“Intervista” Scajola: «Veleni, il sindacato non è fiancheggiatore»

01/07/2002

29 giugno 2002



L’INTERVISTA / Il ministro dell’Interno: confusione e, forse, sottovalutazione sulla protezione. Ma il sistema, vecchio di trent’anni, non funzionava

«Veleni, il sindacato non è fiancheggiatore»


Scajola: ignoravo che Casini e De Gennaro conoscessero il problema della scorta a Biagi

      DAL NOSTRO INVIATO
      NICOSIA (Cipro) – Parla di «polveroni e di veleni». Confessa di «voler capire bene le modalità con cui, ora, sono usciti fuori questi dischetti» con altre lettere di Marco Biagi: «E’ una cosa che non mi convince». Il ministro dell’Interno, poi, dà atto al sindacato di «aver sempre lottato contro il terrorismo e perciò nessuno vuole dare a Cofferati e alla Cgil la patente di fiancheggiatori». Dunque, Claudio Scajola abbassa i toni e chiede anche agli altri di farlo. Però, qui a Nicosia dove è giunto per la firma di un accordo contro l’immigrazione clandestina, conferma che quando c’è «tensione sociale troppo forte esiste il rischio di armare qualche mano anche se in maniera del tutto involontaria». E sui ripetuti appelli lanciati dal professore per far ripristinare la sua scorta revocata, dice: «Che il presidente della Camera e il capo della polizia fossero al corrente non l’ho mai saputo». Infine ammette: sulla vicenda della protezione di Biagi «certamente c’è stata confusione e, forse, sottovalutazione».

      Ministro, perché proprio ora saltano fuori nuove lettere?

      «Siamo di nuovo ai polveroni e ai veleni. Questa è una storia che non aggiunge nulla di nuovo salvo che è piombata in un momento particolare per creare tensione, quasi a voler minare la grande unità che ci deve essere nei confronti dei terroristi. Non dobbiamo dimenticare che gli assassini di D’Antona e di Biagi non sono ancora stati presi. Mi sembra che si voglia inaugurare una nuova stagione di veleni e non so chi possa avere interesse a farlo. Comunque io non ci voglio stare. Il governo non ci vuole stare».

      Siamo ai veleni, con la Cgil sul banco degli imputati.

      «Non dimentico che nella storia d’Italia il sindacato ha contribuito in maniera molto forte alla lotta contro il terrorismo. Però non dobbiamo confondere questo impegno con il fatto che quando c’è una tensione sociale troppo forte esiste il rischio di armare qualche mano anche se in maniera del tutto involontaria e al di là di ogni intenzione. Il clima di tensione crea tensione. Perciò dobbiamo rendere più serena anche la vertenza sul lavoro che si trascina da troppo tempo. Serve senso di responsabilità non solo da parte della maggioranza ma anche da parte dell’opposizione».

      Cofferati sostiene che alcuni nel governo stanno utilizzando quelle lettere in «maniera strumentale».

      «Non credo. Queste lettere sono uscite su un giornale oggi (ieri,
      ndr ) e non ho visto finora alcuna dichiarazione di esponenti del governo in senso strumentale. Qui il problema è di non dividersi nei confronti di una lotta al terrorismo interno di cui sappiamo ancora poco. Le forze di polizia e la magistratura stanno facendo un gran lavoro: non siamo a un punto morto, si incomincia ad intravedere qualche cosa. Ma solo uniti si vince il terrorismo».
      Una Cgil delegittimata è un problema per il Paese?

      «Non c’è dubbio».

      Alla Camera lei denunciò un «clima di scontro che può favorire gli estremismi». E’ successo un putiferio.

      «No, è successo un putiferio quando hanno parlato altri. Io ho detto una cosa incontrovertibile: quando c’è tensione sociale c’è il rischio forte di vedere e di indicare la controparte come avversari e di indicare inconsapevolmente gli avversari anche a chi, follemente, persegue disegni eversivi. Questo ho detto, questo ripeto, questo è nelle cose: e non significa dare a Cofferati e alla Cgil la patente di fiancheggiatori».

      Ma le lettere confermano le paure di Biagi dopo che gli era stata revocata la tutela.

      «Giovedì è stato convertito un decreto legge che ho fortemente voluto per creare un sistema di scorte che sia una cosa seria. Non è il caso di riaprire la polemiche sul perché Biagi aveva la scorta e sul perché gli è stata revocata. Quando ha chiesto più protezione, in quegli scritti, in quel periodo, lui la scorta ce l’aveva (non più a Roma,
      ndr ). Su questo io ho già risposto in Parlamento e sono arrivato a un’amarissima conclusione: il sistema delle scorte, vecchio di 30 anni, non funzionava. Il problema non era di responsabilità individuali».
      Le modalità con cui sono state recapitate le lettere di Biagi non destano perplessità?

      «Sono preoccupato anche perché vorrei capire come sono usciti questi dischetti. Così, adesso, in questo modo. E’ una cosa che non mi convince. Cerchiamo di far lavorare bene la magistratura di Bologna e non andiamo ad imbarbarire il rapporto politico istituzionale».

      Sapeva che Biagi aveva riferito i suoi timori a Casini?

      «Che il presidente della Camera fosse informato non l’ho mai saputo».

      E del prefetto De Gennaro?

      «Non l’ho mai saputo. Certamente, c’è stata della confusione e credo, forse, anche della sottovalutazione. Ma, purtroppo, sappiamo che il problema del terrorismo non è quello delle scorte».
Dino Martirano