“Intervista” Sangalli: «I consumi sono al palo»

04/05/2007
    venerdì 4 aprile 2007

    Pagina 25 – Economia

    IL NUMERO UNO DI CONFCOMMERCIO CHIEDE UN TAGLIO DELLE TASSE

      L’allarme di Sangalli
      “I consumi sono al palo”

        RAFFAELLO MASCI
        ROMA

        La tesi è chiara: i consumi ristagnano. Mezzo punto percentuale di incremento nel primo trimestre di quest’anno rispetto al 2006. Praticamente niente. Invece lo scorso anno sul 2005 lo slancio c’era stato eccome: più 1,9%. E’ successo quindi qualcosa: la crescita è rallentata, le famiglie non hanno più soldi o non vogliono spenderli. Confcommercio affida queste considerazioni alla newsletter del suo ufficio studi che viene diffusa stamattina.

        Presidente Carlo Sangalli, secondo lei cosa è successo?

          «I dati sugli ordinativi dell’industria sono discontinui, altri dati qualitativi sulla produzione mostrano qualche segnale di miglioramento ma non sono decisivi, l’Istat sulle vendite al dettaglio conferma i consumi "al palo". Quanto all’inflazione all’1,5%, se è un dato confortante per il potere d’acquisto delle famiglie, evidenzia anche una debolezza della domanda. In sostanza: le famiglie sono prudenti e non vogliono spendere. L’incremento di offerta da parte dell’industria rischia di restare inevaso. Ricordiamo solo che i consumi interni rappresentano il 60% del pil. Che cosa vogliamo fare? Puntare tutto sulla tenuta dell’export? Mi pare irragionevole».

          Concluda.

            «Se non ripartono i consumi l’obiettivo di una crescita al 2% ce lo scordiamo».

            So già dove Confcommercio vuole arrivare: a un taglio netto delle tasse. Giusto?

              «Giusto. Lei dirà che si tratta di una ricetta vecchia. Può darsi, ma è l’unica possibile, e peraltro mai veramente applicata: riduzione secca della pressione fiscale rimettendo nelle tasche degli italiani più soldi».

              Dove troviamo le risorse, dal solito “tesoretto”?

                «In parte sì, certamente. Ma se si vogliono privilegiare altri settori, si può anche pensare alla defiscalizzazione degli aumenti retributivi e della parte variabile dello stipendio tra cui lo straordinario. Insomma, quello che va evitato è che le maggiori entrate vengano destinate all’attenuazione dello "scalone" oppure per finanziare l’aumento della spesa pubblica».

                Proponga, allora, un taglio concreto e secondo lei possibile.

                  «Presto detto: il taglio di un punto l’anno per tre anni delle aliquote Irpef significherebbe liberare 5,5 miliardi all’anno, per un totale quindi di 16,5 miliardi nei tre anni. Oltre un punto percentuale di pil».

                  Lei sa che le tasse non possono scendere se non si fanno tagli strutturali alla spesa.

                    «E allora si facciano. Credo, per esempio, che gli interventi sulla previdenza, come la flessibilizzazione dello "scalone", o sugli ammortizzatori sociali, andrebbero finanziati ristrutturando le attuali dimensioni della spesa sociale».