se
sta con la Fiom o dentro la politica dei redditi.
Ma Pezzotta dice che l’inflazione non è stata concordata…
Dal ’93 a oggi l’inflazione programmata non è mai stata
contrattata. Il protocollo del ’93 prevede che le parti discutano
con il Governo il quadro macroeconomico e che autonomamente
il Governo fissi l’inflazione programmata. Le parti sono poi
impegnate a rispettare quel dato così come lo è il Governo nei
contratti del pubblico impiego e in materia di politiche tariffarie.
Del resto, è evidente la ragione per cui non si contratta. Perché
è intrinseca, in questo meccanismo, la tutela del potere d’acquisto
attraverso il recupero del differenziale tra inflazione reale e
programmata.
I rinnovi sconteranno gli effetti della firma separata al Patto?
Il Patto conferma in pieno il Protocollo del luglio ’93 e anche
la Cgil ne è coinvolta. Detto questo, il rischio che le tensioni
si riflettano nelle aziende c’è. Almeno a sentire alcune dichiarazioni
che arrivano dal mondo Fiom. Sarebbe però un errore gravissimo:
la storia degli anni ’70 e ’80 ha insegnato che gli andamenti retributivi
veri si giocano a livello di produttività e di crescita del sistema.
Oggi le retribuzioni di fatto sono cresciute più dell’inflazione, il che
vuol dire che dove ci sono state condizioni di produttività e di
crescita la retribuzione ha accompagnato questo processo.
Pezzotta fa bene a porre sul tavolo un adeguamento del sistema
contrattuale ma non abbandonando la politica di moderazione
salariale.
Dunque, siete pronti a discutere di una riforma degli assetti?
Il tema c’è. Però il sindacato ci deve dire se lo affrontiamo al
tavolo interconfederale o nei rinnovi contrattuali. Nel primo caso,
andiamo alle trattative col sistema del ’93 e discutiamo della
riforma durante o dopo. Se invece dovessimo affrontare la
questione nei prossimi rinnovi rischieremmo di far saltare
completamente il sistema: riteniamo indispensabile che il sindacato
chiarisca questa questione. Sarebbe un grave errore scaricare
la discussione dentro i contratti.
Ormai di firme separate se ne sono sommate un po’. Ma
la riforma degli assetti contrattuali si può fare senza la Cgil?
È auspicabile che la Cgil ci sia. È evidente che il peso e la
valenza delle parti sociali è ben diversa se si discute di mercato
del lavoro o di assetti contrattuali. La modernizzazione del lavoro
riguarda anche i non rappresentati dalle organizzazioni sindacali
ed è materia di competenza del Governo. Gli assetti contrattuali,
invece, riguardano esclusivamente le parti sociali e il Governo,
ma solo in quanto datore di lavoro nel pubblico impiego.
Ci auguriamo che su una vicenda squisitamente sindacale
la Cgil si comporti di conseguenza abbandonando l’atteggiamento
politico che ha avuto nei confronti del Governo. È una materia
che deve essere al riparo da qualsiasi politicizzazione
altrimenti rischiamo di inquinare definitivamente il nostro
sistema sindacale.
Da dove si comincia a riformare l’accordo del ’93?
Partiamo da un’analisi. Quell’accordo ha funzionato bene
perché ha consentito una lunga stagione contrattuale a bassa
conflittualità e risultati efficaci di politica economica. Ci sono
però delle criticità: la prima è che abbiamo un sistema molto
rigido per cui il 70% della retribuzione è identico da Bolzano a
Pantelleria. Un paradosso per un Paese come il nostro che ha
tanti mercati del lavoro. La seconda criticità è l’eccessiva
frequenza con cui si va ai rinnovi. Il terzo limite è legato al doppio
livello contrattuale: le aziende che lo applicano hanno, nei fatti,
una duplicazione di incrementi salariali. L’ultima questione è
che la contrattazione di secondo livello non è stata sufficientemente
incentivata, come invece prevede il Protocollo del ’93.
Al futuro tavolo confermerete o no il doppio livello?
Noi vorremmo che si vada verso un sistema più flessibile e che
preveda tendenzialmente un unico livello contrattuale: cioè il sa-lario
si contratta una sola volta. Poi questo può essere fatto a livello
nazionale o aziendale, in alternativa, a seconda delle dimensioni
d’impresa, delle condizioni sindacali.
E il secondo livello esigibile per tutti di cui parla Pezzotta?
Nella struttura produttiva italiana è assolutamente impensabile
arrivare a un secondo livello contrattuale esigibile, cioè obbligatorio.
Perché la dimensione dell’impresa italiana non è in grado di
andare in quella direzione. E comunque vorrei ribadire che anche
nel futuro assetto contrattuale, l’inflazione programmata sarà
uno strumento importante perché la moderazione salariale resta un
obiettivo delle politiche contrattuali.
Qual è il vostro giudizio sul Dpef?
Ci sembra un buon quadro di riferimento perché recepisce il
Patto. L’indice delle previsioni di crescita è in linea con quanto
sostenuto dalla maggior parte degli istituti di previsione anche
se incombono dei rischi: la situazione internazionale e l’incertezza
dei mercati finanziari. L’obiettivo dello 0,8% per il
fabbisogno 2003 è raggiungibile, se però sarà messa sotto controllo
la dinamica della spesa, tenendo conto che è necessario
assicurare il reperimento delle risorse per ridurre la pressione
fiscale e per finanziare gli ammortizzatori sociali, come prevede
il Patto. Lo vedremo con la Finanziaria.

LINA PALMERINI

Y I RINNOVI