“Intervista” «Sempre più immigrati nel sindacato»

15/07/2002

Intervista
a cura di
Massimiliano Melilli
12.07.2002

"Sempre più immigrati nel sindacato"

PADOVA
Oggi, da sindacalizzati, gli immigrati che vivono e lavorano in Italia, diventano sindacalisti. S’impongono nelle nostre fabbriche in importanti trattative aziendali. Esiste oggi un collegamento tra flussi migratori e sociologia del lavoro? E il rapporto sindacato-migranti a quali logiche obbedisce? E poi c’è l’Europa e il suo modello. In Europa la società del meticciato s’impone «naturalmente». E in Italia? Incontriamo a Padova Ferruccio Gambino, professore di Sociologia del Lavoro, e Devi Sacchetto, «allievo» di Gambino.
L’Italia, con 1.678.000 immigrati, è il quarto Paese dell’Unione europea. Professore, l’Italia è meticcia?

«Nella divisione del lavoro in Italia il meticciato è purtroppo ancora di là da venire. Le barriere sono rigide e l’etichettamento in base alla nazionalità e al genere salta agli occhi. Una misura rudimentale ma attendibile della segregazione e della ridotta mobilità verticale è data dalla percentuale di studenti stranieri nelle università italiane. In Italia nel 2000 tale percentuale è di circa l’1,7%, mentre in Francia si attesta sul 14% circa. Del resto, alla fine del nostro dominio sulla Somalia, dall’università italiana non era uscito un solo laureato somalo».

Nel nostro Paese, c’è un rapporto diretto tra sindacato e immigrazione. L’anno scorso, la Cgil ha registrato un incremento del tesseramento di cittadini stranieri pari al 20%, Cisl e Uil del 10%. Si calcola che quasi 250.000 migranti siano iscritti alle nostre organizzazioni sindacali. Come commenta questa realtà?

«Come diceva qualche giorno fa un immigrato ghaneano, “mi spaventerebbe di più la fine dell’articolo 18 della legge Bossi-Fini”. Certo, è difficile navigare tra Scilla e Cariddi, e o il sindacato ci riesce riconoscendo la specificità della condizione delle immigrate e degli immigrati oppure ciascuna comunità potrebbe rinchiudersi in se stessa. All’origine della solidarietà sta anche il livello culturale generalmente medio-alto di chi emigra. Una delle grandi conquiste della decolonizzazione è costituita dalla scolarità di massa che soltanto nell’ultimo ventennio è stata minata dalle decisioni dei grandi organismi internazionali. Per emigrare occorre spesso una buona scolarità oltre a un reddito che non sia ai livelli infimi. Su questa base, il sindacato è riuscito ad instaurare un rapporto con frazioni importanti dell’immigrazione. Lo sforzo ulteriore riguarda probabilmente la capacità di riconoscere la specificità. Lungi da noi di perorare la costruzione del sindacato degli stranieri ma la possibilità per le immigrate e gli immigrati di organizzarsi è legata all’orario di lavoro. Senza orari di lavoro decenti non c’è né democrazia né socialità né di fatto diritto di riunione».

La categoria con più iscritti stranieri al sindacato è quella degli edili, seguita dai settori del commercio, servizi e dalla chimica. Dalla Fillea (edili) alla Filcams (commercio e servizi) fino a Filcea (chimica) e Fiom, sono tutte sigle che parlano anche straniero. In Europa, esistono modelli d’integrazione sindacale di questo tipo?

«In Svezia fa specie la segregazione occupazionale. L’incasellamento rigido delle varie nazionalità in occupazioni specifiche comincia a far scandalo. Di qui alcuni progetti per favorire una certa mobilità verticale e l’accesso all’istruzione universitaria. Questo atteggiamento rende la vita più facile alle stesse autorità di governo perché enuclea una leadership dall’interno delle varie nazionalità. Quanto ai sindacati, qui ci si è ispirati, riteniamo, al principio per cui «gli imprenditori danno loro lavoro e noi cerchiamo di dar loro una difesa». In altri paesi quali la Francia l’esperienza di accoglienza sindacale dei migranti è secolare, anche se tra luci e ombre. C’è molto da imparare all’estero, ma c’è anche una peculiarità che va fatta valere: il movimento operaio italiano fin dal suo sorgere si è opposto al colonialismo».

Ma la società italiana è diffidente verso «lo straniero» o è una realtà pronta ad accogliere modelli lavorativi multietnici?

«All’immigrata/o – e non solo in Italia – viene chiesto di offrire un sovrappiù di laboriosità e deferenza. Questa è la tariffa per sdoganarsi. Ovviamente quanto più i contratti di lavoro e i permessi di soggiorno sono limitati nel tempo, tanto più lo sdoganamento viene rimandato. Il peso della legislazione e delle istituzioni è qui decisivo. Si tratta di sapere quale società si profila per i circa 150 mila scolari, figli/e dell’immigrazione. È la laicità o meno della pubblica istruzione che giocherà un ruolo decisivo: scuola degna di questo nome per tutti e priva di filtri confessionali. Se l’integrazione viene rinviata all’infinito la generazione di coloro che oggi sono giovanissimi è destinata a ribellarsi».

Il Nord-Est d’Italia ha fame della forza-lavoro straniera. Gli industriali veneti denunciano la possibile crisi del sistema Nord-Est in assenza di massicce iniezioni di lavoratori stranieri. Su questo tema, la stessa Confindustria pare decisa ad aprire una vertenza.

«Intanto occorre sgomberare il campo dal trito adagio secondo cui gli stranieri svolgono i lavori che gli italiani rifiutano. La cosiddetta fame di braccia sia direttamente proporzionale ai bassi salari corrisposti. In alcuni casi abbiamo persino riscontrato espliciti rifiuti da parte di qualche datore di lavoro di assumere personale italiano. Per fortuna, in questo frangente lo sciopero delle immigrate e degli immigrati di Vicenza del 15 maggio scorso, che ha coinvolto anche gli italiani è un arcobaleno a mezzanotte».

Come valuta la legge Bossi – Fini e il rapporto del mondo del lavoro italiano con l’immigrazione?

«La legge Bossi-Fini cerca di colpire il migrante non in quanto clandestino, ma in quanto lavoratore, che oggi viene e domani rimane. È su tale capacità di renderlo instabile che leghisti e destra in generale hanno condotto la campagna. Questa legge istituzionalizza due regimi lavorativi differenziati. Impone a quasi due milioni di immigrate/i condizioni di forzato apartheid, lasciando sospesi ad un filo non solo la possibilità di lavorare ma gli stessi diritti di esistenza, di libero movimento dei migranti».