“Intervista” Sangalli: «lo stop al lavoro a chiamata ci penalizza»

17/10/2007
    mercoledì 17 ottobre 2007

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    Intervista – Carlo Sangalli

      «Penalizzati
      dallo stop al lavoro
      a chiamata»

        Massimo Mascini

        ROMA

        A luglio non ha firmato il protocollo sul welfare e non è pentito. Anzi, Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, aveva previsto anche gli inciampi nel passaggio dal protocollo al collegato. Troppi errori, nel merito, ma anche nel metodo. Dal Governo, dice, vogliamo più considerazione.

        Presidente Sangalli, è possibile che aderiate al protocollo sul welfare?

          No, proprio no. Restano tutti i motivi che a luglio ci hanno sconsigliato di firmare il protocollo. Non ci piace il merito del protocollo, e critichiamo un metodo che nei fatti ci ha escluso dalla trattativa presentandoci poi il conto da pagare.

          Andiamo per ordine. Cosa non va nel merito?

          Innanzitutto, il superamento dello scalone non era il problema prioritario del Paese. Sarebbe stato molto meglio dedicare risorse a sanare lo squilibrio strutturale della spesa sociale che lascia così poco spazio a cose più importanti.

          Per esempio?

          Le politiche attive per il lavoro, gamba essenziale della flexicurity, l’integrazione tra flessibilità e sicurezza.

          Cosa lamenta ancora?

            Che quell’accordo sia molto costoso, comporti aumenti certi della contribuzione a fronte di riduzioni incerte dei costi dall’unificazione degli enti previdenziali. E poi come non sottolinere il modo in cui dal protocollo il Governo è passato al collegato?

            Anche voi siete critici?

            Se non aborrissi gli atteggiamenti da primo della classe direi che l’avevo detto subito. Ma non ci voleva molto a prevedere che cosa sarebbe successo, considerando che il governo è costretto a continue mediazioni al proprio interno e nella maggioranza.

            Anche in questo caso la vostra critica è sul merito?

              Non c’è solo il tetto di 36 mesi ai contratti a termine e la possibilità di una sola deroga, senza tener conto delle esigenze di settori caratterizati strutturalmente da un andamento dell’attività per picchi o per cicli stagionali.

              Cosa c’è ancora?

                La soppressione del lavoro a chiamata, che penalizza particolarmente servizi e turismo. E ancora la prospettiva dell’aggravio contributivo del part time breve, quello inferiore alle 12 ore, anche questo molto utilizzato dai nostri settori.

                Errori nel merito, ma anche nel metodo.

                  Sì, particolarmente forti. Innanzitutto perché non riteniamo giusto che si intervenga per via normativa sulla flessibilità dei rapporto di lavoro. Sarebbe molto meglio affidare questo compito all’autonomia delle parti sociali, che hanno il diritto-dovere di regolare al meglio i rapporti di lavoro. E poi c’è un problema di presenze al tavolo di concertazione.

                  Cosa lamenta?

                    Mi ricordo un’intervista dell’amico Bombassei che in agosto ricordava come quel protocollo lo avessero discusso per quattro mesi con Governo e sindacati. Ma io non ho trattato per quei quattro mesi, noi non c’eravamo a quel tavolo di trattative. Adesso non possono presentarmi il conto, non ho cenato.

                    Questo getta un’ombra scura sulla concertazione?

                      Il metodo è importante.

                      E quindi non ci pensate ad aderire al protocollo?

                        No, anche perché credo che sui principi fondamentali bisogna essere molto chiari.

                        Vi hanno chiesto di aderire?

                          Non ce l’hanno chiesto perché ci conoscono, sanno che vorremmo cambiare quelle cose che non ci piacciono, che ci colpiscono, che aggravano la nostra posizione sul fronte della competitività. E siccome cambiamenti non se ne fanno, noi non firmiamo.

                          Cosa chiedete al Governo?

                            Maggiore considerazione. Per quello che siamo, rappresentiamo il 60% del Pil e il 40% dell’occupazione. Siamo tutti uguali, nessuno chiede trattamenti di favore, ma nemmeno di essere discriminati.