“Intervista” Stefanel:«Anche noi soffriamo è necessario diventare più grandi»

30/01/2003

 
 
Pagina 14 – Economia

L´IMPRENDITORE
Per l´imprenditore del Nordest aggregazioni obbligate per accrescere le dimensioni delle aziende

 
Stefanel: "Anche noi soffriamo è necessario diventare più grandi"
cercasi operai La scarsa manodopera resta un problema, gli immigrati sono indispensabili
PAOLO POSSAMAI


          TREVISO – «Tiremo ‘vanti». Giuseppe Stefanel, presidente e azionista di maggioranza assoluta del gruppo quotato in Borsa, veste di understatement le sue parole e usa una tipica espressione della cultura contadina veneta per esprimere lo stato di salute della sua azienda e, più in generale, dell´economia nordestina. Traducendo per i non veneti: «Siamo in un guado e quel che è peggio nessuno sa quanto durerà. L´encefalogramma dei mercati mondiali è piatto, noi abbiamo il dovere di avere fiducia».
          Ma qual è l´andamento del gruppo Stefanel, posto che il settore tessile abbigliamento italiano appare fra i più esposti alla crisi internazionale?
          «La stagnazione è iniziata già nel ’99, adesso a schiacciare la psicologia collettiva grava la minaccia della guerra. Insomma, il mercato è fermo per non dire peggio. Quanto a noi, siamo tornati a concentrarci sul core business e i primi risultati si vedono. La riorganizzazione procede come ci eravamo prefissati, sull´onda di investimenti per 100 milioni di euro nell´ultimo quadriennio, quasi esclusivamente dedicati al potenziamento delle attività retail».
          Vale a dire che cambia mestiere e diventa meno industriale e più commerciante?
          «Potrebbe apparire una provocazione, ma non lo è. È sempre meno importante dove vengono svolte le attività manifatturiere, conta sempre più avere il controllo della distribuzione. In questo senso va letta anche la acquisizione, da noi realizzata assieme al gruppo Pam, della catena di negozi aeroportuali Nuance. Quanto alla parte industriale, i costi di produzione sono un fattore di cui non possiamo non tenere conto. Sul nostro stabilimento di Ponte di Piave abbiamo realizzato ingenti investimenti in tecnologie, in modo da comprimere al massimo i costi di personale e garantire massima flessibilità. Sono gli stessi parametri che perseguiamo nei rapporti di produzione nell´Est europeo o in Cina».
          Automazione e delocalizzazione spinte che effetti possono avere sull´apparato manifatturiero del Nordest?
          «L´impresa a rete è stata un formidabile vantaggio competitivo di quest´area. Questo modello, con l´applicazione delle tecnologie informatiche, è stato poi riprodotto su scala globale. Ma l´economia nordestina sa reinventarsi, adattarsi alle nuove esigenze, individuare nuove nicchie. D´altra parte, reperire nuova manodopera è sempre più difficile e, in prospettiva, tenendo conto degli effetti devastanti della denatalità, sarà sempre più necessario ricorrere a manodopera immigrata».
          Reperire manodopera è problematico anche in una fase di stanca come l´attuale e a fronte dei forti processi di delocalizzazione avviati?
          «La scarsità di manodopera da noi resta un problema, anche se il Nordest non fa eccezione rispetto a un´economia mondiale con il respiro affannoso. Non credo nemmeno che gli anni del grande boom siano ripetibili, però il tessuto economico di quest´area tiene meglio di altri. Il sistema imprenditoriale veneto ritengo sarà chiamato a una profonda riorganizzazione, a inventarsi nuovi mestieri e, soprattutto, a imparare a unire le forze e aggregarsi superando le piccole dimensioni».